Il passato passato

La storia è una guerra contro il tempo, in quanto chiama a nuova vita fatti ed eroi del passato (Alessandro Manzoni)

Tutto scorre. Questa è una delle massime più famose della filosofia greca. Potremmo restare secoli a fissare lo stesso specchio d’acqua senza mai avere una sola possibilità di vedere la stessa cosa. Tutto scorre. Tutto passa. E tutto può lasciare segni. Il passato è un’arma. È un trampolino. È una zavorra. È una condanna. Parlare di passato ha molte affinità con il parlare di tutta la vita. Parlare di passato è raccontare una storia. Parlare di passato è un esercizio che ciascuno di noi dovrebbe fare. Ma per fare in modo che questo esercizio narrativo si accompagni a una evoluzione, manca un dettaglio. Il passato deve essere passato.

Voglio ripeterlo: il passato è un’arma, è un trampolino, è una zavorra, è una condanna…ma è anche una mongolfiera con cui sfiorare il cielo.

C’è un dettaglio per vivere bene con il passato: lasciarlo andare. Riflettiamoci insieme.

Il passato è una terra straniera

A un certo punto, quasi istintivamente, ci si volta indietro e si vede che un cancello è stato sprangato alle spalle nostre, chiudendo la via del ritorno (Dino Buzzati)

Un libro e poi un film – in lingua italiana – hanno come titolo questa frase: il passato è una terra straniera. Una frase che mi ha sempre dato una sensazione di nebbia. Avete presente l’atmosfera di un film giallo? Un po’ come le atmosfere della serie sulla “signora Fletcher” (la famosa “Signora in giallo”). Il passato è una terra straniera. Eppure è la terra in cui ciascuno di noi ha vissuto.

Spesso ci siamo chiesti cosa serve per conoscerci davvero. Premettendo che nessuno avrà mai la possibilità di conoscersi nella propria interezza, tutto è centrato sulla nostra capacità di raccontarci. La nostra capacità di narrazione. E cosa possiamo raccontare se non il nostro passato?

La prima questione da affrontare è che il passato è mutabile.

Pensate ai racconti che ciascuno di noi ha fatto sulla propria vita. Magari il racconto del primo bacio. Il racconto di un successo, di una delusione, di un momento triste o di uno felice. Ogni volta che raccontiamo un momento come questi, beh, il passato cambia. Perché cambiano i dettagli. Cambiano le sfumature. Cambia la nostra narrazione. E indovinate un po’ il perché… perché il passato è ancora con noi. Nelle nostre narrazioni proponiamo sempre, implicitamente o esplicitamente, un collegamento con il nostro presente. Ma ogni giorno è diverso dal precedente. Ogni giorno noi affrontiamo sfide più o meno impegnative. Ogni giorno viviamo momenti che non avremmo mai potuto prevedere nella loro interezza.

Ma allora, se già il presente e ancor di più il futuro sono eventi imprevedibili, perché il passato è anch’esso una terra straniera? Perché anche il passato è un microcosmo ignoto, anche se l’abbiamo già vissuto?

Carofiglio, l’autore del giallo “Il passato è una terra straniera” ci pone davanti a una faticosa morale: è davvero difficile fare i conti con il proprio passato.

E la differenza fra la matematica del fare i conti e la psicologia della narrazione di una vita questa volta diventa tanto sottile. Perché fare i conti con un passato ancora aperto coincide con un’addizione a cui si aggiungono costantemente cifre. E narrare un passato non ancora passato, beh, è un’impresa quasi impossibile.

Scurdàmmoce ‘o passato

Piangere sopra un male passato è il mezzo più sicuro per attirarsi nuovi mali (William Shakespeare)

Da un libro passiamo a una canzone. Come sempre le diverse forme di arte ci aiutano a ragionare su questioni psicologiche. La canzone è “Simmo ‘e Napule paisà”. Una delle canzoni più famose del nostro panorama popolare. Una canzone che riassume una filosofia a tratti profondamente affascinante. Una filosofia di vita che parte dalla costatazione che ci sono realtà naturali a circondarci tanto belle da poterci accompagnare a sorridere di fronte alla vita. Basta che c’è sole. Basta che per tutti noi ci sia ancora il mare, a portata di mano, di occhi, di fantasia. Il sole resta anche nelle giornate più dense di nuvole. E se è vero questo presupposto, come farsi schiacciare dalla negatività?

