Depressione e Decapitazione




Non ci può essere nella vita di una persona un fatto più potente di una depressione o di una passione amorosa. [Intervista a J.Hillman di Grazia Casagrande]

James Hillman, padre della Psicologia Archetipica, mette sullo stesso piano di potenza l’Eros e Cronos/Saturno. La Depressione è una delle esperienze più intense che un uomo possa attraversare.

Secondo il dizionario di lingua italiana, l’etimo di deprimere è abbattere: calcare una cosa acciocché si abbassi. 

La Depressione è proprio qualcosa che si abbatte su di noi, si abbassa su di noi come una ghigliottina pronta a recidere il nostro legame con la vita.

La Depressione è quindi una decapitazione.

 

Sintomi della Depressione

Eviterò di elencare il freddo e arido elenco di sintomi tipici di un manuale diagnostico, perché sono troppo distanti dalla realtà e dalla reale sofferenza personale. Per fortuna ci vengono incontro le autentiche espressioni dell’anima che non risiedono in un manuale, ma nella poetica della Psiche.

Sono molto affezionato a questa immagine di Fernando Pessoa, tratta dal Libro dell’inquieudine, che descrive meravigliosamente lo stato depressivo e i suoi sintomi:

Dormire, essere lontani senza saperlo, stare distanti, dimenticare il proprio corpo; avere la libertà di essere incoscienti, un rifugio di lago dimenticato, ristagnante tra gli alberi frondosi, nelle vaste distanze delle foreste.
Una respirazione appena accennata da fuori, una morte lieve dalla quale ci si sveglia con nostalgia e freschezza, un cedere dei tessuti al massaggio dell’oblio. [F.Pessoa, Il libro dell’inquietudine, Paragrafo 433]

 

Le patologie sono dèi, forme dell’emozione che ci attraversano. La depressione è una potente forma dell’emozione che diventa protagonista nella vita di tutti i giorni. Quando accade la depressione, essa stanca le nostre energie, ci fa sentire distanti dal mondo che ci circonda e da noi stessi. La Depressione ci fa sentire un’impotenza interiore ed esteriore, facendoci dimenticare il nostro corpo, direbbe Alexander Lowen.

Secondo lo psicoterapeuta statunitense, l’individuo depresso è depresso a livello energetico. Nel libro Bioenergetica presenta una serie di studi cinematici che dimostrano la lentezza di una persona depressa e l’assenza di energia a livello corporeo. Inoltre, secondo lo psichiatra statunitense, il depresso non riesce a mantenere spontaneamente una respirazione profonda. 

Sigmund Freud per comprendere la Depressione la assecondò nel suo intento, e notò che essa è un’apparente inattività esteriore ma una grande attività interiore. Durante gli stati Depressivi la Psiche personale è concentrata su sé stessa, recidendo il legame con l’esterno.

Saturno: il mito della Depressione

Per parlare di Depressione e seguirla nelle profondità de-presse della Psiche, ci occorre ovviamente la mitologia.

Qual è il mito della Depressione? 

Saturno/Crono,dio della “malattia saturnina”, è il dio che divora, che castra con il suo falcetto, che recide i legami, che presiede le raccolte invernali; inoltre è il dio del tempo e della lentezza.

Le qualità mitiche di Saturno sono le qualità patologiche della depressione. Vediamole nel dettaglio.

 

La Depressione sintomo di ribellione 

Saturno è in primis simbolo della ribellione al padre Urano, così come la depressione è sintomo di una ribellione nei confronti dell’ordine costituito e di ciò che è stata la nostra vita. La depressione si ribella a tutto ciò che è stato e che non può più essere. Vuole ribaltare il passato, vuole tagliare via ciò che di inutile è intorno alla nostra vita.

