It: chapter one




La caverna nella quale hai paura di entrare ha il tesoro che stai cercando. (Joseph Campbell)

It: chapter one di Andres Muschietti è la nuova trasposizione cinematografica di uno dei più famosi romanzi del genio dell’horror Stephen King.

La trama è ricca di simboli, di immagini e di situazioni che toccano parti nascoste, sopite, di ognuno di noi. Quelle parti che ciascuno ha sentito quando era bambino e che, a volte, ci accompagnano anche da adulti.

Chi di noi non ha mai avuto paura del buio?

Chi non ha mai avuto paura della casa antica nel proprio paese e dei racconti che la volevano piena di fantasmi?

Chi non ha mai avuto paura dei tanti “ladri di bambini” che hanno popolato storie e racconti sentiti per anni?

Il film sta riscuotendo grande successo in termini di ascolti e di critica. Soprattutto, sta riuscendo nell’obiettivo di ogni film dell’horror: spaventare, far provare terrore.

Ma che cos’è il terrore?

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Etimologia
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L’etimologia del termine terrore è da ricondurre al verbo latino terseo (far tremare, muovere …).

Proviamo terrore nel pensare di essere coinvolti in una catastrofe naturale, nella perdita di una persona cara o all’idea di qualsiasi evento capace di sconvolgere il nostro equilibrio. Riconduciamo il terrore all’esterno ignorando il movimento delle nostre parti più nascoste, segrete.

Il terrore è la paura che l’inatteso diventi reale. È la nostra ombra che trema affinché venga illuminata. Il terrore è l’ignoto che ci spaventa.

Finora ignoravo cosa fosse il terrore: ormai lo so. È come se una mano di ghiaccio si posasse sul cuore. È come se il cuore palpitasse, fino a schiantarsi, in un vuoto abisso. (Oscar Wilde)

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Il puer e la maschera
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It: chapter one racchiude tutto questo. Al centro della storia c’è un clown, che rappresenta il Male. È il mistero, l’inspiegabile. È l’oscura malvagità, incomprensibile con la sola razionalità. Si alimenta della paura stessa, sfruttando simboli e fragilità di tutti.

Stephen King nel pensare questo romanzo ha usato uno schema classico dell’orrore, portandolo magistralmente ai massimi livelli.

Ha messo faccia a faccia l’archetipo del Puer con quello della Maschera. Ha scavato nella brutalità più marcia degli esseri umani e l’ha contrastata con la purezza dei bambini, e con la fragilità che i bambini rappresentano.

Ogni spettatore sentirà uno dei bambini protagonisti del film come simile. Vedrà le storie dei personaggi come vicine alle proprie. Si accorgerà che anche nella propria vita c’è un mistero. Ed è il mistero la fonte del nostro terrore. Tutto ciò che si allontana dalla nostra capacità di controllo ci fa paura. Tutto ciò che è impossibile da spiegare ci provoca reazioni incontrollate.

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Il Clown
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Ma perché un clown è così spesso un personaggio spaventoso?

La coulrofobia, così è chiamato il timore irrazionale dei pagliacci, ha radici psicologiche precise.

Innanzitutto, il clown è una persona. Persona che però si maschera, creando un doppio difficile da accettare.

Chi si nasconde dietro una maschera? Cos’ha da nascondere?

Se, conoscendo una persona per la prima volta, ci interroghiamo sulle sue intenzioni nei nostri confronti (ad es.: mi farà del male?), guardando un clown già sappiamo che siamo di fronte a un inganno.

Ci troviamo davanti a un ingannatore a tutti gli effetti, che non fa altro che portare all’estremo la maschera: trucco pronunciato, espressioni forzate, movimenti goffi. E poi c’è la voglia di far ridere a tutti i costi. Ma chi riderebbe sempre, in qualsiasi situazione e in qualsiasi momento? Soltanto un essere diabolico, lontanissimo dalla realtà. Soltanto una creatura lontana anni luce dal mondo che conosciamo.

Il clown è quindi un diverso. È l’alter che ognuno di noi ha dentro di sé e che, il più delle volte, rifiuta e nasconde. È lo straniero che non conosciamo, con cui non siamo in grado di interagire in modo relazionale e consapevole.

Il clown è Seth. È un portatore di disordine. È il caos personificato. Disordine e rumore si fondono. Portano scompiglio e confusione. L’ilarità è una conseguenza non automatica, figlia delle goffe situazioni in cui il clown conduce i suoi compagni.

Pensiamo al termine pagliacciata. È nel nostro vocabolario comune e ha tutto fuorché un senso piacevole di riso. Diventa sinonimo di sceneggiata, di figuraccia. Di disordine imbarazzante.

