Cutting e sollievo

Quando in rete si trovano titoli del tipo “tagliarsi è l’illusione di aver sollievo” mi irrito. Si perché se fossi uno che si taglia direi che il sollievo è tutt’altro che un’illusione.

Quando ci si taglia si prova un sollievo concreto grazie al fatto che il peso che deve sostenere l’anima viene ridistribuito sul corpo. Se, sotto certe condizioni, non portasse sollievo non lo agirebbe.

No, non provate a dire e pensare che questo articolo vuole incitare a tagliarsi, perché non è  questo il suo scopo. Qui parleremo del senso archetipico del taglio e lo faremo difendendo, come sempre il sintomo. Difenderemo il tagliarsi  perché, in qualità di sintomo, ha il potere di indicarci una via.

Tagliarsi, come tutti sintomi, è, al tempo stesso, il male  e la cura. Questo è l’approccio psicodinamico della psicoterapia. Il paziente arriva in terapia e ci chiede di curare un sintomo per poi scoprire che ha più bisogno di “sintomatizzare” la cura. Ora spieghiamo…

Cosa significa sintomo?

La parola sintomo significa semplicemente “cadere insieme”, e in psicologia ciò che accade insieme non va eliminato. Accadere insieme equivale a uno sposalizio, a una coniunctio. Accadere insieme significa soltanto che due immagini si danno reciproca energia. Le immagini si attivano e con loro si attiva la riconfigurazione della struttura psichica.

Questo processo l’alchimia lo chiamava “albedo”, ossia quella fase in cui si avverte la possibilità di vedere nuovi panorami, o di vedere vecchi panorami ma con occhi nuovi. Allora lavorare sulla remissione del sintomo significherebbe che “questo matrimonio non s’ha da fare”? Significherebbe non dare energia alle immagini? Significherebbe  impedire l’emergere di nuovi punti di vista? Una psicoterapia che si rispetti va in direzione opposta. Ricerca il sintomo e le sue componenti archetipiche.

Tagliarsi riti ed archetipi

Allora inizierei uno dei miei, direi brevi, elenchi per attivare i nodi semantici sul taglio. Abramo doveva sacrificare con un coltello il figlio Isacco, la sposa taglia la torta per diventare “Domina”, allo sposo si taglia la cravatta, il taglio del prepuzio nella circoncisione, il taglio rituale nella cucina kosher, il taglio della barba dei giovani patrizi come offerta agli déi, il seppuku o harakiri ossia il suicidio rituale giapponese, Sansone che si taglia la capigliatura… ma la lista potrebbe essere pressoché infinita. Per questo taglierei la testa al toro… Tutto, tutti questi riti riconducono a un gesto, a una emozione, a un bisogno… insomma a un archetipo.

La costellazione emozionale che caratterizza il passaggio da una fase di vita all’altra è sempre la medesima. Si assiste all’incontro del Puer che lascia il passo al Senex. È una morte per inaugurare la rinascita. Ma, si faccia attenzione, non si tratta della morte del Puer per la venuta del Senex ma dell’opposto. Una immagine senescente lascia il passo a un’immagine emergente. Il tagliarsi è il propiziare questa trasformazione, questo passaggio.

Tagliarsi e l’alchimia

Ma una trasformazione non è mai un passaggio facile. Ci pensate alla farfalla che esce fuori dalla crisalide, alla nascita di un bambino o, più banalmente al germogliare di un seme. Quel seme si taglia, si rompe in due e, per farlo, marcisce nella terra. Il seme soffre e deve smettere di essere un seme per diventare germoglio.

Quel vecchio e bozzuto seme deve lasciarsi morire affinché nasca il germoglio. E’ tutto così crudamente straziante. La vita è un personaggio di un cinismo disarmante, travolge tutto ciò che si pone sul suo cammino. Ma continuiamo a usare l’alchimia. Questa, l’alchimia, è una chimica primordiale che non è riuscita a definire come creare l’oro, ma è riuscita a descrivere metaforicamente le fasi di passaggio da uno stato all’altro.

Allora abbiamo, oltre all’albedo, anche una nigredo e una viriditas, ossia abbiamo una nerezza marcescente che prelude alla verdezza del germogliare. Ecco il cutting si pone sul confine tra queste due fasi.

Il  tagliarsi diventa quindi un rito per far si che il seme riesca a germogliare. Purtroppo sta diventando sempre più un rito fine a se stesso. Si confonde lo scopo con il mezzo e il cutting sta assurgendo, psicoticamente, a fine ultimo, a telos. I giovani si tagliano ma costruiscono in quella terra di mezzo la loro casa. Si cristallizzano non riuscendo a far germogliare l’età adulta, in una eterna adolescenza immaginale. E quel sintomo che preparava il terreno all’albedo, ossia al nuovo panorama, si ripiega su se stesso e cristallizza la marcescenza.

Tagliarsi il senso psicologico

Autolesionismo, bluewhale, suicidi adolescenziali, bullismo e traumi di ogni sorta accompagnano le fantasie di chi assiste a un fenomeno di cutting. Ecco che la scienza medica che preannuncia il disastro sempre imminente, per scongiurare il disastro elimina il sintomo. Così facendo butta il bambino con l’acqua sporca. Un po’ come usare il celibato come cura per i reati sessuali, il digiuno in un disturbo alimentare.

Molto dantesca la psicologia medica, usa il contrappasso come panacea. Allora prima di evitare che una persona si tagli dobbiamo chiederci perché il passaggio non avviene, perché le emozioni non si comprendono e non si esprimono, perché faccia così paura vedere le cose da nuovi punti di vista. Del resto se nel secolo scorso questa pratica di autolesionismo fosse stata culturalmente già attiva, avrebbe mitigato queste paure tipiche delle tirannie e degli olocausti orrendi che ci hanno transitati.