Ciò che viene tagliato via, come un arto morto, si decompone e mette in atto un processo psicologico di putrefazione, tipico dell’immagine alchemica di Saturno:

Tinte fosche circondano l’immagine di Saturno: in alchimia Saturno era identificato con il processo della putrefazione, e come Sole nero, il Sol niger della nigredo, la fase dell’annerimento, psicologicamente quella fase del lavoro dell’anima in cui la sporcizia che è stata fatta viene lasciata posare, decomporre e putrefare. Fra gli umori classici del corpo, Saturno è l’atra bilis, la bile nera responsabile della depressione e della melanconia. Morte e tenebre pervadono il regno di Saturno e, come avverte Ficino, o il nero attrae l’influsso di Saturno o Saturno porta con sé sentimenti di morte e di decadimento. [T.Moore, Pianeti interiori, p.194]

 

La Depressione come lontananza

Saturno è anche sempre al margine, lontano e distante, come quando nella depressione i nostri occhi dicono a chi ci sta intorno che, anche se il nostro corpo è presente, il nostro spirito è lontano, rivolto all’interno. [T.Moore, Pianeti interiori, p.195]

Con il suo falcetto Saturno castra tutto ciò che vive intorno a lui. Saturno è confinato in un baratro più profondo e isolato del mondo infero: un luogo lontano, al margine della società, distante dagli altri. Come propone Thomas Moore [CLICCA QUI per leggere la nostra esclusiva intervista allo psicoterapeuta statunitense], la Depressione ci rende presenti con il corpo, ma distanti con l’anima. Il nostro sguardo è rivolto altrove, piuttosto che verso il mondo che ci circonda. Nella Depressione, quindi, è come se fossimo in un dentro lontano.

 

La Tristezza di Spinoza

Baruch Spinoza, nell’Etica differenzia i concetti di Letizia e Tristezza.

Per il filosofo ebreo, la Tristezza è una passione a causa della quale la Mente passa ad una perfezione minore. Gli affetti della Tristezza sono il Dolore e la Melanconia. La Depressione quindi, osservandola dal punto di vista di Spinoza, è una passione triste.

La perfezione è qualcosa di compiuto e finito. Dunque l’accadere della Tristezza, della malinconia, quindi della Depressione nella vita di ognuno di noi, vuole rendere meno perfetta la vita, meno compiuta e finita, come se fosse un movimento di ribellione Saturnina, uno sconvolgimento che vuole mettere fine al passato per aprire la Psiche al presente.

La depressione rende imperfette le cose attraverso un’azione deprimente, castrante e rivoluzionaria. Siamo soliti pensare la ribellione come qualcosa di propositivo.

Una domanda che dovremmo porci di fronte ad uno stato Depressivo è A cosa mi voglio ribellare? Cosa ho bisogno di rendere meno perfetto nella mia vita?  

 

La Depressione in letteratura. Farsi curare dalla Depressione

Un’affascinante fonte moderna per le immagini di Saturno è l’opera di Samuel Beckett, il quale, fra le altre cose, raffigura la qualità arida e desolata di una cultura tagliata fuori dalle sue radici fecondanti. Le sue ambientazioni, nei romanzi e nelle opere teatrali, sono spesso, in accordo con la natura di Saturno, spoglie e pallide, solitarie, e decisamente melanconiche. [T.Moore, Pianeti interiori, p.197]

La letteratura è un pozzo ricco di immagini per la Depressione, il cosiddetto “Male Oscuro” che ha afflitto numerosi scrittori. Se Mercurio è il dio della parola, Saturno è il dio della scrittura, quasi come se la Depressione fosse necessaria alla letteratura.

L’atto della scrittura ci impone, come la Depressione, lo stare con noi stessi e le nostre immagini interiori.

Carlo di Lieto nel bellissimo libro L'”io diviso”, ci descrive la Depressione che curò Torquato Tasso.

Esatto, hai capito bene, fu la Depressione a curare Tasso. Vediamo come.

Il 17 giugno del 1577 il poeta italiano cadde vittima di una profonda e duratura crisi depressiva che cominciò simbolicamente con un “lancio di un coltello”, il lancio del falcetto saturnino che separa ciò che era da ciò che è.

Quando siamo depressi infatti ci sentiamo “separati”, isolati da ciò che eravamo una volta, e anche dal mondo circostante.

O io sono non solo d’umor malinconico, ma quasi matto, o ch’io sono troppo fieramente perseguitato“. La “patologia” principale di Torquato Tasso non era la Depressione, bensì una sorta di delirio di persecuzione. La Depressione, in questo caso, è la possibilità, del poeta italiano, di evadere e di uscire dalla follia paranoide che lo rendeva inquieto. Il sintomo Depressivo era un accadimento psichico ben preciso. [Della stessa opinione era lo psichiatra Gaetano Boschi]

Tasso infatti affermava “Se non lavoro impazzisco”. Il suo lavoro di scrittura, il suo entrare in Depressione, quindi la sua ricerca interiore, fu la salvezza dalla sua follia.

