La guerra del Coronavirus

Con l’avvento del coronavirus le nostre vite non sono più le stesse.

Questa pandemia segnerà uno spartiacque nella storia dell’uomo e, di conseguenza, del cosmo, inaugurando forse una nuova era geologica in cui l’umanità ne sta uscendo disadattata e disumanizzata.

È stata paragonata a una guerra, ma tutto ha, tranne le caratteristiche di una condizione storica e soprattutto esistenziale della guerra.

La guerra appartiene all’uomo e come tutte le cose umane, la religione, il sesso, la morte, il legame sociale, la patria, riceve significato dai miti. I miti sono la narrazione dell’irragionevole e nell’identificazione è la loro virtù terapeutica. (Hillman J., 2004, Un terribile amore per la guerra. Adelphi, Milano)

Come in guerra, un nemico ci ha attaccati. Ma non è chiaramente identificabile e riconoscibile, anzi, in maniera subdola e invisibile cammina sugli stessi binari delle nostre amicizie, delle nostre relazioni affettive, intime, sui nostri contatti di pelle, sulle superfici che tocchiamo.

E, al contrario della guerra, non ci sono né vincitori né vinti, perché non fa alcuna distinzione di rango, di gerarchia, di etnìa, su chi aggredire.

Ha minato, inoltre, la qualità intrinsecamente relazionale dell’essere umano, impedendogli ogni forma di interazione fisica. La guerra questo non l’ha mai fatto.

Sono molte le interpretazioni e le analisi di questo fenomeno da parte di pensatori, giornalisti, scrittori, filosofi, poeti.

Oggi voglio ‘osare’ una lettura capovolta di questo fenomeno epidemico, seguendo proprio il meccanismo interno di questo virus, attraverso una lente simbolica, non medico-scientifica, ovviamente.

Corpo e isolamento sociale

Per secoli abbiamo agìto contro-natura, antropizzando l’intero pianeta.

Abbiamo inquinato enormi distese marine, abbiamo disboscato foreste, nutrito di plastica intere specie animali e creandone isole artificiali, ‘bucato’ persino l’atmosfera, il tutto a causa delle nostre miopi esigenze. E adesso, provocando persino il salto di specie di un virus che abitava indisturbato altri organismi animali e che nell’uomo ha generato una pandemia di tale portata.

Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato. (Papa Francesco, preghiera speciale per l’emergenza sanitaria)

Sembra che adesso l’ecosistema stia richiedendo un duro contrappasso all’uomo, imponendo a lui, stavolta, di vivere contro-natura, forzandolo cioè a comprimere la propria indole relazionale. E le relazioni hanno sempre a che fare con il corpo-in-relazione a un’altra corporeità.

È attraverso la corporeità che si sviluppa il proprio senso culturale, che è appunto quello corporeo. La stessa identificazione dell’io e la differenziazione dagli altri avviene attraverso la percezione corporea, luogo dell’incontro interpersonale e del riconoscimento sociale (G. MOLLO, La via del senso, La Scuola, Brescia 1996)

Ortega Y Gasset (1914, Meditazioni del Chisciotte, 2014, Mimesis, Milano-Udine) sostiene che il nostro stesso corpo non è altro che una parte del mondo che c’incontra, ed è nel vivere incontri che possiamo vedere, analizzare, investigare le cose-corpo e le cose-anima. Il nostro corpo è una risonanza del mondo e vive della relazione con le cose, con gli altri e con il mondo.

Per la prima volta nella storia siamo costretti, per la nostra stessa salvaguardia, all’isolamento sociale.

Le misure restrittive, infatti, sono andate per gradi, invitando prima al distanziamento precauzionale, quindi né strette di mano, né baci e né abbracci per salutarci.

E questo ha provocato un sottile imbarazzo che rendeva i saluti ironici, sollevando le mani in alto o inventando nuove forme di saluto, con i piedi, con i gomiti, secondo la creatività di ognuno.

Immediatamente dopo, siamo stati costretti per legge a dover restare nelle proprie case e con il proprio nucleo familiare (per chi ce l’ha un nucleo familiare), mantenendoci ad uno stato di ‘endogamia locale’.

