La follia di Eracle

Era, seccata dai successi di Eracle, lo fece impazzire. Dapprima egli assalì il suo carissimo nipote Iolao, il figlio maggiore di Ificle, che riuscì a sfuggire ai suoi attacchi; poi, scambiando sei dei propri figli per dei nemici, li passò a fil di spada e ne gettò i corpi su un rogo (R., Graves, I Miti Greci, Longanesi, Milano, 1963, p.4259).”

Quando si è afflitti da un materialismo incallito il primo disconoscimento che facciamo è alla religione, il secondo alla Psiche. Esistono solo atomi, molecole e la loro massa. Anche l’energia è sospetta, puzza un po’ troppo di astrazione. La vita mentale sembra solo un fastidioso riflesso delle cose, riflesso peraltro torbido che impedisce di vedere chiaramente cosa esiste e come è fatto. La psiche come indesiderata deformazione della realtà.

Da tale prospettiva l’Anima è puro soggettivismo: un ostacolo relativistico che impedisce una conoscenza certa. Si è in preda alla mitologica follia di Eracle che divenne pazzo a causa di Era e iniziò ad uccidere i propri figli non distinguendoli più dai nemici (una distinzione necessariamente di natura psicologica). Perdere l’Anima corrisponde al perdere il legame con essa rappresentato dai vincoli familiari.

Il furore di Eracle

In tale situazione psicologica ci si trova ogni volta che si soffre e lo si attribuisce al cattivo funzionamento della realtà. I familiari divengono i nemici: “Mio marito non capisce”, “mio figlio non si comporta bene”, “mia madre mi ha urlato contro”, “la radice della mia sofferenza è tutta in loro”. Soffro perché il mondo materialmente non funziona. Certo, se non si tiene in conto la Psiche, il problema è sempre nel comportamento altrui o nella chimica corporea. Si stanno scambiando i figli con i nemici, come Eracle.

Questo punto di vista produce il furore erculeo. Si menano fendenti a destra e a manca per raddrizzare le situazioni perché si crede che percuotendo il nemico fuori si elimini la fonte della sofferenza. Questa prospettiva così povera di Anima è stata definita da Hillman Io Erculeo: un paradossale stile di coscienza dove si è vittima della propria cecità psicologica.

Vediamo insieme come restituire dignità ad Eracle allo scopo di non rimanere ciechi alla sua proverbiale forza, che pure serve ed ha uno scopo psicologico.

Scopriamo quale.

La passività dell’anima

La follia erculea ha come contraltare la passività dell’Anima. Quando le cose reali sono gli oggetti la vita interiore sembra placida come lo scorrere di un fiume nel suo letto pianeggiante. Finché non diventa tumultuosa di questa corrente interiore neanche se ne conosce l’esistenza. Si è presi da un altro fiume, il fiume della vita, che scorre a un ritmo temporale dove ogni istante è pieno di cose da inseguire, controllare o spostare.

Capita però, ed è la norma, che un amante, un figlio, un lavoro non assecondino lo scorrere della sotterranea corrente interiore e ci si accorge che seguono la loro di corrente. Si attiva allora Eracle che con la sua forza tenta di far coincidere nuovamente la corrente interna con il procedere degli eventi esterni. Chiamiamo lo scopo di questo folle sforzo “far andare le cose per il verso giusto”. Come Eracle fece nel mito quando, per ripulire dallo sterco di cavallo le stalle di Augia, deviò l’intero corso del fiume.

Essendo il lavoro che compie Eracle un lavoro mitologico è quindi un lavoro psicologico. Non è un lavoro di muscoli concreti, ma uno sforzo psicologico. L’errore folle sta nello scambiare la materia psicologica per la materia concreta.

Il culto dell’eroe era una reminiscenza di lotte immaginative, un modo, basato sulla memoria, di essere fondati, situati e accompagnati nelle vicissitudini della vita (J., Hillman, Il sogno e il mondo infero, Adelphi, Milano, 2003, p.139).”

Sforzo e fatica

Se si ritiene che la psiche non esista non ci si potrà sforzare psicologicamente. La forza è stipata tutta negli oggetti. Verrà naturale letteralizzare Eracle e forzare la mano. Siccome contro la forza degli elementi naturali, delle belve, dei mostri e dei Titani Eracle si staglia e con la clava li uccide allora ne possiamo dedurre che Eracle lotta forzutamente non contro la materia, ma contro la tendenza ad attribuire forza a ciò che scorre secondo ritmi naturali.

Insomma quando si ritiene che il cambiamento psicologico debba avvenire da sé e senza sforzo, in maniera naturale, è lì che Eracle si attiva per assestarci una clavata omicida.

Eracle vuole partecipare e chiede la nostra partecipazione. Lo sforzo tenace e volitivo allora va compiuto nella direzione della partecipazione alla propria attività psichica.

Conclusioni: opus contra naturam

Lo sforzo Erculeo ha letteralmente la direzione di un lavoro contro natura (opus contra naturam). Tale lavoro psicologico assume le sembianze mitologiche di una faticosa colluttazione con elementi naturali che tendono a trascinare la Psiche verso una metaforica inerzia della materia.

L’attivarsi di Eracle nella psiche produce un atteggiamento di tolleranza nei confronti dello sforzo necessario a partecipare con fatica alla realizzazione della Psiche.

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