Zygmunt Bauman e il mondo liquido





Un anno fa (9/1/2017) moriva Zygmunt Bauman, uno dei più grandi ed attivi pensatori del nostro secolo.

Bauman nasce nel Novembre del 1925 in Polonia, Ebreo dalla nascita, presta servizio per l’esercito sovietico durante la seconda guerra mondiale. Subito dopo la fine della guerra studia sociologia presso l’università di Varsavia. Successivamente dopo il 1968, a causa di un’epurazione antisemita in Polonia, si trasferisce prima in Israele e in seguito a Leeds dove lavorerà come docente universitario.

Bauman ci ha lasciato una grande eredità intellettuale, come il concetto di Società Liquida e Solida.

L’uomo moderno, nella società consumistica, vive l’incertezza perché si è trasformato da produttore a consumatore. Così la sua vita è stata privata della sicurezza e del benessere, che lo costringe a vivere un‘esistenza liquida e frenetica, alla ricerca della solidità mancante.

Nel mondo liquido moderno la solidità delle cose, così come la solidità dei rapporti umani, tende a essere considerata male, come una minaccia: dopotutto, qualsiasi giuramento di fedeltà e ogni impegno a lungo termine (per non parlare di quelli a tempo indeterminato) sembrano annunciare un futuro gravato da obblighi che limitano la libertà di movimento e riducono la capacità di accettare le opportunità nuove e ancora sconosciute che (inevitabilmente) si presenteranno. La prospettiva di trovarsi invischiati per l’intera durata della vita in qualcosa o in un rapporto non rinegoziabile ci appare decisamente ripugnante e spaventosa.

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Spesso per la rivista L’Anima Fa Arte, ho avuto modo di incontrare e scambiare idee con i più grandi pensatori dei nostri tempi. Così mi è venuto in mente di provare ad immaginare quella che sarebbe stata un’intervista a Zygmunt Bauman, ipotizzandone le risposte, ovviamente attraverso le parole dei suoi libri.

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Gentile Zygmunt, arrivato ora alla fine di una vita ricca come la Sua, come definirebbe la vita, e come dovremmo viverla per essere veramente felici?

La nostra vita è un’opera d’arte – che lo sappiamo o no, che ci piaccia o no. Per viverla come esige l’arte della vita dobbiam
o – come ogni artista, quale che sia la sua arte – porci delle sfide difficili (almeno nel momento in cui ce le poniamo) da contrastare a distanza ravvicinata; dobbiamo scegliere obiettivi che siano (almeno nel momento in cui li scegliamo) ben oltre la nostra portata, e standard di eccellenza irritanti per il loro modo ostinato di stare (almeno per quanto si è visto fino allora) ben al di là di ciò che abbiamo saputo fare o che avremmo la capacità di fare. Dobbiamo tentare l’impossibile. E possiamo solo sperare – senza poterci basare su previsioni affidabili e tanto meno certe – di riuscire prima o poi, con uno sforzo lungo e lancinante, a eguagliare quegli standard e a raggiungere quegli obiettivi, dimostrandoci così all’altezza della sfida. L’incertezza è l’habitat naturale della vita umana, sebbene la speranza di sfuggire ad essa sia il motore delle attività umane. Sfuggire all’incertezza è un ingrediente fondamentale, o almeno il tacito presupposto, di qualsiasi immagine composita della felicità. È per questo che una felicità «autentica, adeguata e totale» sembra rimanere costantemente a una certa distanza da noi: come un orizzonte che, come tutti gli orizzonti, si allontana ogni volta che cerchiamo di avvicinarci a esso.




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Come possiamo tendere verso l’orizzonte della felicità? James Hillman, padre della Psicologia Archetipica, in -Cent’anni di psicoanalisi e il mondo va sempre peggio- descrive una società nella quale l’individuo è in difficoltà nella ricerca della felicità, anche a causa di una psicoterapia che sembra non aiutarlo. Come mai lo psicoanalista americano afferma che la terapia deve uscire fuori dalla finestra del proprio studio?

In questo mondo nuovo si chiede agli uomini di cercare soluzioni private a problemi di origine sociale, anziché soluzioni di origine sociale a problemi privati.
“Possiamo profetizzare che, a meno di essere imbrigliata e addomesticata, la nostra globalizzazione negativa, che oscilla tra il togliere la sicurezza a chi è libero e offrire sicurezza sotto forma di illibertà, renderà la catastrofe ineluttabile. Se non si formula questa profezia, e se non la si prende sul serio, l’umanità ha poche speranza di renderla evitabile. L’unico modo davvero promettente di iniziare una terapia contro la crescente paura che finisce per renderci invalidi è reciderne le radici: poiché l’unico modo davvero promettente di continuarla, richiede che si affronti il compito di recidere quelle radici. Il secolo che viene può essere un’epoca di catastrofe definitiva. O può essere un’epoca in cui si stringerà e si darà vita a un nuovo patto tra intellettuali e popolo, inteso ormai come umanità. Speriamo di poter ancora scegliere tra questi due futuri.

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L’introspezione potrebbe aiutare questo processo?

L’introspezione è un’attività che sta scomparendo. Sempre più persone, quando si trovano a fronteggiare momenti di solitudine nella propria auto, per strada o alla cassa del supermercato, invece di raccogliere i pensieri controllano se ci sono messaggi sul cellulare per avere qualche brandello di evidenza che dimostri loro che qualcuno, da qualche parte, forse li vuole o ha bisogno di loro.
(…) il vero problema dell’attuale stato della nostra civiltà è che abbiamo smesso di farci delle domande.

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Abbiamo controllo sulle nostra vita, nel crearla, nel condurla. Siamo liberi nelle nostre decisioni?

Nel dare forma alla nostra vita, siamo la stecca di biliardo, il giocatore o la palla? Siamo noi a giocare, o è con noi che si gioca?

Ci si sente liberi nella misura in cui l’immaginazione non supera i desideri reali e nessuno dei due oltrepassa la capacità di agire.

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Zygmunt Bauman

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Conclusioni
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Dopo aver immaginato questo dialogo con Zygmunt Bauman possiamo porci questa domanda: quali soluzioni propone il sociologo per far fronte alla società liquida? 

  • La prima soluzione è l’incremento del dialogo con l’Altro, ovviamente un dialogo vero ed autentico fatto di domande e risposte, di ascolti e silenzi;
  • Il secondo intervento consiste nell’aumentare la consapevolezza che esiste una forte diseguaglianza sociale tra persone, alla quale bisogna porre rimedio;
  • La terza soluzione è l‘introduzione nella scuola e nell’educazione di insegnamenti al dialogo e all’uguaglianza.

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Nel recente Festival delle generazioni, tenutosi a Firenze, Bauman ha concluso il suo discorso con il seguente detto cinese:

Se pensi all’anno prossimo semina il granturco. Se pensi ai prossimi 10 anni pianta un albero. Se pensi ai prossimi 100 anni istruisci le persone.

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P.S. Se ti è piaciuta questa “intervista impossibile” non perderti le nostre “interviste reali” ai più grandi pensatori contemporanei CLICCA QUI per leggerle.