Me ne frego di Achille Lauro

Achille Lauro se ne frega, e diventa il vero vincitore di Sanremo 2020: ha fatto parlare di lui, dei suoi look firmati Gucci e della sua canzone Me ne frego, che è l’unica – nel momento in cui sto scrivendo l’articolo – della quale non è ancora uscito il video ufficiale.

Me ne frego è un inno alla libertà – secondo quanto affermato dal cantante Achille Lauro – e la mia speranza è che possa scuotere gli animi degli insicuri e le certezze di chi è fermo sulle sue certezze.

In che modo Me ne frego è riuscita a scuotere gli animi degli ascoltatori? Scopriamolo insieme.

Mentre leggi la lettura immaginale della canzone, ti consiglio di ascoltare il brano dopo esserti messo le cuffie alle orecchie e aver CLICCATO QUI.

Buona lettura

Achille Lauro e Gabriele D’Annunzio

Nella corrente lingua italiana esistono numerosi motti dannunziani coniati dallo scrittore pescarese, tra i quali il Me ne Frego.

Nell’accezione popolare il Me ne frego è arrivato ad indicare l’atteggiamento di colui che rifiuta i compromessi, ama il proprio comodo e agisce con una strafottente arroganza.

Durante la prima guerra mondiale questo motto fu usato dagli “arditi” e, successivamente dai “legionari fiumani” di D’Annunzio, infine dalle “camicie nere” fasciste e stava ad indicare letteralmente: me ne frego della morte e amo la patria.

Nell’uso contemporaneo la patria è diventata la propria persona, il proprio Ego.

Pertanto, il me ne frego è un detto patriarcale e fascista, ed è emblematico che sia accostato al significato di libertà.

La nostra anima sta cominciando sicuramente a scuotersi
Ma non fermiamoci qui, nella nostra zona di comfort, e proseguiamo la lettura immaginale del testo per vedere dove ci conduce.

Gabriele D’Annunzio fungerà da fil rouge del significato dell’opera.

Prima di cominciare vi propongo un gioco immaginale: ogni personaggio di Achille Lauro canterà insieme a lui le strofe della sua canzone. Vedremo come ognuno dei quattro personaggi porrà una domanda significativa.

Francesco d’Assisi

Sì / Noi sì / Noi che qui / Siamo soli qui / Noi sì / Soli qui
Fai di me quel che vuoi sono qui
Faccia d’angelo / David di Michelangelo / Occhi ghiacciolo
Dannate cose che mi piacciono
Ci son cascato di nuovo

Pensi sia un gioco
Vedermi prendere fuoco

Questi primi versi sono cantati da San Francesco che, guarda caso, era l’unico santo al quale era devoto l’ateo D’Annunzio, soprannominato dallo stesso l’Orfeo cristiano.

San Francesco segue il suo desiderio di convertire i mussulmani in cristiani e accetta la sfida del sultano entrando nel fuoco: pensi sia un gioco vedermi prendere fuoco.

Andando incontro alla morte nel fuoco sacro, Francesco se ne frega e agisce la sua libertà.

La prima domanda che San Francesco ci pone è questa: quante volte siamo riusciti a sfidare la morte e abbiamo rischiato di diventare martiri per la nostra libertà?

David Bowie – Ziggy Stardust

Ci son cascato di nuovo
Tu sei mia / Tu sei tu / Tu sei più
Già lo so / Che poi lì / Che non so più
Poi chi trovo / Chi trovo.
Sono qui / Fai di me quel che vuoi
Fallo davvero / Sono qui
Fai di me quel che vuoi / Non mi sfiora nemmeno
Me ne frego

Dimmi una bugia me la bevo
Sì sono ubriaco ed annego
O sì me ne frego davvero
Sì me ne frego
Prenditi gioco di me che ci credo

Della propria vita bisogna farne un’opera d’arte diceva D’Annunzio, e sicuramente David Bowie lo prese alla lettera.

In questi versi parla il David Bowie di Ziggy Stardust, il David che canta:

Facendo l’amore col suo ego / Ziggy fu risucchiato nella sua mente.

Dire Me ne frego significa fare l’amore con il proprio Ego, ovvero con la propria mente.

