Il codice dell’anima




Il codice dell’anima è stato il primo libro di James Hillman che ho letto.

Non avevo alte aspettative nell’approcciarmi a questo lavoro. Ma dopo poche pagine è scoccata una scintilla e ho divorato il libro tutto d’un fiato. È stato per me un vero e proprio amore a prima vista.

A volte si cade vittima di amori ciechi, privi di senso critico. Tuttavia questo è stato un amore vero, fatto di pregi e difetti, di qualità e imperfezioni.

Ma ora non mi perdo nelle divagazioni e passo subito a mostrarti il Codice dell’anima.

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Il libro inizia con delle epigrafi a mo’ di prefazioni di autori vari. Una trovata che permette di tuffarci direttamente nell’argomento del libro. 

Non trovo né nell’ambiente né nell’ereditarietà l’esatto strumento che mi ha formato, l’anonimo rullo che ha impresso sulla mia vita quella certa intricata filigrana, il cui inimitabile motivo diventa visibile quando dietro il foglio protocollo della vita si accende la lampada dell’arte. (Vladimir Nabokov, Parla, ricordo)

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La teoria della ghianda e la redenzione della psicologia
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Ci sono più cose nella vita di ogni uomo di quante ne ammettano le nostre teorie su di essa. (p.17)

James Hillman chiarisce subito che l’argomento del libro sarà il carattere analizzato attraverso varie biografie. 

Le teorie psicologiche sono intossicate dalla visione traumatizzante del mondo e noi stessi siamo vittime di alcune teorie monoteistiche. Hillman cerca di andare oltre il monoteismo. 

Questo libro vuole smascherare la mentalità della vittima, da cui nessuno di noi può liberarsi (p.21)

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Cosa si intende per Codice dell’Anima?

James parte da una semplice idea mitologica narrata nel Mito di Er da Platone:

Prima della nascita, l’anima di ciascuno di noi sceglie un’immagine o un disegno che poi vivremo sulla terra, e riceve un compagno che ci guidi quassù, un daimon, che è unico e tipico nostro. (p.23)

Questo disegno che scegliamo si manifesta attraverso il daimon, che rappresenta la nostra vocazione, ciò per cui siamo portati, il genius dei latini, l’angelo custode dei cristiani.

A questo punto viene introdotta la Teoria della Ghianda sulla quale si basa il libro. 

La teoria della ghianda dice (e ne porterò le prove) che io e voi e chiunque altro siamo venuti al mondo con un’immagine che ci definisce. (p.27)

La teoria della ghianda prende spunto direttamente dalla tradizione filosofica che parte dal mito di Er. Le prove che Hillman riporterà sono attinte dalle narrazioni biografiche di diversi personaggi.

La bellezza di questo libro risiede proprio nelle storie biografiche, che mi hanno permesso di ri-narrare la mia storia personale rispecchiandomi in alcuni frammenti raccontati. 

Invece che storie cliniche, lo psicologo leggerà storie di esseri umani; invece che la biologia, la biografia; anziché applicare l’epistemologia del pensiero occidentale alle culture altre, alle culture tribali o non tecnologiche, lasceremo che la loro antropologia (le loro storie sulla natura umana) si applichi alla nostra. Voglio rovesciare il modo di pensare della psicologia quale è insegnata e praticata oggi, nel tentativo ambizioso di redimere alcuni dei suoi peccati. (p.50)

Leggendo questo libro si ha l’impressione di rovesciamento e di cambiamento. Una ventata di aria fresca nel panorama psicologico contemporaneo, espresso attraverso il coraggio di mettere in discussione teorie ben radicate nell’immaginario psicologico.

Immagino che anche tu nella vita hai sentito l’esigenza di cambiare le cose, o di cambiare il modo in cui vedi le cose.

Hillman ci dice che per cambiare le cose bisogna innamorarsi, e io mi sono innamorato di questo libro. Questo mi ha permesso di avere un punto di partenza per cambiare il modo di vedere la realtà e la psiche.

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Crescere cioè discendere
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A partire da Darwin abbiamo capito che noi non cresciamo, bensì discendiamo.

Hillman focalizza la sua ricerca su un’altra teoria cancerogena della psicologia: la superstizione parentale.

Se esiste nella nostra civiltà una fantasia radicata e incrollabile, è quella secondo la quale ciascuno di noi è figlio dei propri genitori e il comportamento di nostra madre e nostro padre è lo strumento primo del nostro destino. (p.89)

Personalmente conosco persone che a 50 anni si lamentano ancora dei propri genitori come causa dei propri mali.

Come mai siamo così affezionati a questa superstizione?

È il nostro modo di vedere la realtà attraverso una causalità temporale e verticale che ci fa credere che la nostra vita dipenda esclusivamente o in maggior parte da scelte parentali. Inoltre è comodo avere dei capri espiatori perché si preferisce vivere da vittime piuttosto che da carnefici. 

Come sono nate in psicologia queste idee sulla genitorialità? 