Fuori, nel mondo, adesso c’è una minaccia invisibile che agisce silenziosa verso ciascuno di noi. Tutte le attività ‘umane’ sociali e socializzanti sono interdette. Le città mostrano il loro volto spettrale attraverso strade deserte e saracinesche chiuse.

La natura relazionale umana

Perché questo divieto ci costa così tanta fatica, tale da dover esercitare la ‘forza’ della sanzione penale o addirittura dell’esercito per farlo rispettare? Perché ci viene così difficile? Non dovrebbe essere nostro stesso interesse ‘ritirarci’ per proteggerci?

E invece no. È proprio la natura relazionale e sociale dell’essere umano che non può essere frenata.

L’uomo nasce e si sviluppa in contesti aggreganti, in appartenenze, in sodalizi, legàmi in una sola parola.

Spezzare questi legami attraverso l’isolamento sociale sembra essere una legge innaturale, esattamente come quella che l’uomo stesso ha inflitto all’ambiente, piegandolo, violentandolo ai propri bisogni e al proprio profitto.

Un terribile amore per la guerra

Tornando alla metafora bellica, gli ospedali vengono descritti come trincee, i medici come solfati, e continuamente la tv aggiorna il bollettino con il numero di positivi o di morti (per forutna anche di guariti) da COVID-19.

Tuttavia, se apparentemente somiglia alla guerra, di fatto nulla ha a che vedere nella sua dimensione più profondamente ‘umana’.

La guerra appartiene alla nostra anima in quanto verità archetipica del cosmo. (Hillman J. (2004) Un terribile amore per la guerra. Adelphi, Milano)

Sì, ho proprio detto questo, la dimensione profondamente umana della guerra, o meglio, della condizione esistenziale della guerra, che non capovolge la natura umana, ma anzi, la ‘esalta’.

Quello che infatti più ci sta facendo soffrire di questa pandemia, è il dover combattere da fermi, l’essere costretti a un’immobilità ‘depressiva’ delle nostre vite svuotate di impegni, lo sforzo ‘dis-umano’ del sentirsi utili se si è socialmente ‘inutili’, cioè fuori dal circuito produttivo della società del lavoro, rimanendo in stand-by. Non mi riferisco chiaramente alle conseguenze economiche di questa scelta governativa (che già stanno per emergere sotto gli occhi di tutti), ma all’aspetto più connaturato dell’uomo, legato alla realizzazione dei propri desideri, delle proprie aspirazioni e che non prescindono mai dal contatto con l’altro, che sia socio o amico, sia che sia concorrente o nemico.

È come se ci fosse stata depotenziata e negata la dimensione ‘marziale’ dell’anima, parafrasando l’opera di James Hillman ‘Un terribile amore per la guerra’.

O ancora, guardando al fenomeno da un altro sfondo epistemologico, quale quello gestaltico, ci è stata negata l’esperienza fisiologica dell’aggressività, intesa come ad-gredere, cioè andare verso l’altro, che implica una forza primaria positiva, legata all’energia vitale del mordere (Perls F., 1942, L’io, la fame e l’aggressività,2003, Franco Angeli, Milano), alla capacità di destrutturare la realtà per crearne (o co-crearne) una nuova (Spagnuolo Lobb M. (2011). Il now-for-next in psicoterapia. La psicoterapia della Gestalt raccontata nella società post-moderna, Milano: Franco Angeli)

In ogni aggressività dunque è possibile rintracciare un’intenzionalità di contatto, e in ogni conflitto da essa risultante esiste una potenzialità di migliorare il contatto” (Spagnuolo Lobb)

Se pensiamo alla guerra, attraverso i racconti degli anziani o anche attraverso i film, pensiamo ai soldati da una parte, e alla comunità civile che si rifugia dalle bombe durante il coprifuoco, segnato dall’arrivo della sirena.

L’aggressività costituisce un ‘passo verso’ l’oggetto dell’appetito o dell’ostilità” (Perls F, Hefferline R.F., Goodman P., 1951, Teoria e pratica della terapia della gestalt. Vitalità e accrescimento nella personalità umana, 1997, Astrolabio, Roma)

Il soldato in guerra, prova sì, paura, ma s’identifica anche con tutto se stesso con l’atto eroico che gli permette di ‘immolarsi’ per la propria Patria o per il proprio popolo contro il fronte nemico.

