Fino a qualche anno fa, l’Italia era nota come paese del bel calcio.

Le domeniche italiane avevano un rito ben scandito: messa, famiglia e pallone. Ogni squadra ha i suoi campioni: simboli, bandiere, perfetti eroi. Immagini ideali di una intera comunità.

Nelle ultime ore è stato dato il fischio d’inizio alla nuova stagione calcistica.

Milioni di italiani e non solo si ritroveranno attaccati ad uno schermo o allo stadio a rincorrere con lo sguardo un pallone.




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Il calcio è uno sport che esiste da più di due secoli. In questi anni ha saputo attrarre intorno a se innumerevoli reazioni che hanno tutte una matrice psichica. Ma cosa nasconde questa palla che attira milioni di seguaci, numerosi investimenti e travolgenti passioni?

Proviamo a scoprirlo attraverso la psicologia archetipica …

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Il calciatore: archetipo del guerriero
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Il calciatore incarna l’archetipo del guerriero.

Combatte le sue battaglie sportive con grinta e forza di volontà. Persegue un ideale, in una lotta perenne e in una competitività esasperata per mostrare la propria superiorità sul campo di calcio.

Mosso da furore agonistico difende il proprio terreno finché la palla non centra la rete.

Combattono anno dopo anno con concentrazione e determinazione, undici contro undici: poco importa se intorno a loro gridano migliaia di persone. Quando scende in campo non conosce più amici o fratelli ma riconosce solo gli alleati della stessa battaglia con l’obiettivo di trionfare sull’archetipo del nemico.

La differenza tra un guerriero e un uomo comune è che l’uomo prende tutto come una benedizione o una sciagura, mentre il guerriero prende tutto come una sfida, e le sfide non sono né buone né cattive: sono semplicemente sfide. Carlos Castaneda

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Il tifoso: l’archetipo del puer
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Ogni comunità ha bisogno dei suoi simboli. Ogni individuo ha bisogno di uno spazio in cui raccontare se stesso. Se oggi c’è sempre più distanza dai colori politici, non si può dire lo stesso per il calcio.

Il tifoso è quel puer aeternus che trova un terreno per sfogare la propria identità.

Si è liberi di urlare.

Si è liberi di lasciarsi andare.

Si è liberi di giocare.

Si è liberi di esprimere i propri sentimenti, senza paura di perdere briciole di virilità.

Non a caso i tifosi più estremi “amano” la propria squadra. E come in un amore umano, ci si immerge in una passione irrazionale e, per questo, magica. La vittoria di una squadra di calcio è la vittoria del tifoso e del suo bambino interiore. È la vittoria del puer pronto a collezionare emozioni, figurine e leggende da raccontare.

Ognuno di noi porta dentro di sé un lato infantile, una parte che non può mediare. È come se si attivasse il bimbo che dice: “Voglio tutto e se non posso averlo è la fine”. M.L Von Franz




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La squadra: l’archetipo della grande madre
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Ogni appassionato di calcio non rinnega la propria squadra del cuore. Ne accetta i colori. Introietta i suoi racconti.

Dietro ogni squadra c’è una storia in cui essere accolti. Storie di vittorie, di fallimenti, di delusioni. Storie di incredibili gioie. Nel giro dei novanta minuti, il tifoso si allontana dalla routine quotidiana. Entra in un mondo extraterrestre. Viene divorato in un microcosmo. Con la propria squadra di calcio si può essere salvati. È come una grande madre che accoglie e consola. Si può essere distrutti, come dopo una cocente sconfitta. Ma si può anche vincere e sentirsi parte di un racconto mitologico.

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L’allenatore: l’archetipo del saggio
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Lui più di tutti incarna l’archetipo del vecchio saggio.

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L’allenatore di calcio parla per schemi. Progetta tattiche. Dipinge strategie da far interpretare alla forza irrazionale dei giocatori. Resta distante dal gioco; siede su una panchina. Ma sarà sempre il primo colpevole in caso di sconfitta. L’allenatore non vuole modificare le regole dello scontro tra guerrieri, ma tenta di comprendere le mosse dell’avversario. Guida la forza irrazionale degli undici guardando l’essenza del gioco. Non rincorre un pallone, ma ne anticipa i movimenti. La sfida dell’allenatore, così come del saggio, è quella di decifrare gli indizi che trova lungo il suo cammino.

E’ il Vecchio Saggio buono e comprensivo che capisce e sostiene e dà buoni consigli,  ma anche il Vecchio Re, freddo, crudele  e vendicativo che  intimorisce ed annichilisce. C.G.Jung

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Conclusioni
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Per molti il calcio è solo un gioco.

In realtà, chi segue questo sport assiste a un lungo spettacolo teatrale. Uno spettacolo fatto di rituali, di simboli, di individui e di maschere. Nel calcio si perde l’identità del singolo per acquistare l’identità di un gruppo.

Nel calcio, il gioco del bambino può diventare passione incontrollata dell’adulto. Il calcio, ogni domenica, disegna praterie per l’irrazionale.

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La folla – unita ebbrezza – par trabocchi
nel campo: intorno al vincitore stanno,
al suo collo si gettano i fratelli.
Pochi momenti come questi belli,
a quanti l’odio consuma e l’amore,
è dato, sotto il cielo, di vedere.

Umberto Saba, Goal

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Laureata in Psicologia Clinica e della salute presso l'università G.D'Annunzio di Chieti. Appassionata di Psicologia analitica e archetipica.

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