In queste frasi, Achille parla con la propria mente, fa l’amore con sé stesso. Per essere liberi, in fondo, dobbiamo aderire perfettamente a noi stessi, essere soli come Narciso nella foresta incantata.

Achille/David parla con la propria mente e ne viene risucchiato:

tu sei mia, fai di me quel che vuoi, dimmi una bugia e me la bevo, sono ubriaco ed annego nella mia mente.

David se ne frega facendo della propria vita un’opera d’arte ed amandosi incondizionatamente.

La seconda domanda che ci pone David è questa: quante volte siamo riusciti ad essere Narcisi per essere liberi dal resto del mondo?

La Marchesa Casati Stampa

St’amore è panna montata al veleno
È instabile / Fragile / È una strega
Solo favole / Favole

A far la scema / È abile / Agile
Quel modo / Insospettabile /O mio Dio sì
Lei / Che dice a me / Voglio te
Ma vuole / Quello che non sa di sé
Dai
Vorresti che buttassi tutto quanto all’aria per te
Si perché / Per un capriccio
Lo sai / Che è cosi
Non si può non si può / Come no
Non mi sfiora nemmeno

Ora immaginiamo che sia la Marchesa Casati Stampa a parlare, la stessa Marchesa che fece capitolare il vate D’Annunzio in un amore folle ma non ricambiato. Anzi, queste parole sono proprio la rappresentazione del dialogo tra la Marchesa e il vate.

La Marchesa fu una strega per il poeta pescarese, più precisamente fu panna montata al veleno: un amore instabile, fragile, fatto solo di favole.

O Coré, aveva scritto D’Annunzio, inafferrabile come un’ombra dell’Ade.

Ma D’Annunzio se ne frega e si fa risucchiare ugualmente dall’amore inafferrabile.

La terza domanda che pone il dialogo tra D’Annunzio e la Marchesa è questa: quante volte, per la libertà, ci siamo fatti trascinare da un amore destinato a fallire?

La regina Elisabetta I di Tudor

St’amore è panna montata al veleno
È una vipera in cerca / Di un bacio
Che poi / Le darò
Io sempre in cerca / Di quello che ho perso
Perdendo / Le cose che ho
Amore dimmi qualcosa
Qualcosa di te / Che non so
Cosi mi prendo anche un piccolo pezzo
Di te / Anche se non si può
Fai quel che vuoi
Me ne frego

Durante i giorni del festival, Achille Lauro scriveva: “Elisabetta I Tudor, vergine sposa della patria, del popolo, dell’arte e difensore della libertà. Che Dio ci benedica.

Emerge nuovamente il significato patriottico del Me ne frego D’Annunziano.

In questi ultimi versi l’amore è per la patria, ovviamente per la propria patria, quindi per una parte di sé: sempre in cerca di quello che ho perso, il destino è una vipera in cerca di un bacio.

Così anche Elisabetta se ne frega e sposa il proprio destino.

Infine, la quarta domanda che ci pone Elisabetta di Tudor è la seguente: ci siamo mai sacrificati per difendere anche un piccolo pezzo della nostra patria, ovvero del nostro daimon e del nostro destino?

Conclusioni

Achille Lauro ha scritto un inno alla libertà, un inno che scuote.

Tuttavia non parliamo di una libertà banale, ma di una libertà che si raggiunge attraverso ciò che in genere disprezziamo. Ecco perché lottare per la libertà è così difficile, perché disprezziamo ciò che ci può portare alla libertà.

Per essere liberi dobbiamo vivere come D’Annunzio, San Francesco, la Marchesa, Elisabetta di Tudor e David Bowie.

Che significa? Che dobbiamo essere martiri, essere narcisi, essere innamorati della nostra mente, essere patriottici, quasi fascisti, sacrificarci per il nostro destino al fine di ambire alla nostra libertà. In poche parole dobbiamo uscire dalla nostra zona di comfort, fuori da ciò che ci è comodo pensare, ed entrare nella zona di confine, dove il ripudiato, l’odiato e il disprezzato ci attendono per donarci l’agognata libertà.

Vi scandalizza? È normale perché, come ci suggerisce il cantante, è sempre fuori dalla propria zona di comfort il posto in cui accadono miracoli.

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