Empatia e cultura contemporanea




L’empatia è uno di quei concetti più sopravvalutati e distorti dalla cultura psicoeducativa del momento.

La parola empatia riempie la bocca di chiunque.

“Sono empatico”. Quando sento questa affermazione, dei brividi mi percorrono la schiena. 

Ormai l’abbiamo assimilata così passivamente che è finita per diventare un termine senza senso con una grave implicazione per la psicologia e per le relazioni umane.

Dai media alle università, l’empatia sembra che sia alla base della psicologia contemporanea. 

Abbiamo introiettato completamente questo concetto senza capirne i motivi.

“Empatia funge da nome-ombrello per una rete di parentele categoriali che coinvolgono termini solo parzialmente sovrapponibili, quali proiezione, trasferimento, associazione, espressione, animazione, antropomorfizzazione, vivificazione, fusione… Empatizzare vale, di volta in volta, per immedesimarsi, rivivere, compatire, imitare interiormente, simpatizzare… Se tale proteiforme costellazione mostra da un lato la grande duttilità della nozione di empatia, dall’altro rischia di sbiadirne i contorni fino all’indistinzione.” [Andrea Pinotti, Empatia. Storia di un’idea da Platone al postumano, p.VIII]

Il concetto di Empatia ha raggiunto quel momento storico in cui deve essere re-visionato, come direbbe il padre della Psicologia Archetipica James Hillman, perché è ormai intriso di un’amalgama di significati che servono solo a confondere gli empatici. 

La condanna e la bellezza della Psicologia è che deve continuamente rinnovarsi. Solo in questo modo non perderà mai l’effetto sorpresa che è alla base della cura dell’altro.

 
Le psicologie, alle quali le nostre difese psichiche sono già preparate, non servono più al benessere e all’individuazione della persona. 
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La mia ipotesi in questo articolo è che l’empatia in realtà ostacoli le relazioni umane e sia dannosa per la psicologia. Il mio intento è di restituire significato a questa parola distorta dal senso comune. 

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Introiezione
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Nell’introduzione ho detto che abbiamo introiettato il termine empatia. 

Che significa? 

L’introiezione, secondo la psicoanalisi, è un meccanismo nevrotico. Fritz Perls, padre della psicologia della Gestalt, dice che noi tutti ci evolviamo mediante l’esercizio della capacità di distinguere, essa stessa funzione del confine sé-altro. Prendiamo dall’ambiente e restituiamo ad esso. Accettiamo e respingiamo quanto l’ambiente ha da offrirci. Possiamo evolverci solo se, nel processo del prendere, digeriamo totalmente e assimiliamo completamente. Ciò che abbiamo veramente assimilato dal nostro ambiente diventa nostro, e possiamo farne quello che vogliamo.  Possiamo conservarlo oppure restituirlo sotto nuova forma, dopo la distillazione che ha ricevuto da noi. (F.Perls, L’approccio della Gestalt, p. 40)

Il termine empatia ha procurato in me, fin dal primo momento, una forte indigestione. All’inizio, di fronte a questo concetto, sentivo un senso di disagio senza capirne il motivo.

Il mio corpo rigettava con forza questa parola. Ciò che inghiottiamo per intero, ciò che accettiamo indiscriminatamente, ciò che ingeriamo ma non digeriamo, tutto questo rimane un corpo estraneo, un parassita che si instilla in noi. Non è parte di noi, anche se può sembrare tale. (F.Perls, L’approccio della Gestalt, p. 40)

L’empatia è l’esempio più vivo di indigestione da introiezione, un parassita della cultura contemporanea. L’amalgama di vari significati ha finito per renderlo obsoleto e indigesto. 

Cosa vuol dire empatia?




Brevissima storia dell’Empatia.
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Fin dai tempi di Platone abbiamo sempre avuto il pensiero di poterci “mettere nei panni dell’altro“.

Fu Herder nella Germania del ‘700 ad introdurre il concetto di hinein fühlen, ovvero dell’empatia come risonanza interiore di un oggetto estetico ed esterno.

Nel corso della storia si è susseguito un fervente dibattito intorno all’empatia (Einfühlung) con Lipps, Novalis, Stein, Scheler, per citarne solo i più “famosi”. 

Rifkin e de Waal puntarono i riflettori anche sulla dimensione ecologica dell’empatia, descrivendola come una dinamica tra essere umano e ambiente. Riflessione che trovo molto stimolante, perché siamo ottusi nel pensare l’empatia sempre come orientata verso l’altro inteso come persona. 

Moritz Geiger (1880 – 1937), allievo di Lipps e Wundt, si focalizzò sui rischi dell’inflazione delle teorie sull’empatia.

Secondo Geiger il pericolo è quello di una modellizzazione idraulica nella quale l’oggetto diviene contenitore vuoto, proiezione del soggetto empatizzante.

