Il mago di Oz

Ogni prodotto, evento o spettacolo umano può essere letto rivolgendo lo sguardo alla psicologia perché ogni cosa è prima di tutto manifestazione di psiche. Anche i film non derogano a questa regola. Non dovremmo però ingabbiarci nella ricerca della spiegazione di ogni singolo fotogramma quando potrebbe essere sufficiente anche una singola battuta tra due personaggi, uno sguardo fin troppo eloquente, una inquadratura stonata può bastare per permettere alla mente di cogliere ciò che fino a quel momento è rimasto celato, a lui, al regista, alla platea. La psicologia è una lente attraverso cui vedere il mondo, accogliere la visione psicologica è mettersi nella condizione di scorgere questi bagliori di luce.

La lente che si vuole qui approfondire riguarda una vecchia pellicola del 1939 di Victor Fleming, regista del celeberrimo film Il Mago di Oz. Ma come può, una pellicola di 80 anni fa, parlare agli spettatori di oggi?

Il film del 1939

La trama è sicuramente nota a tutti. Dorothy è una dolce bambina che, per difendere il suo cagnolino Totò, si ritrova prima travolta da un tornado e poi atterra, assieme alla sua casa, in uno strano mondo tutto colorato. Subito capisce di non trovarsi più in Kansas ma in un regno fantastico popolato da streghe buone, streghe cattive, piccoli gnomi e bizzarre creature. Deve raggiungere la capitale del regno, la città di Smeraldo, per potersi salvare e incontrare il mago di Oz, l’unico che ha i poteri per ricondurla a casa. Lungo il tragitto incontra tre strani personaggi: uno spaventapasseri senza cervello, un uomo di latta senza cuore e un leone senza coraggio. Solo collaborando insieme riusciranno a superare tutti tranelli della strega dell’Ovest e Dorothy potrà tornare a casa.

Il finale

Nel finale Dorothy sussurra in un sonno profondo «non c’è casa che valga la mia» fino a risvegliarsi e rivedere tutti suoi parenti che la vegliavano. Nel mondo di Oz Dorothy affronta una fantastica avventura, lì incontra amici fedeli, conosce la strega buona e la strega cattiva tutto incorniciato da sgargianti colori eppure sogna di ritornare nella propria grigia casa.

Verrebbe da chiedersi perché questo finale? Perché Dorothy vuole tornare ad una casa dove veniva sempre ignorata, quando solo ad Oz ha incontrato degli amici?

Perché tornare ad un mondo in bianco e nero quando vive una memorabile avventura a colori?

 L’immaginario della casa

Ogni luogo ha impresso in se degli immaginari e la casa ne ha armadi stracolmi.

La psicologia fonda parte delle sue teorie sulla casa d’infanzia come luogo di episodi così plasmanti la personalità di ognuno di noi che ci porteremo dietro, e dentro, per tutta la vita. Tutto ciò che è capitato in quelle quattro mura, da parte delle persone che la abitano e la frequentano modellerà chi saremo noi una volta adulti. Un bel peso per gli sfortunati genitori, rei di aver procreato, poi educato e alcune volte traumatizzato il nascituro.

Leggendo di psicologia vien da pensare che qualunque cosa farà o non farà un genitore inciderà sulla prole e la maggior parte delle volte inciderà negativamente. Sembra che diventare genitori significhi avere le spalle per sobbarcarsi tutto il peso di queste eterne responsabilità filiali.

Da casa a familia

Per poter meglio esprimere il legame profondo di casa e famiglia occorre rivolgersi al sapere etimologico. Risalire alla radice antica di una parola permette di coglierne l’essenza originaria da cui questa è nata. E la parola latina familia collega in maniera indivisibile gli abitanti alla dimora stessa. Per i romani familia in primo luogo era l’abitazione, poi l’organizzazione domestica delle persone che la gestivano e vi abitavano, non facendo riferimento a legami di consanguineità.