La malinconia del Tasso è una disposizione dello spirito, feconda di idee poetiche; è una condizione catalizzatrice, che porta alla creatività artistica. [C. Di Lieto, L'”io diviso”, p.166]

La Depressione come età dell’oro 

Abbiamo appena visto che possiamo permettere ad un sintomo di curare la nostra vita. A volte abbiamo bisogno della Depressione come età dell’oro.

Saturno infatti è anche colui che governava l’età dell’oro. Questo sottolinea il ruolo importante, prezioso e produttivo della Depressione per la Psiche dell’uomo.

L’età dell’oro è un periodo leggendario nel quale l’uomo non aveva bisogno di leggi (vedi l’anima ribelle di Saturno), si viveva nell’abbondanza, nella prosperità, non c’erano guerre e l’uomo viveva senza odio. Era sempre primavera e non esistevano caldo e freddo. L’età dell’oro era un luogo di riposo e pace.

Esiodo, curiosamente, descrive l’età dell’oro come un’epoca in cui gli uomini passavan la vita con l’animo sgombro da angosce, lontani, fuori dalle fatiche e dalla miseria; né la misera vecchiaia incombeva su loro […] tutte le cose belle essi avevano. 

Questa descrizione leggendaria ci dimostra come la Depressione possa essere, in realtà, la ricerca interiore di una nuova vita, un’età dell’oro ormai perduta. 

 

James Hillman, la Depressione e la fine: le fantasie di suicidio

 

Un giorno Hillman, durante una conferenza a un’università, fu interrogato sulla depressione. Com’è – si chiedevano gli studenti – che la sua psicologia si riferisce così spesso alla depressione come sostenendola? Tanto che alcuni critici pensano che lui e i suoi seguaci debbano essere dei tipi depressi. La replica di Hillman fu che la depressione è una risposta al diffuso attivismo maniacale, e che è un morire al mondo selvaggio del letteralismo. [T.Moore, Pianeti interiori, p.199]

Grazie alla depressione ci muoviamo verso l’interno immaginale di Psiche, e non più verso l’esterno e le azioni dell’Io. La depressione forza la creazione di uno spazio interiore necessario, che la quotidianità ci impedisce di vivere. Un luogo isolato, un’età dell’oro personale nella quale prosperare e vivere per un attimo lontani dal mondo, per costruire una nuova immagine di sé, per potersi quindi re-immaginare. 

Fino a che rimaniamo prigionieri della ciclica contrapposizione tra speranza e disperazione, in cui l’una produce l’altra, fino a che le nostre reazioni alla depressione hanno come scopo la resurrezione, nel sottinteso che fermarsi in basso è peccato, noi rimaniamo cristiani in psicologia.
Eppure, è attraverso la depressione che entriamo nelle profondità, e nelle profondità troviamo l’anima. La depressione è essenziale al senso tragico della vita. Essa inumidisce l’anima arida e asciuga quella troppo umida. Dà rifugio, confini, centro, gravità, peso e umile impotenza. Essa tiene vivo il ricordo della morte. La vera rivoluzione comincia nell’individuo che sa essere fedele alla propria depressione. Che non si dibatte per uscirne, preso in un alternarsi di speranza e disperazione, né la sopporta pazientemente finché la marea non retrocede, né la teologizza, ma che scopre invece la coscienza e le profondità di cui essa ha bisogno. Così ha inizio la rivoluzione per il bene dell’anima. [J. Hillman, Re-visione della psicologia, p.180]

 

La Depressione, secondo il linguaggio alchemico, è la nigredo, l’opera in nero. In questa fase la Psiche è esausta, inaridita, bloccata, depressa e confusa. 

Secondo Hillman, in Psicologia Alchemica, il nero scardina il paradigma; dissolve ciò su cui contiamo in quanto care e reale. [J.Hillman, Psicologia Alchemica, p.102] 

La Depressione, il nero dell’anima, è quindi un’energia scardinante, decostruttore di paradigmi: decapitante.  