Quando ci mettiamo nei panni dell’altro, lo spogliamo delle sue vesti e non usiamo le nostre. Si capisce bene che togliere le vesti all’altra persona e privarci delle nostre crea un loop di incomprensioni e incomunicabilità. 


In che modo? Vediamolo insieme nel prossimo paragrafo.

Empatia ed esclusione
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L’empatia è, in psicologia, la capacità di porsi in maniera immediata nello stato d’animo o nella situazione di un’altra persona, con nessuna o scarsa partecipazione emotiva. [Devoto-Oli, 2012]

Questo è un atteggiamento che non è possibile e non può aiutare nessuno. È la descrizione precisa di una difesa psichica nevrotica. 

Perls diceva che il terapeuta può percorrere principalmente 3 strade: la simpatia, l’empatia e l’apatia.  [CLICCA QUI per vedere il video della seduta psicoanalitica di Fritz Perls con Gloria]

La simpatia è il coinvolgimento nel campo totale, ovvero la consapevolezza sia del sé che del paziente

L’empatia è una specie di identificazione con il paziente che esclude il terapeuta stesso dal campo ed esclude pertanto metà del campo. 

L’apatia, infine, è il disinteresse nei confronti dell’altro.

Ognuno di questi elementi ha i suoi pregi e i suoi difetti, ma a noi in questo momento interessa la dinamica empatica.

Ecco un’altra definizione di empatia tratta dalla accurata e meticolosa ricerca di Edith Stein: Mentre io vivo quella gioia che è provata da un altro, non avverto alcuna gioia originaria: essa non scaturisce in maniera viva dal mio io, né ha il carattere di essere stata viva in precedenza come la gioia ricordata, tanto meno essa è meramente fantasticata, priva cioè di una reale vita, ma è precisamente l’altro soggetto quello che prova in maniera viva l’originarietà, sebbene io non viva tale originarietà; la sua gioia che scaturisce da lui è originaria, sebbene io non la viva come originaria. [Edith Stein, Il problema dell’empatia, p.79] 

Il problema manifesto dell’empatia è proprio questo l’escludersi da parte del terapeuta in una relazione emotiva. La maggior parte delle psicoterapie lodano senza discernimento questa “qualità” umana.

Come si fa ad intervenire sul paziente se manca lo strumento stesso di cura, ovvero sé stessi, le proprie emozioni e il proprio carattere?

Il terapeuta che trattiene sé stesso, per empatia col paziente, priva il campo del suo strumento principale: il suo intuito e la sua sensibilità verso i processi in atto del paziente. [Fritz Perls, L’approccio della Gestalt, p. 99]

Non ci può essere alcun contatto vero con l’empatia. [ibidem. p.100]

La psicoanalisi è chiara: uno degli strumenti di intervento con il paziente è il nostro carattere. L’empatia lo toglie di mezzo, ostacolando così la vera relazione psicoanalitica. 




Conclusioni. L’empatia che ruba all’altro ed esclude sé stesso. 
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Che cos’è quindi l’empatia? 

L’empatia è un concetto corrotto dalla visione di alcune psicologie infantilistiche contemporanee. 

Quando dico infantilistico parlo di quella visione del mondo innocente e pura di peccati, ma soprattutto di una psicologia che non sa parlare (etimologia infante, in-fari). 

Empatia etimologicamente significa em-patia, ovvero dentro la sofferenza. Per entrare dentro il fardello dell’altro devo mettermi in gioco, devo giocare con lui.

Hai mai giocato con un bambino?

Quando gioco con un bambino non devo “prendere i suoi panni”, quindi non devo rubargli il gioco, né devo restare adulto non mettendomi in gioco. 

Per giocare con il bambino devo calarmi con lui nel mondo infero. 

Spesso si metaforizza questo concetto parlando della terapia come la discesa negli inferi di Dante accompagnato dal terapeuta/Virgilio. 

Virgilio non era empatico. Non ha preso i panni di Dante. Lo ha accompagnato prendendosi i suoi rischi. La “casa” di Virgilio è il Limbo, la Terra di mezzo, il Mondo delle immagini. Ed è proprio lì che dobbiamo risiedere con il paziente per condurlo attraverso di esse. 

La terapia può avere dei momenti empatici, ma non deve essere la regola. È impensabile fondare una tecnica terapeutica sull’empatia. Sarebbe improduttivo e distruttivo per la coppia analitica e per il paziente.

Virgilio diceva nelle Bucoliche che Non tutti possono ogni cosa.

Non tutti possono permettersi di entrare in relazione e in gioco con l’altro. Non tutti possono risiedere nel mondo infero insieme al paziente. Ecco perché hanno bisogno dell’empatia.

L’empatia è una difesa nevrotica che salva sé stessi dalle immagini infere della psiche e impedisce il contatto e la relazione con l’altro.

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