Mary Watkins, un’osservatrice della mente più libera, fa notare come i più importanti autori di teorie psicologiche in cui la relazione madre-figlio è vista come determinante in assoluto per il resto della vita – e cioè D.W. Winnicott, Melanie Klein, René Spitz, John Bowlby, Anna Freud – abbiano elaborato le loro teorie nell’Inghilterra martoriata dai bombardamenti o dell’immediato dopoguerra. (p.107)

…quindi in un ambiente nel quale il ritorno all’archetipo materno era necessario.

La superstizione parentale ha inchiodato le figure genitoriali su una croce esistenziale che non meritano… a volte.

In questo modo Hillman ristruttura la figura della madre e la figura del padre.

📘 Per quanto riguarda la figura del padre ti consiglio questo libro estratto dal nostro recente convegno sul padre, nel quale abbiamo re-visionato in stile archetipico la figura del padre. 




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Ritorno agli invisibili
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Per parlare di ghianda, miti, e anima, dobbiamo fare i conti con l’invisibile.

Nella cultura medio-occidentale parliamo solo di questioni visibili. Ma sappiamo che l’essenziale è invisibile agli occhi (come dice… il mio specchio all’ingresso di casa che mi umilia sempre ogni volta che cerco di guardarmi).

Guardare l’invisibile significa semplicemente cambiare punto di vista. Guardare le cose con gli occhi invisibili della psiche.

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I terribili anni della scuola
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Thomas Mann definiva la scuola stagnante e deludente; Richard Feynmann un deserto intellettuale; Jackson Pollock fu espulso dalla scuola (piccola nota biografica: mio padre, artista, fu bocciato in disegno in prima elementare); Thomas Edison fu eterno ultimo della classe; i temi di Marcel Proust erano considerati privi di coerenza; Emile Zola prese zero in letteratura e insufficiente in tedesco e retorica; di Einstein sappiamo la storia.

Così come la psicologia è intossicata da alcune teorie, anche il sistema scolastico ne soffre.

La scuola dovrebbe focalizzare la sua attenzione sul daimon, ovvero sulle vocazioni personali dei bambini e dei ragazzi, invece di uniformarli, etichettarli o giudicarli.

Le vocazioni spesso si manifestano attraverso sintomi o semplicemente ossessioni, ma spesso i “grandi” ignorano questi segni.

La ghianda è ossessiva. È tutta e solo concentrazione, come una goccia di essenza, non si può diluire. I comportamenti infantili elaborano questa alta densità. Il bambino mette in gioco il codice germinale che lo spinge dentro queste attività ossessive. (p.117)

Cosa vuole in fondo il daimon? 

Come dicevano i greci dei loro dèi: Non chiedono molto, soltanto di non essere dimenticati. (p.147)

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Il Destino e la libertà
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Se la nostra scelta della vocazione è già avvenuta prima della nascita, dove si trova la nostra libertà?

La libertà si trova nelle azioni quotidiane. La ghianda non determina, è da intendersi come un soffio vitale che agisce da quando nasciamo a quando moriamo. 

La morte stessa fa parte della dinamica daimonica. Ognuno ha la propria morte, che rientra nella sua traiettoria di vita, nella sua personale immagine.

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Il cattivo seme
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A questo punto ti chiederai sicuramente: molto bella questa teoria, ma i folli della storia? Ladri, assassini, stupratori…? 

James Hillman nel Codice dell’Anima prende come esempio l’estremità del cattivo seme: Adolf Hitler.

Hillman analizza la biografia di Adolf per scovare l’invisibile presente nella sua storia: il ghiaccio come metafora dei più profondi inferi, il fuoco simbolo del demoniaco, i lupi, il rapporto con l’analità, le donne suicide, i corpi deformi delle persone che lo circondavano e la mancanza di umorismo.

Tutti segni della presenza di un daimon demoniaco. La vocazione infatti non ha morale, ma può essere di ogni tipo. 

La ghianda si manifesta non soltanto come angelo che guida, ammonisce, protegge, consiglia, esorta, e chiama. Si esprime anche con una violenza implacabile (p.296)

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Conclusioni
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Come spiegò il vecchio rabbino: “Dio creò il tempo affinché le cose non accadessero tutte in una volta.” (p.281)

Il tempo, così come noi lo percepiamo, aiuta l’espressione della nostra vocazione. Ognuno di noi è un eletto, perché ognuno di noi è una ghianda diversa da tutti gli altri. 

Ciò che cerchiamo nella vita, secondo Hillman, è la realizzazione del nostro carattere. Eraclito diceva che Il carattere è il destino

Cosa ho imparato io da questo libro? 

Difficile da dire. Per ora mi ha insegnato un modo, uno strumento, per guardare da un altro punto di vista la realtà. Credo che sia uno dei doni più belli che si possa fare ad un’altra persona.
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E tu? Hai letto il Codice dell’anima? Cosa ne pensi? Cosa ti ha donato? Scrivilo nei commenti qui sotto
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