La psicologia alchemica ci insegna a leggere come conquiste i periodi di sterile amarezza e aridità, le malinconie che non sembrano placarsi mai, le ferite che non si rimarginano, le schiaccianti mortificazioni della vergogna e gli imputridimenti dell’amore e dell’amicizia. Questi stati sono un inizio perché sono una fine, dissoluzioni, decostruzioni. [J.Hillman, Psicologia Alchemica, p.103]

La Psiche è paziente, può rimanere nel nero e nella Depressione fino a quando la fine di qualcosa non è ammessa, accettata e vissuta.

È per questo motivo che in stati Depressivi possono insorgere fantasie di suicidio, tentativi o atti. Nei momenti Depressivi dell’anima, Psiche esige una decapitazione, una morte di una parte di noi. Purtroppo però, a volte, si confonde la parte per il tutto e, incapaci di immaginare, letteralizziamo con l’Io la morte. In questo modo una morte psichica diventa una morte letterale. 




Curare la Depressione: la decapitazione

Come curare la Depressione?

Non so se la domanda è ben posta tuttavia esistono almeno due modi di relazionarsi terapeuticamente alla depressione: reagire ad essa, o cedere all’oblio?

Mi capita spesso di sentire infiniti dibattiti tra psicologi su quale sia la formula più giusta per sconfiggere il “male oscuro”, tuttavia non credo che ci sia una risposta univoca a questa domanda. Tale risposta non può esserci perché in primo luogo, ognuno ha una sua equazione personale, quindi ognuno si relaziona in modi differenti con la depressione. Il dio Cronos ci attraversa, ma non attraversa un corpo vuoto, bensì un’insieme di altre emozioni, sentimenti e coordinate personali, creando reazioni uniche e irripetibili.

In secondo luogo, entrambi gli approcci hanno un punto immaginale in comune: la decapitazione.

Pertanto, come curare la Depressione? La risposta immaginale, secondo James Hillman, è la decapitazione, ovvero una separazione [separatio]

Possiamo reagire decapitando il nostro stato depressivo, ma possiamo cedere all’oblio assecondando il movimento decapitante della depressione. In entrambi i casi il movimento psichico è lo stesso e, in realtà, ci lasciamo curare dalla Depressione, intesa come esigenza decapitante e rivoluzionaria della vita.

Quando accade la Depressione, essa ha uno scopo ben preciso: ribellarsi alle prigioni interiori ed esteriori nelle quali è intrappolata la Psiche, ribellarsi alle regole che ci hanno imposto e che ci siamo imposti, ovvero alla “legge del padre Urano”.

 

Per concludere, mi torna in mente il finale di Invito ad una decapitazione di Vladimir Nabokov che, riletta ora in chiave psicologica, è un vero e proprio manuale di terapia per la Depressione. 

La decapitazione finale del protagonista, Cincinnatus, è immaginale. Grazie a questo rito psichico riesce a separarsi dalla realtà che lo aveva imprigionato. In fondo l’unico modo per uscire da una prigione è morire, o aspettare la morte fino a quando non si è pronti. 

Alla fine del romanzo della piazza rimaneva ben poco. Il palco era crollato ormai da un pezzo in una nube di polvere rossastra. L’ultima a passarvi accanto di corsa fu una donna con uno scialle nero, che portava in braccio, come una larva, il piccolo carnefice. Gli alberi caduti giacevano a terra appiattiti, senza rilievo alcuno, mentre quelli rimasti ancora in piedi, pure bidimensionali, con di lato l’ombra del tronco a suggerirne la rotondità, a stento restavano aggrappati con i rami alla maglia lacerata del cielo. Tutto stava andando in pezzi. Tutto stava cadendo. Un vento vorticoso sollevava e faceva turbinare polvere, stracci, schegge di legno dipinto, pezzetti di gesso dorato, mattoni di cartapesta, manifesti: rapida trascorreva un’arida oscurità; e in mezzo al turbinio della polvere, agli oggetti che cadevano, allo scenario sbatacchiato del vento, Cincinnatus s’incamminò verso il luogo dove, a giudicare dalle voci, c’erano esseri simili a lui. [V.Nabokov, Invito ad una decapitazione, p.222]