“Non mi perdo mai perché non so dove sto andando”

…queste sono le parole del poeta Giapponese Ikkyū Sōjun.

E noi sappiamo dove stiamo andando e cosa stiamo facendo? Molti risponderanno di no, ma io credo proprio che la risposta sia affermativa, solo che spesso seguiamo strade già battute in maniera così automatica da non accorgercene: lavoriamo, ci sposiamo, facciamo figli, compriamo casa, tradiamo il partner, andiamo a cena fuori con gli amici.

 


Qui il link del libro

 

Viviamo vite già vissute, programmate, strade già esplorate.

Per quale motivo? Perché ci sembra giusto, perché è comodo, perché in fondo ci piace così, anche se non abbiamo mai assaggiato altro.
Viviamo in una società programmata e che ci programma. La strada prefissata ci indica una via già conosciuta e già battuta. È una via sicura, con poco investimento, scarso impegno, ma di contro sappiamo già dove ci condurrà, anche se a volte facciamo finta di nulla.

Sappiamo però, che per arrivare in cima ad una montagna, dobbiamo per forza uscire dai sentieri già percorsi. Possiamo essere guidati fino ad un certo punto, ma oltre, dobbiamo creare il nostro percorso, senza alcun programma che ci guidi.
Proprio stanotte ho sognato di seguire un percorso di montagna a cavallo della mia macchina. In seguito, sceso dalla macchina, l’ho presa sottobraccio e ho dovuto cercare il mio percorso. Solo così sono riuscito ad ammirare la bellezza del paesaggio che si era mostrato a me sulla cima della montagna.

“C’è un detto che credo sia attribuito a Oliver Cormwell: “Non arrivi mai tanto in alto come quando non sai dove stai andando”. In analisi è proprio così.”

Queste parole sono attribuite a Sigmund Freud da Smiley Blanton nel suo diario analitico “La mia analisi con Freud”, dove racconta seduta per seduta l’analisi didattica con il padre della psicoanalisi. E se lo dice il padre della psicoanalisi, io ci credo e lo affermo:

l’analisi è libertà e non programmazione di obiettivi.

 



Qui il link del libro

 

In analisi dobbiamo cercare di liberare i pazienti dai loro “programmi”, magari attivando proprio la loro funzione trascendente, direbbe Jung in altre parole.
Burrhus Skinner, padre del Comportamentismo radicale, quindi considerabile un grande programmatore, in realtà era anche poeta, ed affermava:

“Io non dirigo la mia vita. Io non la progetto. Io non prendo mai decisioni. Le cose succedono sempre e lo fanno per me. Questa è la vita.”

Evitare di programmare gli eventi ci permette di aprirci ad essi. Come quando siamo alla ricerca del partner e non lo troviamo, ma alla fine arriva proprio quando non lo stiamo cercando più. In realtà in quella ricerca fallimentare è presente qualche comportamento o convinzione che ci impedisce di trovarlo, e solamente quando lasciamo andare quel comportamento riusciamo a trovare lo spazio adatto per accogliere l’altro.
I matrimoni spesso sono rovinati dai programmi:

Se entri nel matrimonio con un programma, scoprirai che non funziona. Un matrimonio felice consiste nel vivere insieme con spirito innovativo, nell’essere aperti, nel non avere programma. È una caduta libera: tutto sta nel gestire le novità man mano che arrivano. Dovete galleggiare come una goccia d’olio nel mare, cavalcando le onde con intelligenza e compassione.” (Joseph Campbell)

Sartre diceva che l’uomo non è nient’altro che quello che progetta di essere, ecco perché

in alcuni momenti della nostra vita dobbiamo smettere di progettare,

perché probabilmente abbiamo un bisogno estremo di essere qualcun’altro al di fuori di noi. Così, smettendo di progettare la nostra vita, stimoliamo la nostra funzione creativa che ci permette di non essere più noi, portandoci alla creazione di un volto nuovo, e di un cambiamento.

 

Psicologo, Psicoterapeuta, Direttore della rivista scientifica L'Anima Fa Arte e Presidente dell'associazione omonima. Conferenziere e autore di diverse pubblicazioni.

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