E perché in questa filosofia di vita c’è l’invito a scordarci il passato? Qual è il nesso tra filosofia positiva e zavorra di passato?

Non si riuscirà mai a fare fino in fondo i conti con il passato. Anche perché nelle diverse narrazioni di passato rimane sempre quel famoso nesso con il nostro presente.

E allora ecco che si aggiunge un nodo, difficile da sciogliere. Il passato è mutabile, ma non possiamo modificarlo. Il passato cambia perché ne cambia la nostra narrazione. Ma non possiamo compiere azioni per cambiare il passato.

Molti di noi hanno desiderato di possedere una macchina del tempo. Tornare indietro nel passato per conoscere qualcosa, per modificare qualcosa. O magari per poter giocare una schedina vincente. Molti di noi possono desiderare di tornare indietro nella nostra vita. Modificare una scelta decisiva. Salutare una persona un’ultima volta. Vivere un’emozione con maggiore consapevolezza. E così via. Molti di noi vorrebbero… Ma tutti noi sappiamo che non è possibile.

Il passato non può essere modificato. Non ne abbiamo gli strumenti. Non c’è magia che possa renderlo possibile.

Ma è possibile una alchimia. È possibile un processo alchemico per trasformare il ferro in oro. È possibile un processo psicologico per trasformare la nostra narrazione del passato, per trasformarla in un trampolino. O in una mongolfiera con cui sfiorare il cielo.

Come si fa?

Conclusioni

Tutti coloro che dimenticano il loro passato, sono condannati a riviverlo (Primo Levi)

No, non dobbiamo scordare il nostro passato. Non è necessario condannare all’oblio una parte di noi. Il processo di rimozione raramente porta a risultati evolutivi positivi nella nostra vita psicologica.

E allora qual è la soluzione?

Lasciare andare il passato. Rompere, o per meglio dire, integrare i legami che ci tengono incarcerati nell’immaginazione. Immaginare come modificare il nostro passato è un’impresa che conduce alla dannazione psicologica. Un procedimento senza uscita, un labirinto privo di soluzioni. Quante volte ci ripetiamo “se avessi fatto così”, “se avessi fatto questo, anziché quello”?!

È proprio questo che ci tiene imbrigliati. E che fa sì che il nostro passato sia una terra straniera. Una terra, più precisamente, in cui ci sentiamo stranieri. Perché la presenza del noi è sul presente: nel passato ci vediamo in terza persona. Non siamo più noi, ma siamo noi in narrazione. Ci viviamo come sdoppiati. Legati sì al nostro passato. Ma, per meglio dire, imprigionati in un processo mutabile nella sua narrazione, ma non cambiabile nella concreta realtà.

Ecco allora il suggerimento più bello: non quello di scordarci il nostro passato, ma accettarlo. Accogliere la sua immutabilità. E fermarci a riflettere che, non potendo cambiare nulla del nostro passato, possiamo agire sul nostro futuro.

Mi piace l’idea di poter chiudere questo articolo con l’immagine di un viaggio in mongolfiera. Nella Valle di Paestum può capitare di vedere questi palloni colorati che spiccano nel cielo. La mongolfiera è qualcosa di magico. Si vola, ma senza essere racchiusi in una scatola di metallo. Si vola e sembra di poter sfiorare il cielo, come se non ci fosse alternativa: tocchi il cielo solo in un viaggio in mongolfiera. Parlare con noi stessi, dialogare e conoscerci realmente è molto simile a sfiorare il cielo. Per farlo bisogna lasciare andare i legami con il terreno. È necessario lasciare andare il passato e riuscire così a spiccare il volo per sfiorare la conoscenza di noi stesso. Un po’ come i viaggi in mongolfiera: per sfiorare il cielo, devi lasciare le ancore dal terreno.

Info sull'autore

Teresa Di Matteo

Psicologa, Psicoterapeuta in formazione

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