Cutting e suicidio: la grande truffa

La paura diffusa che il cutting sia un prodromo del suicidio è ciò che ne impedisce la comprensione da parte degli adulti. Ogni generazione ha trovato le sue “patologie” per sopravvivere agli adulti, e il tagliarsi è una coerente condotta che si oppone all’inflazione di libertà che, sotto l’egida del “sii te stesso”, è stata faticosamente conquistata dalla generazione precedente. Così il cutting è la risposta compensatoria alla libertà di non accedere all’età adulta. Similmente la ipersocialità e la iperconnessione che hanno bandito la solitudine hanno fatto emergere una nuova patologia, ossia il ritiro sociale, quello che i giapponesi hanno chiamato Hikikomori.

Insomma la patologia è la cura nei confronti dei veleni che il progresso porta insieme alle medicine. La patologia è la manifestazione di come la psiche si protegga dagli effetti collaterali del progresso scientifico, tecnologico e culturale. Poi passa.  E lo fa, udite udite, anche senza psicoterapia.

Psicologia archetipica, tagli e ferite

Il valore rituale del taglio è fuori discussione. Sancisce quel passaggio. Lo forza ritualmente. Ci leva dall’imbarazzo e dalla fatica della scelta. Le coppie di fatto, i figli di fatto, i titoli di fatto. Liberarsi dal rito di passaggio è una grande conquista ma rischia di negarci, oltre che il rito, anche il passaggio. E, ve lo confesso, il mio non sposarmi e convivere è proprio un evitamento di questo passaggio.

Allora, se un giovane si taglia, chiedergli di non farlo è ridicolo. Sia perché il giovane già lo sa, sia perché rischiamo di chiedergli di non fare ciò che invece è opportuno, ossia crescere, emozionarsi, stare al mondo. E già… Come è dantesca la psicologia che cura per contrappasso. Il celibato ai reati sessuali, il digiuno ai disturbi alimentari

Corpo e spirito e cutting

Troppo corpo e lo spirito muore, troppo spirito e il corpo muore (C.G.Jung)

Quando un’emozione, un bisogno , un’immagine ci fa male possiamo avere due alternative. La prima è contemplarla e renderla gravida. La contemplazione ingrassa l’immagine, diffonde l’emozione. Ma questo ha un costo, ossia il saper e il dover sostenere la sofferenza di quell’immagine. Invece se ci poniamo nel “fare”, se riportiamo l’attenzione sul corpo, sulla materia. Allora l’immagine svapora declinandosi secondo le leggi non dello spirito o dell’anima, ma secondo le leggi della materia. Oh quanto è di ristoro una frattura alla clavicola ai drammi coniugali, riesce a sanare l’immaginazione fratturata della coppia; e quanto dolce è quell’otite che ci accompagna al funerale di un caro congiunto; e quanto sollievo può dare un ustione alla mano dopo che il partner ci ha lasciato. Il dolore del corpo ci da il tempo di digerire quello dell’anima.

Il sintomo fa la sua via

Una influenza curata dura sette giorni, ma se non la curiamo dura una intera settimana. Similmente al corpo, la psiche sa sempre cosa deve fare per prendersi cura di se. Dunque non ci allarmiamo. Se insieme al cutting ci fossero traumi, abusi, disagi, disturbi di apprendimento, autismo, maltrattamenti o qualsiasi altro evento infausto, ce ne accorgeremmo. Un ragazzo va a scuola, studia, esce con gli amici, guarda la tv, mangia, scrive e si incazza… ogni tanto è felice, ma questo lo riuscirà a dire qualche decade più tardi. Se la qualità della sua vita in tutte queste manifestazioni è buona, allora qualche taglio non deve impaurire.

La psicoterapia quindi potrebbe essere utile a cosa?

A calmare i familiari. Molta psicoterapia oggi svolge soprattutto questa funzione, ossia contenere le paure dei familiari. Anche se troppo spesso sta diventando una delega da parte di genitori pigri che trovano professionisti venali. Al contempo la psicoterapia è il luogo in cui quelle emozioni e bisogni possono scorrazzare per fare la cacca, come cani nell’area a loro dedicata nei parchi pubblici. La psicoterapia usando un linguaggio emotivo aiuterà a non confondere lo strumento con lo scopo. Aiuterà a evitare che, una volta seduti a tavola, ci si nutra del coltello lasciando la bistecca nel piatto o, se siete vegani, il tofu.

Quello di mantenere distinti interno ed esterno è uno dei compiti più importanti dell’analista. Se userà bene i suoi strumenti, libererà la vita dai grovigli delle proiezioni e l’anima dalla sua identificazione con il mondo. (J. Hillman, “Il Suicidio e l’anima”, pag. 121)

Grazie Hillman.

Come sempre, dunque la psicoterapia ha la funzione di aiutare a distinguere l’interno dall’esterno. Distingue il concreto dall’immaginale e aiuta a capire la via per procedere a quel passaggio senza letteralizzarlo e lasciando l’organo più esteso del corpo, la pelle, liscio, candido e bello.

P.S. CLICCA QUI per approfondire l’argomento e leggere: “Perché i ragazzi si tagliano? Il cutting e la Psicologia”

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Info sull'autore

Luca Urbano Blasetti

Psicologo e Psicoterapeuta; Dottore di Ricerca in Psicologia Dinamica sul tema Creatività e sue componenti dinamiche; Responsabile del Centro Emmanuel per Tossicodipendenti di Rieti presso cui cura diversi progetti regionali; autore di diverse pubblicazioni psicologiche; lavora nel suo studio.

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