Analisi archetipica di un nuovo simbolo salvifico 

Dal 6 marzo sono iniziati ad apparire a Brescia dei post-it sulle saracinesche, sui pali della luce, sulle porte e sui muri con la scritta ‘Tutto andrà bene!’. Una curiosa diffusione d’idee che si è allargata a molte altre città sino a tramutarsi negli ultimi giorni in flash mob e gruppi social di portata nazionale.

Accanto alla frase si è aggiunto un arcobaleno sostenuto da due nuvolette, il post-it giallognolo è stato sostituito da cartelloni e lenzuoli bianchi ed il messaggio è divenuto il motto del personale sanitario e di tutti coloro che lo incitano, lo ringraziano e lo sostengono nel duro lavoro di questi giorni e dei mesi a venire.

Chi ha lanciato l’iniziativa?

Sembra che la frase originale sia stata questa: “Tutto andrà bene è una strana magia: si scrive al futuro, si sorride subito”. Una frase poetica come l’autrice dell’iniziativa, una poetessa lombarda che si è voluta tenere nell’anonimato, un gesto nobile motivato con altrettanto stile: “perché sia valorizzato il gesto e non la persona che lo compie. ‘Tutto andrà bene’ è una frase che appartiene a tutti e deve rimanere così”. (Fonti: www.radiomontecarlo.net del 9 marzo 2020, www.agi.it del 6 marzo 2020, repubblica.it 6 marzo 2020).

In un altro articolo avevo segnalato la mancanza di simboli che ci aiutassero a contenere la complessità ed il senso di smarrimento che la pandemia ha creato. Un simbolo è arrivato, diremmo ‘quasi’ dal nulla, dalla mente poetica di una persona che come il fantomatico paziente ‘zero’ ha permesso la diffusione di questo messaggio positivo.

Una frase, un disegno, uno sfondo.

Tre sono gli elementi di questo simbolo che sono emersi da tre dimensioni dell’immaginario collettivo a costruire una forma comunicativa totale capace di accentrare le emozioni di molti e di veicolarle in una corrente rassicurante. Vediamole una per una.

Tutto andrà bene: la profondità della paura

“La ricerca dell’anima conduce nel profondo (J. Hillman, La base poetica della mente, in Fuochi Blu, Adelphi, Milano, 1996, p.39)”.

Si può dire in tutti e due i modi: tutto andrà bene o andrà tutto bene. A volte è seguito da un punto esclamativo, molto importante penso perché sancisce che la frase è un affermazione salvifica. Se ci fosse stato un punto interrogativo avrebbe avuto l’effetto contrario, una domanda alla quale non si può rispondere lasciando aperto l’incerto scenario di un dramma che si cerca di affrontare.

Tutto andrà bene è la frase che è necessario dire prima di ogni impresa ad alto rischio. È un’affermazione proferita da una voce impersonale nel mentre ci affacciamo su di una profondità che mette paura, il buio dell’insicurezza che si spera non celi niente di pericoloso. La voce di chi parla è quella di un genitore che rassicura, di un Padre Eterno o una Magna Mater che vegliano e pregano per noi.

Una preghiera laica rivolta al cuore che si ripete come un mantra, una formula magica per scacciare la paura ed infondere coraggio. Per cercare di controllare il male invisibile e per mantenere la lucidità. Non è un caso che appaia nei disegni anche un cuore, segno di forza e calore.

Il bianco: lo sfondo, l’ampio spazio oltre confini e distinzioni

Il bianco è tonalità di purezza, candore, mai come ora simbolo della decontaminazione. La sanità, il dottore e l’infermiere sono i camici bianchi. Sono gli agenti che operano affinché tutto possa andare bene. Sono loro oggi i paladini di una battaglia che non fa rumore, non distrugge ma uccide. Nella sua purezza il bianco attenua e assorbe l’oscurità dei timori trasmettendo il messaggio di gratitudine e partecipazione, lo sfondo ed il contesto in cui la grande prova del buio si sta affrontando.

C’è la vita e la morte nel bianco e la lotta perché si possa fare del proprio meglio per sopravvivere. Bianca è anche la bandiera di chi si arrende ed il bianco vuole essere un colore che cerca di andare oltre le differenze e le polemiche tra le persone, i colori, le fazioni, tutti sono uguali, tutti hanno diritto ad essere curati e tutti hanno il dovere di accudire tutti. È uno sfondo che accoglie il timore delle affermazioni contro la paura e lascia aperte tutte le prospettive.

L’arcobaleno: l’altezza e la ricerca della speranza

Due nuvolette che sostengono un arcobaleno, un ponte tra due momenti, il fatidico prima ed il drammatico dopo. L’arcobaleno è la luce rifratta dopo la tempesta che brilla sulle gocce d’acqua ed anticipa il sereno. È al contempo un simbolo di speranza e la dimostrazione della presenza di qualcosa di più grande che s’intuisce esistere oltre le avversità.

Il disegno è quello fatto dai bambini, un messaggio complessivamente rivolto ai piccoli. Così vorremmo credere. In realtà, tramite i bambini ed il loro gesto si permette agli adulti di avvalersi di un metodo tradizionale di protezione altrimenti impossibile da farsi in un’epoca così razionale. I bambini ci permettono di creare dei talismani, oggetti simbolici che si mettevano fuori dalle abitazioni per allontanare le presenze malefiche, i morbi e gli spiriti. Per questo è divenuto importante esporre i disegni sui balconi o sui social. Lo stesso gesto fatto da tutti crea un circolo protettivo.

La speranza che l’arcobaleno esprime è la prospettiva del futuro, un modo per rappresentare come si desidera che le cose vadano a finire: nel migliore dei modi. Ma andiamo oltre, scopriamo come i simboli abbiano un intrinseco fattore creativo. L’arcobaleno dalla Cina alla Grecia era associato al serpente, entrambi espressioni delle correnti vitali che univano il cielo e la terra (Cfr. R. Guenon, Simboli della Scienza sacra, Adelphi, Milano, 2000, p. 334-337).

In particolare il serpente celeste, quando aveva una valenza simile all’arcobaleno era accompagnato da un albero o un bastone. Ed il serpente avvolto intorno al palo sappiamo anche essere il simbolo del guaritore, il caduceo della medicina. Il richiamo remoto alla medicina che porta la guarigione appare così nascosto tra i colori iridiscenti dell’arcobaleno dando una connotazione più precisa a che tipo di speranza ci si aspetta. 

Conclusioni. Un vessillo, un bandiera un talismano

Di fronte all’incertezza del mondo, delle prove da affrontare e del confronto con  una natura che si dimostra ancora padrona incontrastata, l’uomo ha sempre creato simboli per contenere ed orientare le proprie paure, esorcizzarle affinché potesse mantenersi lucido e forte per continuare a combattere e sopravvivere. Come in guerra la bandiera si fa anima del corpo militare, così ora nascono nuove bandiere anime del corpo sociale e sanitario uniti per combattere la malattia.

Oggi, come in passato, torniamo ancora a costruire simboli. Non è irrazionale né superstizione. Non siamo più abituati a confrontarci con l’imponderabile e dunque  abbiamo dimenticato i metodi per trovare la sicurezza oltre il semplice razionalismo. L’emergere di questo simbolo è un sintomo positivo che ha rianimato sentimenti collettivi assopiti. Continuiamo a crederci.  

P.S. CLICCA QUI per leggere L’impatto psicologico del Covid-19