Il divino dentro di noi




Cristo è una forma dell’emozione [Fernando Pessoa]

Potrei iniziare con diversi discorsi etimologici sulla parola Chiese. Tuttavia, vorrei dire preliminarmente una “banalità”, ovvero qualcosa “che appartiene a tutti”: la chiesa è un luogo, etimologicamente uno stare e un distendere.

Cosa “sta” e cosa si “distende” all’interno di una Chiesa? Il divino.

Le Chiese sono luogo, e più in particolare, il luogo di Dio e di Cristo. Le Chiese, ovviamente da un punto di vista psicologico, sostengono e accolgono Dio e il Diavolo, ovvero la potenza dell’archetipo divino nella sua totalità. Si può, perciò, intendere chiesa tutto ciò attraverso cui si distende il divino.

Per accedere al divino abbiamo bisogno di incenso, silenzio, eco e rito, quattro degli elementi immaginali della Chiesa.

Il rito è vita. Viviamo di riti e ritmi, di ripetizioni ossessive, finché, ad un certo punto, ci stanchiamo e moriamo. Viviamo di battiti ossessivi del cuore, di ripetizioni e respiri, di quotidianità e regolarità. La Chiesa contiene in sé il nostro aspetto rituale e al tempo stesso vitale.

L’incedere dell’odore della Boswellia sacra (la pianta incensante) brucia e ci brucia dentro. L’incenso serve a far “elevare”, come fumo sacro, le nostre domande sottoforma di preghiera fino ai “piani alti”, per raggiungere Dio. L’incenso è l’eros, la fiamma che brucia della relazione.

Il silenzio fa spazio dentro di noi per l’arrivo del divino che si manifesta, ma soprattutto fa spazio per Eco.

Conosci la storia di Eco? Rimando il discorso a fine articolo, nelle conclusioni. Intanto partiamo con l’analizzare il divino di una Chiesa.

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Tu chiamale se vuoi Emozioni

Dio, nella psicologia archetipica, è una malattia. Hillman infatti ci ricorda che “da qualche parte Jung disse che “gli dèi sono diventati malattie”. Ma dio, questa volta con la lettera minuscola per riferirmi ad ogni tipo di dio che può vivere attraverso una chiesa, è soprattutto un’emozione, in quanto ogni malattia è emozione, ovvero un movimento dell’anima.

Da questo punto di vista le Chiese diventano il luogo dove le emozioni prendono forma, dove il divino prende forma. Per questo motivo nell’incipit dell’articolo ho citato il “mio” Pessoa: Cristo è una forma dell’emozione [1]. Ogni dio, pagano, cristiano o di altre religioni, è una forma dell’emozione.

“Gli antichi sapevano che gli dèi non esistevano, che erano un inganno, ma nello stesso tempo sapevano che esistevano, poiché si poteva sentire la loro potenza”. [2]

La potenza di un dio è trasmessa tramite l’emozione che è movimento. Un movimento che ci attraversa e che ci permette di muovere.

Sappiamo ormai, grazie alla tradizione archetipica, che le emozioni non ci appartengono, ma ci attraversano, proprio come il divino: esso non è nostro.

I nostri modelli teorici sostengono che le rabbie, le paure, le passioni, sono sotto la nostra responsabilità: esse, in un certo senso, sono localizzate dentro di noi. Senza dubbio è lì che le sentiamo: la tristezza nei nostri occhi, il pianto in gola, la stretta al petto, il crampo di paura nelle viscere, lo sguardo paranoide che scruta geloso il viso dell’amato. Senza dubbio, come già le teorie sull’emozione hanno detto, a partire da Galeno fino a William James, l’emozione è una condizione fisiologica interiore. Senza dubbio, si trova dentro la pelle, giù in fondo all’ippocampo, al sistema ormonale, al corpo animale di una persona. Quello che intendo sostenere, tuttavia, è che il fatto di percepire le emozioni dentro di noi e di patirle nel nostro fisico non vuol dire che esse siano “nostre”. Anzi, io credo che le emozioni siano lì per renderci “loro”. Esse vogliono possederci, governarci, conquistarci completamente al loro modo di vedere. [3]

Le “divine emozioni”, per manifestarsi e per distendersi, necessitano di un luogo: le Chiese.