Ares e Afrodite

Inoltre, il soldato non combatte mai da solo, ma con i propri commilitoni, all’interno del proprio plotone militare, persino nelle trincee non è solo, ma con i suoi compagni, per i quali prova anche un forte legame affettivo. Questo scenario così estremo, come quello della guerra, non nega la componente profondamente relazionale e aggressiva al tempo stesso dell’essere umano. È un momento in cui Eros e Tanatos (per citare Freud) si fondono, così come Afrodite e Ares.

Afrodite con la sua dolcezza e la sua grazia vitale prova per Ares un’attrazione che dice la commistione di crudeltà e bellezza; Ares è assassino ma anche musico, e danzatore. Niente di peggio che fingere la sua inesistenza. Chi non lo ama, anzi soprattutto chi non lo ama, deve avere la forza di guardarlo in faccia (Hillman J., 2007, Figure del mito,2014, Adelphi, Milano)

Allo stesso modo la popolazione si stringe attorno alla comunità per sostenersi, per rifugiarsi, per sfuggire INSIEME al pericolo.

Qui siamo chiamati invece a fuggire da soli il pericolo, a combatterlo isolandoci nelle nostre abitazioni, facendo ‘vuoto’ non solo di impegni, ma soprattutto di relazioni. E nei letti d’ospedale anche a morire da soli.

Si può dimostrare che almeno l’annientamento, la distruzione, l’iniziativa e l’ira sono essenziali alla crescita nel campo dell’organismo/ambiente; in presenza di oggetti razionali questi atti sono sempre ‘sani’ e in ogni caso essi non possono venir ridotti senza una perdita di importanti settori della personalità, in particolare la fiducia in sé stessi, il sentimento e la creatività.

Altre aggressioni, come il sado-masochismo, la conquista e il dominio, nonché il suicidio, si possono interpretare come derivati nevrotici” (Perls, Hefferline, Goodman, 1997, pp. 148-149)

Altri derivati ‘nevrotici’ odierni sono la deviazione improvvisa se incrociamo qualcuno nello stesso nostro marciapiede, lo sguardo diffidente, ‘estraneo’, ‘inespressivo’ che tiriamo fuori dalle nostre mascherine quando usciamo a fare la spesa, qualsiasi nostro gesto sociale residuo ormai dominato dalla paura del contagio e quindi del contatto.

Il corpo negato

Il virus ci sta privando della prossemica, delle strette di mano, degli abbracci, dei baci, di tutta quella dimensione affettiva attraversata da una corporeità tridimensionale, tattile e olfattiva, adesso de-materializzata in pixel attraverso uno schermo bi-dimensionale.

E dalla tecnologia, dalle web-cam, dagli aperitivi online, non possiamo eludere la nostra umanità relazionale e corporea, che persino in una condizione estrema come la guerra, non viene compromessa, ma anzi, a mio avviso, esaltata.

Adesso siamo costretti a combattere una guerra seduti sui nostri divani, impigriti dalle nostre serie tv, ‘drogati’ da notizie dell’ultim’ora, bulimici di ricettari da chef e manicaretti gourmet.

E persino nella morte, il malato e i suoi familiari sono spogliati della loro umanità, senza un rito, senza un fiore, senza una vestizione che dia dignità al defunto. Anche questo è dis-umano.

Trattare una malattia come fosse una guerra ci rende ubbidienti, docili e, in prospettiva, vittime designate. I malati diventano le inevitabili perdite civili di un conflitto e vengono disumanizzate appena, per usare le parole di Sontag, “perdono il loro diritto di cittadinanza da sani per prendere il loro oneroso passaporto da malati” (Sontag S., 1978, Malattia come metafora, Einaudi, Milano)

Ecco perché questa pandemia tutto ha, tranne che le caratteristiche della guerra, o meglio, le caratteristiche dell’umano, togliendo corpo, relazioni, ritualità.

P.S. CLICCA QUI per leggere Il Coronavirus e i disturbi di personalità: tu in quale ti riconosci?