La famiglia come funzione della casa e non il contrario, dove «casa» è il contenitore fisico di molteplici familiarità e intimità, il mondo addomesticato (da domus, «casa») dei legami di appartenenza: ciò che ci appartiene e a cui apparteniamo, dove «appartenere» significa anche essere pertinente, appropriato e consuetudinario (J.Hillman, Extending the Family: from Entrapment to Embrace)

Così la famiglia acquisisce un senso più ampio. Ingloba all’interno dell’edificio, le sue pertinenze, gli arredi, gli animali, idee di organizzazione funzionale, economia, sostegno reciproco, conoscenza, convivenza.

Da familia a psicoterapia

La casa da cui scappa Dorothy e a cui vuole tornare è la stessa casa che giunge in terapia insieme al paziente o che costringe il paziente a giungere solo in terapia.

Al pari della psicologia, anche il paziente costruisce migliaia di racconti sulla casa. Un giorno viene dipinta come villa di un plesso residenziale, un altro è un piccolo appartamento di periferia e ci si domanda se il paziente sia costretto a continui traslochi oppure come invece, lui non porti nella stanza di analisi reali mattoni ma solo racconti. Il terapeuta non è tenuto a tenere conto della verità dei fatti ma della verità delle narrazioni. Un paziente villa ha maggiore capacità di accoglienza, necessita di maggiore organizzazione dei lavori domestici, potrebbe aver bisogno di un aiuto, potrebbe voler allargare la sua famiglia psichica e si sta preparando a grandi tavolate con i suoi immaginari. Un paziente appartamento è più raccolto, ma più in comunione con i vicini, non teme la vicinanza dello straniero e del nuovo.

La casa, in terapia, giunge nei sogni. Giunge nei luoghi del sogno come sfondo su cui si svolge la rappresentazione onirica e arriva, differenziata e personificata, attraverso le fattezze dei personaggi di famiglia. La casa nel sogno ci parla della struttura psichica del sognatore e ci parla dei miti che vi abitano. Perché, sempre riferendoci ai romani, oltre alle molte divinità erano a custodia della dimora domestica, vi erano gli spiriti dei morti antenati della casa.

La casa, in terapia, giunge con i sintomi. Sintomi talvolta del paziente, talvolta del sistema familiare di cui il paziente è vittima, carnefice e testimone. Giunge con la forza regressiva del sintomo che lotta strenuamente per rimanere ciò che è.

Conclusioni: Dorothy in terapia

La famiglia rende manifesta quella forza che induce l’uomo ad attaccarsi al luogo dove abita, ad addomesticare il selvaggio e il nomade, a onorare l’invisibile, il demoniaco e i morti, a rendere intime e familiari le «proprie» persone, le bestie e le cose di questo mondo, la forza che ce le fa portare a casa con noi, noi stessi loro custodi per la vita, al servizio del nostro destino sulla terra, impegnati a recitare la commedia dell’umana continuità (J.Hillman, Extending the Family: from Entrapment to Embrace)

Eppure la questione sul perché Dorothy voglia tornare nel Kansas piuttosto che rimanere nel mondo di Oz non sembra essere stata ancora dipanata. Tutto il percorso di Dorothy è in funzione del suo desiderio di tornare. Un viaggio che si rivelerà tortuoso, pericoloso, che attraverserà sentieri sconosciuti e terre selvagge. Non sarà costretta ad affrontare tutto da sola perché avrà dei fedeli amici che combatteranno con lei e cambieranno e matureranno a loro volta. Attraverso il viaggio acquisirà nuove consapevolezze perché la casa da cui tornerà solo apparentemente è la stessa da cui è partita. Risvegliata dal sonno scorge, nelle facce di coloro che la vegliavano preoccupati, lo spaventapasseri, l’uomo di latta e il leone. Ci sono frammenti Oz anche in Kansas. Ciò che viene scritto dell’avventura, così nella terapia.

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