Confessioni

Per scrivere l’articolo, dopo tanto tempo, ho provato ad entrare in chiesa, questo edificio così maestoso e imponente che incute reverenza, timore e rispetto. Guardandomi intorno ho ricordato chiaramente che si entra in chiesa per confessarsi, pregare e invocare.

A volte entriamo in Chiesa per sentirci puri, purificati, etimologicamente puniti. La punizione è una dinamica dominante nella cultura cristiana occidentale. E spesso ci comportiamo per “punizioni” ed educhiamo per “punizioni”.

Purtroppo capita che ciò che ci spinge all’analisi è il sentirci purificati, quasi come se si fosse nel confessionale della chiesa.

Per fortuna l’analisi non purifica, quindi non punisce. Il senso di colpa legato alla punizione con il quale si entra in analisi non viene rinforzato da un prete che confessa, ma viene accolto da un diavolo che ribalta.

Mi viene in mente a questo punto l’incipit scritto da Ginette Paris, per il suo libro Grazia pagana.

“La psicologia archetipica si presenta come antidoto a una psicologia che ci chiede di essere al tempo stesso senza incrinature psicologiche e senza sintomi, secondo i modelli dei santi che vengono immaginati senza peccati e di un dio che ha rinnegato la propria ombra, il diavolo. Le divinità pagane mi attirano proprio perché ciascuna si presenta perfetta e incompleta, divina e diabolica al tempo stesso, folli e sagge alla maniera dell’inconscio.” [4]

In qualche modo la psicoanalisi è riuscita lì dove ha fallito la Chiesa cristiana: accogliere il diavolo. Mentre la Chiesa ha proiettato il senso di colpa sugli atti diabolici della psiche, peggiorandoli, la psicoanalisi è diventata il luogo di liberazione del diavolo.

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Domandare

Esiste un altro modo per accogliere e distendere il divino, quindi fare chiesa: il pregare, ovvero il domandare.

Etimologicamente Chiesa significa chiamare/invocare/richiedere. La Chiesa è il luogo attraverso il quale invochiamo le emozioni, la rabbia, la paura, la gioia e il dolore: richiediamo la loro presenza.

Inoltre entriamo in chiesa per pregare, quindi per chiedere. Entriamo in chiesa per porci delle domande sull’esistenza e per fare domande a Dio, il quale non risponderà. È proprio questa la funzione della Chiesa: porre delle domande senza risposta.

Nella vita di tutti i giorni sono pochi i momenti nei quali ci è permesso domandare. Fin da quando siamo piccoli non siamo educati a fare domande, tutt’al più a rispettare regole. Tuttavia la domanda ha una valenza decisiva per la Psiche.

Porre una domanda significa liberare l’altro intrappolando noi stessi.

Una volta fatta una domanda, non possiamo più controllare l’altro, non possiamo controllare la sua risposta. È per questo motivo che attraverso una domanda offriamo libertà all’altro e, al tempo stesso, ci affidiamo alla sua risposta.

In psicologia, durante le sedute con i pazienti, la domanda libera, mentre la risposta, il consiglio o l’interpretazione (che è una forma di risposta) imprigionano. È facile cadere in tentazione fornendo risposte, tuttavia credo che i pazienti, spesso, ma non sempre, abbiano bisogno di essere liberati piuttosto che imprigionati.

Spesso fare domande ci spaventa proprio per questo motivo: la domanda non permette di controllare la risposta e, propedeuticamente, non permette di controllare l’altro. La risposta spiazza, è incontrollabile e imprevedibile. Preferiamo non fare domande. Personalmente, quando lavoro, mi stupisco sempre dell’imprevedibilità delle risposte che mi forniscono i pazienti. Rispondere, poter rispondere ad una domanda significa poter essere liberi di esprimere sé stessi senza vincoli, e conoscersi nella libertà.

Le domande liberano il divino nell’altro, ovvero, come abbiamo visto all’inizio dell’articolo, le sue forme patologiche e le forme dell’emozione.

In fondo, qual è il senso della psicologia? Non è forse quello di liberare le persone? Le interpretazioni servono per raccontare una storia, o per scrivere un caso clinico, o per imbrigliare la forza liberatoria di una domanda. Ma la vera analisi si compie, e compie il suo destino, attraverso le domande.

