100 Gianni Rodari. Un anno per celebrarlo

Dal 23 ottobre si è dato il via a ‘100 Gianni Rodari’, un anno di iniziative e pubblicazioni per festeggiare il centenario dalla sua nascita che cadrà il 23 ottobre 2020. Gianni Rodari per me non è solo il grandissimo scrittore di letteratura per l’infanzia che ha vinto il premio Andersen nel 1970 come la maggior parte di noi lo conoscono. Penso che, insieme a Italo Calvino e Bruno Munari si possa di buon grado iscrivere nei rappresentanti italiani della corrente che alimenta lo studio dell’immaginazione nel più genuino sentimento che la psicologia archetipica vuole promuovere.

Tante volte ho pensato di raccogliere i contributi degli autori italiani attenti al mundus immaginalis come Hillman ha fatto riferendosi agli autori anglosassoni per lui più significativi, William Blake o John Keats, da cui ha tratto ispirazione per i suoi concetti più noti. In quest’idea, che per il momento è solo tale, Gianni Rodari sarebbe sicuramente uno di questi senza alcuna ombra di dubbio.

C’è bisogno di una Fantastica oltre che di una Logica

Scrive Rodari: “Un giorno, nei frammenti di Novalis (1772-1801), trovai quello che dice: «Se avessimo anche una Fantastica, come una Logica, sarebbe scoperta l’arte di inventare». Era molto bello (G. Rodari, Grammatica della fantasia, Einaudi, 2010, p. 7)”. Da questa frase Rodari trovò lo spunto per elaborare nel tempo le sue idee riguardo all’arte d’inventare storie che è alla base dell’uso dell’immaginazione e dell’ipotesi di una Fantastica. Il bellissimo libretto Grammatica della Fantasia (1973) ne è il risultato. 

Mi ha colpito come un’intenzione simile sia stata ripresa da un celebre rappresentante della psicologia archetipica francese che fu Gilbert Durand. Anche lui faceva riferimento a Novalis quando scriveva:

“Si tratta di abbozzare una filosofia dell’immaginario che potremmo chiamare, come suggerisce Novalis, fantastica trascendentale. (…) la funzione immaginativa sarebbe motivata non dalle cose ma da una maniera di dotare universalmente le cose di un secondo senso, di un senso che sarebbe la cosa più universalmente condivisa al mondo. In altri termini, dovrei provare l’esistenza di una realtà identica e universale dell’immaginario (G. Durand, Le strutture antropologiche dell’immaginario, Dedalo Ed., Bari, p. 468)”.

La Fantastica sarebbe lo studio del mondo dell’immaginazione e dei modi con cui essa si rappresenta, i suoi simboli, le forme immaginali che riconduciamo all’inconscio. C’era in Rodari e Durand l’esigenza di riconoscere il dominio dell’immaginazione come luogo ed oggetto di studio indipendente ed autonomo, proposito che la psicologia archetipica ha messo in primo piano.

La Grammatica della Fantasia di Gianni Rodari

Nell’esercizio d’inventare storie, che è anche l’attività implicita del gioco infantile, si cela l’uso dell’immaginazione proprio come avviene nelle nostre ricerche quando andiamo alla scoperta del mondo psichico, vuoi per applicazioni cliniche, vuoi per il bisogno intimo di ricerca e scoperta personale.

Quindi ho preso La grammatica della fantasia e l’ho cominciata a leggere non con l’occhio della maestra che cerca spunto e ispirazione per arricchire i suoi programmi ma con l’occhio del ricercatore psicologico che vuole imparare a muoversi in un mondo diverso. Ciò che ho scoperto, ma che di fatto intuivo fin dall’inizio, è il pesante limite che la mentalità adulta ha nell’approccio alla psiche e che coincide esattamente con l’Io eroico, razionalista ed empirico fatto per uccidere l’espressione della fantasia. O meglio, la limita e la relega a pertinenza dei primi anni di vita o l’ammanta del peso culturale che la vede dominio dell’artista. L’immaginazione si può conoscere e visitare, ma per farlo dobbiamo essere in grado di tornare a vedere il boa che ha mangiato l’elefante invece del semplice cappello. Saint-Exupéry ed il suo Piccolo Principe insegnano.

Veramente abbiamo dovuto aspettare l’opera di alcuni psicologi come quelli a cui facciamo riferimento per trovare un nuovo modo di usare l’immaginazione e le sue funzioni quali la fantasia e l’inventiva.

Se c’è patologia allora posso permettermi di lasciare libero sfogo all’immaginazione come una sorta di capriccio assecondato al malato che ha bisogno di coccole. Altrimenti sono un soggetto sospetto ai poliziotti della salute ed ai controllori del profitto. Pensa  alle cose serie.

«Tutti gli usi della parola a tutti»

Eppure la fantasia è materia del nostro vivere quotidiano, elemento senza il quale ci ammaliamo e perdiamo l’umanità. Rodari questo lo insegna con una frase che in questi giorni è giustamente citata più e più volte:

“«Tutti gli usi della parola a tutti» mi sembra un bel motto, dal bel suono democratico. Non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo (G. Rodari, op. cit., p 10)”.

Non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo.

La potenza di questa frase è assoluta! Cosa farebbe mai pensare che dietro filastrocche, favolette e vagabondaggi di parole distorte, rigirate e rime bislacche si possa celare un richiamo al diritto ultimo che ogni essere umano merita, la libertà dalla schiavitù. E’ una schiavitù questa del pensiero e dell’anima che nasce per Rodari nei limiti dell’uso stesso della parola e dunque dei significati che essa veicola.

“Le fiabe servono alla matematica come la matematica serve alle fiabe. Servono alla poesia, alla musica, all’utopia ed all’impegno politico: insomma all’uomo intero, e non solo al fantasticatore. Servono proprio perché in apparenza non servono a niente (…) Servono all’uomo completo (G. Rodari, op. cit., p164)”.

Conclusioni. Pierino, il diavolo e la cacca.

Leggere Rodari insegna a liberare la parola dai riferimenti comuni diretti ai suoi immediati significati. Ma questo non passa attraverso una riflessione colta e mentale frutto di uno sforzo semeiotico od ermeneutico. È una storiella semplice uno po’ alla maniera dei koan dello zen. Per questo magica. Ne citerò una che secondo me contiene tutta la psicologia analitica in quattro parole. Non aggiungerò commenti ma lascerò a voi il piacere di usare l’immaginazione. Ed un sommo grazie a Gianni Rodari.

“Una volta Pierino giocava con il pongo.
Passa un prete e gli domanda: -Cosa fai?- Faccio un prete come te.
Passa un cow-boy e gli domanda: -Cosa fai?- Faccio un cow-boy come te.
Passa un indiano e gli domanda: -Cosa fai?- Faccio un indiano come te.
Poi passa un diavolo che era buono, ma poi diventa cattivo perché Pierino gli tira addosso la cacca, il diavolo piangeva perché era tutto sporco di merda, poi diventa ancora buono (G. Rodari, op. cit., p. 120)”.

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