Lo spirito comico si mostra in maschera in tutte le cose che facciamo e diciamo; siamo noi stessi una burla e non c’è bisogno di infarinarci la faccia. 
Non si tratta di diventare un clown ma di imparare la sua lezione: farne un’arte delle sue insensate ripetizioni, dei nostri capitomboli e delle nostre patologizzazioni, indossare la maschera della morte che apre la porta al mondo onirico e osservare come esso trasforma in immagini sorprendenti gli oggetti quotidiani e in oggetto di risate la nostra persona pubblica. (J.Hillman 👉 Il sogno e il mondo infero




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Fuori controllo 
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Imbarazzo, paura terrore sono sentimenti che ognuno di noi ha sperimentato almeno una volta nella sua vita.

Il terrore in particolare è un’emozione che scuote le nostra fondamenta. Ci fa tremare, come ne indica l’etimologia.

Come ci riesce? È come un terremoto. Un film horror, un film del terrore, causa il risveglio di faglie sommerse, di parti di noi che avevamo sedato.

La trama dei film di questo genere non ci porta da subito nel clima che caratterizzerà tutta la pellicola. Prima, ci mostra una situazione di apparente calma. Momenti quotidiani. Spezzoni di vita in cui ognuno di noi può riconoscersi. Qui c’è il primo trucco: anche se è solo un film, ci accorgiamo che potrebbe capitare anche a noi. Anche e soprattutto se il film ha caratteristiche soprannaturali e quindi inspiegabili.

Già, perché ognuno di noi ha paura di tutto ciò che è fuori controllo, fuori dalla nostra comprensione. È il principio che ci fa avere paura di tutto ciò che è diverso da noi, che è fuori dalla nostra comprensione.

Tutto ciò che è diverso, tutto ciò che è scomodo, tutto ciò che è disordine, tutto questo noi lo nascondiamo. Ed ecco perché i film che vogliono spaventarci usano case diroccate, manicomi abbandonati o fogne. Sono luoghi di eliminazione, di negazione. Sono paesaggi che non vorremmo considerare come nostri e che, invece, entrano prepotentemente in scena, nel nostro film. E in ogni paesaggio noi disegniamo personaggi e misteri, paralleli a quelli dei film, ma così realistici da farci venire i brividi.

Un film horror con un clown come protagonista.

Detto così, ci sarebbe poco da aver paura. Ma la giusta unione di suoni e di simboli, di bambini e di lotta al Male, di realtà e di sovrannaturale, in un gioco perfetto di contrasti, tutto questo crea un meccanismo di armonia degli opposti. E in questo vortice ci lasciamo trascinare. Soprattutto in un giorno dell’anno in cui la paura fa da padrone.

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Paura nella notte di Halloween
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Nella notte di Halloween, nella notte fra il 31 ottobre e il 1 novembre, proviamo a esorcizzare le nostre paure, il nostro terrore dell’irrazionale.

È una notte in cui prendono forma simboli legati alla morte e all’occulto. Tra questi, le zucche intagliate e illuminate rappresentano le anime del purgatorio, ovvero, secondo una leggenda irlandese, tutte quelle anime rifiutate sia dal paradiso che dall’inferno.

Come mai sono i bambini a immergersi più di tutti in questa atmosfera macabra?

Perché, nella cultura occidentale, solo la purezza dei bambini può sconfiggere il male. I bambini hanno paura del buio, dei mostri, dei fantasmi. E credono ancora agli eroi, ai principi e alle principesse capaci di sconfiggere qualsiasi maleficio. Nella notte di Halloween i bambini si travestono dai loro demoni, ingannando le loro stesse paure.

Halloween è un’evoluzione di holy win. Ovvero è la vittoria del Bene sul Male, della purezza su tutto ciò che è macabro, torbido. Halloween è la vigilia della Festa di Ognissanti. È il simbolo di come ognuno di noi può sconfiggere i propri demoni che esistono solo grazie alle nostre paure.




Conclusioni
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It è il film perfetto da vedere nella notte più diabolica dell’anno.

Galleggiano tutti, anche tu galleggerai.

È una delle frasi cult del film. Ed è il messaggio che deve raggiungere ciascuno di noi, davanti a un film horror.

Tutti nuotano nel proprio mare. C’è chi galleggia, chi affoga, chi nuota controcorrente.

Nel nostro mare archetipico ci sono simboli, figure e miti che ci terrorizzano. Terrorizzano chiunque, anche chi per tutta la vita vuole essere un eroe senza macchia e senza paura. Di tanto in tanto, magari una volta l’anno, ognuno di noi si sente autorizzato ad aver paura. Almeno una notte l’anno è lecito galleggiare nel mare delle nostre paure.

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P.S. Se ti piace il cinema CLICCA QUI per leggere altre psico-recensioni!

Laureata in Psicologia Clinica e della salute presso l'università G.D'Annunzio di Chieti. Appassionata di Psicologia analitica e archetipica.

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