Il caso clinico narrato o scritto è la risposta dell’analista alle domande che si pongono in terapia. Mentre, la vita quotidiana è la risposta del paziente a quelle stesse domande che sono state poste durante la seduta. Non è detto che i due tipi di risposta coincidano. È per questo motivo che la vera essenza della psicologia, il punto di contatto tra paziente e analista, risiede nelle domande.

La psicoterapia è l’arte della relazione diceva Carotenuto. Inoltre, sento dire che la psicoterapia è l’arte dell’ascolto. Ma per ascoltare bisogna aver precedentemente posto una domanda. Un ascolto attento è semplicemente un ascolto prima e dopo del quale, accadono domande.

Si entra in Chiesa per porre delle domande. Tuttavia sono domande che non ci permettono di essere totalmente liberi perché Dio giudica, in particolare risponde con i suoi giudizi e le preghiere dei confessionali. Dello stesso parere è Emily Dickinson quando fa poesia:

Il rosso sopra il colle annulla la mia volontà

se qualcuno sogghigna

stia attento, perché Dio è qui,

questo è tutto.

L’etimologia di sogghignare è “mettere il giogo”, imprigionare. Le risposte giudicanti annullano la volontà facendoci indossare il giogo.

In questo senso per l’analista è importante non giudicare, ma scoprire insieme al paziente la risposta ad ogni domanda, magari attraverso un’altra domanda: fare domande fino allo sfinimento, finché ad un certo punto la realtà non si mostra.

Non è importante che nel rapporto il paziente riceva delle risposte esplicite, ma è fondamentale che in esso si crei quel clima psicologico per cui egli possa sentirsi riconosciuto nella sua irripetibile unicità. Anche se gli autori si esprimono con linguaggi diversi, cosicché in psicologia possiamo contare numerose teorie, in realtà le loro metafore rimandano a quest’unico fattore realmente determinante: la creazione di un campo psicologico nel quale il paziente sia finalmente libero di esprimere le sue emozioni e le sue fantasie, ritrovando il contatto con la sua capacità di stupirsi di fronte a se stesso e al mondo. Sosteneva Picasso che i colori, al pari dei lineamenti, “seguono i mutamenti dell’emozione”. Cosa pretendiamo dai colori? Quali doni ci aspettiamo da un quadro? Emozioni, risponde Picasso: “Quello che voglio è che un quadro susciti solo emozione. [5]

Conclusioni

Come promesso per le conclusioni userò la storia di Eco, una ninfa innamorata di Narciso, ma purtroppo maledetta da Era a ripetere per sempre le ultime parole dell’altro. Il terapeuta in analisi è come Eco, mentre il paziente in qualche modo rappresenta Narciso.

Il terapeuta è maledetto a ripetere le parole della persona che gli è davanti. Ma, a differenza della ninfa greca, può aggiungere un preziosissimo punto interrogativo. Narciso pensava che Eco lo stesse prendendo in giro e così si allontanò da lei.

In analisi il paziente deve essere narcisista: deve guardare sé stesso nello specchio d’acqua, deve ascoltare l’eco della sua memoria, sentirsi libero e andare via.

Come Eco, noi terapeuti, amiamo Narciso/paziente attraverso le domande, siamo maledetti a non avere altri strumenti per essere terapeutici: l’amore, la relazione e il nostro carattere che si riversano all’interno delle nostre domande. In principio siamo soli e subito dopo la terapia rimaniamo soli. Dobbiamo farci carico, attraverso le domande, delle prigioni dell’altro, “liberandolo da ogni male”.

In fondo la stanza del terapeuta è un luogo di domande. Si entra con l’aspettativa di avere risposte, tuttavia si trova l’eco e il silenzio di una chiesa dove, attraverso un rito, poter incensare i propri dèi, la propria equazione personale.

Bibliografie e Note

1. Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine, Paragrafo 268

2. Ginette Paris, La grazia pagana, p.158

3. James Hillman, Figure del mito

4. Ginette Paris, La grazia pagana, p.13

5. Aldo Carotenuto, Trattato di psicologia della personalità, p.680

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P.S. Questo articolo è tratto dal n.17 della Rivista di Psicologia L’Anima Fa Arte: CHIESE. CLICCA QUI per leggerlo e scaricarlo gratuitamente