La voce dell’ansia

In un’epoca dove il contratto di lavoro non è più a tempo indeterminato si rischia che diventi indeterminata la psicologia del lavoratore. Lo spauracchio della perdita del posto e i fantasmi della competizione, del mostrarsi al meglio, della produzione e dell’efficienza schiacciano l’individuo riducendolo a lavoratore perfettibile e dal passo lesto.

Cambiare spesso lavoro o l’aggiornamento delle proprie “skills” (abilità) richiede all’individuo un costante ed erculeo sforzo di apprendimento. La lotta per l’automiglioramento si trasforma facilmente in lotta contro le proprie fattezze, interpretate come residui vestigiali di pigrizia psicologica.

E se la Psiche non volesse imparare? Come potrebbe fare per comunicare la sua contrarietà?

Ecco che arriva l’ansia a renderci inefficienti, inefficaci e confusi.

Ansia e crescita professionale

La parola crescere è una parola che va bene per i bambini. Dopo una certa età non si cresce più. Non crescono i denti, non crescono i muscoli. Se dopo una certa età si comincia a crescere, si tratta di cancro (J. Hillman, M. Ventura, Cent’anni di psicanalisi e il mondo va sempre peggio, Rizzoli, Milano, 1992, p.17).”

Mentre si è completamente assorbiti nell’osservare e assimilare ogni minimo dettaglio lavorativo nel minor tempo possibile, a un certo punto ci si sente confusi: è arrivata l’ansia. Non si sa da dove arrivi, ma notiamo che è solo nostra, i colleghi sembrano beati e tranquilli. Perché a noi si e agli altri no? Ci sentiamo diversi. Iniziamo a dormire male e la mattina non vogliamo alzarci dal letto o tendiamo a distrarci bighellonando al cellulare aspettando che l’ansia passi da sé.

A lavoro iniziamo a rimuginare perdendo il focus e rimaniamo indietro con l’apprendimento. Perdiamo la capacità di fare cose che abbiamo già appreso e abbiamo paura che se qualcuno controllasse il nostro rendimento potremmo perdere il lavoro. L’ansia mina l’apprendimento e la crescita professionale. Sfoca lo sguardo e lo rende distorto. L’ansia, che toglie attenzione al lavoro, tenta di restituire il lavoratore a sé stesso e ai suoi compiti di vita.

Apprendimento e individualità

Riuscire a ingozzare la mente con sempre nuove nozioni procedurali ha come conseguenza il far sentire capaci di produrre e quindi il far sentire efficaci. Poi c’è l’altra faccia della medaglia: essere costantemente in una situazione di apprendimento è umiliante. “Apprendere” è la forma psicologica del “crescere” e a trenta, cinquanta o sessantanni si è belli grossi e pretendere dalla mente che possa apprendere all’infinito non è una richiesta legittima, ma è miopia.

“L’ideale della crescita ci fa sentire rachitici (J. Hillman, M. Ventura, Cent’anni di psicanalisi e il mondo va sempre peggio, Rizzoli, Milano, 1992, p.27).

È l’idea che la mente sia un sacco vuoto senza struttura quella che produce l’immagazzinamento forzato delle competenze. Solo perché si è affetti da una cecità psicologica non vuol dire che la psiche non sia piena. L’ansia quindi fa vibrare quella struttura preesistente allo scopo di restituire la vista psicologica mentre sfoca quella lavorativa.

Gli individui ciechi alla visione delle loro fattezze li chiamiamo gergalmente “skillati” (ricchi di abilità lavorative). Sono camaleontici mostri mitologici che sembrano riuscire in ogni situazione lavorativa. Somigliano al personaggio “Zelig” dell’omonimo film di Woody Allen: ci si chiede chi sia davvero e se abbia una sua consistenza. Sembrano liberi dall’ansia, come se fossero liquidi, senza struttura.

L’ansia, rendendo il lavoratore improduttivo lo deforma in individuo sofferente che deve prendersi cura di sé e del suo destino. Questo è il dono che l’ansia fa all’individuo. il destino lavorativo è solo un frammento del destino.

Platone sosteneva che l’Anima deve “ricordare” il suo destino. Per far ciò non serve ingozzarla come un’anatra, ma occorre affinare la percezione di essa guardando alle sue idee e fantasie.

Ansia è paura di non essere

Per paura di non essere nessuno allora devo migliorare o essere tra i primi a lavoro. Questa costrizione data dal perfezionismo è ansiogena. Frustra la psiche che vuole semplicemente ricordare sé stessa. Scambiare la realizzazione individuale, che è un bisogno psicologico, con la realizzazione lavorativa è un errore madornale. E l’ansia ce lo dice.

In quest’ottica se si sbaglia a lavoro lo si vive come un fallimento individuale. La paura di fallire e di perdere il lavoro indicano che si è creata una sovrapposizione importante tra il piano lavorativo e la realizzazione di sé. Va quindi recuperata la capacità di soddisfare direttamente i propri bisogni psicologici e non cercare di coprire la preoccupazione riguardo il proprio destino accumulando senso di efficacia lavorativa.

Competizione a lavoro

Competere equivale a misurarsi. Se mi sto misurando con un collega come se fossimo in competizione vuol dire che ho bisogno di sapere come sono fatto. Se si vuole essere i primi è perché si vuole avere la certezza del proprio valore. Siccome non si sa come si è fatti allora ci si misura per inferire dalla posizione raggiunta sul podio il proprio valore e garantirsi così il diritto di avere un posto nel mondo (avendolo scambiato per un posto di lavoro).

Conclusioni

Il lavoro materiale va disgiunto dal lavoro psicologico. Se la realizzazione della Psiche e dei suoi bisogni viene confusa con la propria capacità di compiere un lavoro allora si vivrà ogni intoppo lavorativo come un’incapacità psicologica e quindi un’impossibilità di adempiere al proprio destino. I due piani iniziano a separarsi grazie all’ansia che come un piede di porco si incista e spinge via sempre più l’individuo intero dalla sua angusta maschera di lavoratore.

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