Silenzia la suoneria

Oggi propongo la lettura immaginale del brano Enjoy The Silence che, durante la lettura dell’articolo, vi consiglio vivamente di ascoltare CLICCANDO QUI.

Il brano dei “Depeche mode” appare come la ricerca di uno spazio protetto, non minacciato da parole che precipitano e si schiantano nel nostro piccolo mondo, contro la superficie delle nostre fragilità; è la ricerca di uno spazio senza suoni, senza il sibilo di meteoriti di significato traumatico, di un abbraccio in cui tutto ciò che avremmo sempre voluto sia finalmente lì, intero, tra le nostre braccia, oltre ogni lacerazione subìta e ogni lacerazione possibile.

Enjoy The Silence; tutto quello che hai sempre voluto, che hai sempre desiderato senza neppure aver mai potuto imparare a volere e desiderare ora è qui – e in questo abbraccio sognerai di essere l’intero che non sei mai potuto essere, di avere davvero tra le braccia tutto ciò che non hai mai avuto completamente presente in un instante: te stesso.

Nelle nostre vite assediate da parole di circostanza e già per questo traumatiche [tanto più se sono le nostre], fatte bersaglio di parole mercificate, buttateci addosso come pacchi da un corriere di Amazon, rendendo noi stessi merci con un certo valore, corrieri sempre in consegna, dipendenti di Amazon senza un minuto per fermarsi a pisciare [tutto insieme; che pacco!], in queste nostre vite, godere il silenzio è abbracciarci per ciò che siamo, non per consegnarci a un certo indirizzo; è un bagno di rinascita.

Taci, ascolta

Enjoy The Silence è un transito indispensabile, ma fermati lì e il godimento diventa tomba del desiderio; il desiderio è sempre stella cadente, parola che si schianta sulla tranquillità del nostro piccolo mondo, goccia greve di temporale estivo: ne senti il rumore e non capisci se sia pioggia o grandine. La violenza delle parole spesso è solo violenza senza vera parola: Enjoy The Silence!, allora. Ma il desiderio è sempre anche violenza; sostare allora troppo a lungo nell’abbraccio del silenzio significherebbe restare noi stessi, quando noi stessi non si è: si diventa. Lo si diventa porgendo orecchio alle perturbazioni nella nostra Forza, ascoltando le parole che schiantano le nostre sicurezze e il rumore che fa la pioggia, che talvolta è anche grandine. 

Nel “Così parlò Zarathustra”, Nietzsche parla del superuomo, cioè del diventare se stessi superandosi, come di un fulmine; i suoi messaggeri sono come gocce grevi cadenti dall’oscura nube incombente sugli uomini: “io amo tutti coloro che sono come gocce grevi, cadenti una a una dall’oscura nube incombente sugli uomini: essi preannunciano il fulmine e come messaggeri periscono”. 

Se la parola si fa messaggio è un precipitato di consapevolezza, non ascoltarlo per restare nel silenzio vorrebbe dire riparare la terra dalla pioggia; per proteggerla dalla grandine, trasformarla in polvere – nell’attesa di ritornare polvere, già polvere in vita.

Danza la pioggia

“Bisogna avere un caos dentro per partorire una stella danzante”, scrive Nietzsche; Jung interpreta questa danza come una danza rituale, una danza per far sì che qualcosa accada, precipiti: una danza della pioggia; la stella danzante danza il desiderio che redime il caos, non col silenzio, ma trasformandone il fras-tuono in lontananza nella nostra ballata. 

Enjoy The Silence, silenzio e gioia, calma e tempesta, sono impensabili gli uni senza gli altri: occorre essere sufficientemente integri per potersi frantumare, abbastanza in alto per precipitare come si deve.

P.S. CLICCA QUI per leggere altre lettura immaginale di The Sound Of Silence: rivendichiamo il diritto al silenzio

Info sull'autore

Francesco Capra

Mentre mi laureavo in filosofia, ho studiato quasi per intero, da autodidatta, l'opera di Jung e Hillman; insegno nei licei e dove mi capita, cercando, come scriveva Nietzsche, di svelare la storia segreta dei grandi nomi, la filosofia come storia archetipica del pensare e, talvolta, del pensare per poter non sentire

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