I dubbi e i processi del diventare genitori

In India c’è un modo di dire adozione, con una parola che letteralmente significa “tenere qualcuno sulle ginocchia”. Sarà quello che voi farete al vostro primo incontro: lo prenderete sulle vostre ginocchia, qualunque sia la sua età. Peserà pochissimo, e forse tremerà un po’ per l’eccitazione e l’emozione. Così come voi. Ma capiterà che su quelle ginocchia ci si sta bene, e che sono quelle di una persona che conosce il modo giusto di amare lui, il figlio del suo desiderio (Miliotti, 2002).

Sono tante, forse troppe le tappe verso l’adozione. Si parte dall’infinita attesa di essere dichiarato idoneo all’adozione di un figlio e si arriva a tutte le paure, ansie e preoccupazioni che si innescano una volta che il figlio giunge a casa. Si è sospesi tra il sentirsi pronto a diventare genitore e la negazione della realtà.

Lo scrittore Fabio Selini paragona il genitore adottivo ad un atleta di salto in alto che sospeso sull’asticella è consapevole che basta un ultimo slancio per atterrare e superarlo ma vive quell’attimo anche con la paura che da un momento all’altro l’asticella possa cadere.

Proveremo insieme ad analizzare cosa si cela dietro questo desiderio di “adoptare” ossia scegliere. Per farlo, ci appoggeremo a un’opera di Gauguin, al suo “testamento artistico”: “Da dove veniamo? Chi siamo? dove andiamo?”.

Le domande di Gaugin

Ho trasmesso in questo quadro tutta la mia energia, una così dolorosa passione in circostanze così tremende, una visione così chiara e precisa che non c’è traccia di precocità e la vita ne sgorga fuori direttamente (Gauguin).

Gauguin racconta che quest’opera è stata creata “sulla punta del pennello”, per gridare un insieme interminabile di emozioni che avevano caratterizzato gli ultimi periodi dell’artista. Lutti e tragedie l’avevano pressoché costretto a interrogarsi sul senso della vita, ponendosi nel profondo le domande che fanno da titolo al quadro.

Perché ho scelto quest’opera per parlare di genitorialità adottiva?!

Perché è un racconto della vita, è il tentativo di dare forma ai dubbi che ognuno di noi si pone in continuazione. E nelle figure che si susseguono ritmicamente, da destra a sinistra, si possono comprendere le età della vita e le trasformazioni che ciascuna di queste porta con sé. Diventare genitori fa parte di queste trasformazioni, secondo Gauguin. Si può essere genitori e diventare genitori in tanti modi, in diverse circostanze e non solo di figlie o figli. Diventare genitori è un processo psicologico.

Per parlare di adozione, letteralmente “optare – ad”, “scegliere” o ,ancor meglio, “desiderare” qualcuno/qualcosa, è indispensabile sottolineare la capacità di accoglier: accogliere qualcuno che non viene da te, che è stato generato da qualcun altro, che fino a qualche mese prima era emotivamente e fisicamente lontano, ma è stato, comunque, destinato ad entrare nella vita di un uomo per far sì che potesse essere genitore anche se di un figlio biologicamente non suo.

Si parla di legittimazione interna, cioè di un vissuto, un modo di sentire che nasce nei genitori adottivi quando hanno superato la constatazione che quel figlio non è stato fatto dai loro corpi ed hanno positivamente accettato che è nato da altri.

Legami indissolubili

I “legami umani” sono stati sostituiti dalle “connessioni”. Mentre i legami richiedono impegno, “connettere” e “disconnettere” è un gioco da bambini (Zygmunt Bauman).

Spesso i genitori sono alla ricerca, anche, di una legittimazione sociale o esterna: la società deve riconoscere e ufficializzare il legame fra i genitori e il figlio. Nel caso della nascita biologica ciò avviene nel momento in cui il padre o la madre dichiara all’Anagrafe del proprio Comune che quel bambino è suo figlio.

Nel caso della nascita adottiva è necessario che la paternità sia dichiarata da un Tribunale. Altre volte, i genitori adottivi, nonostante la legittimazione interna ed esterna, non trovano un senso di equilibro e talvolta l’angoscia può spingere il padre a cercare di reprimere le manifestazioni impulsive a volte anche violente del bambino e, in caso di insuccesso, a rifiutare questo aspetto del suo comportamento attribuendolo ai genitori biologici che diventano così unici responsabili di ciò che viene considerato come un difetto. Spesso, infatti, è come se di sviluppasse un senso di competitività tra il genitore adottivo e quello biologico.

La genitorialità non assume le proprie sembianze solo nel rapporto più concreto della relazione con i figli; si può essere genitori anche di concetti, teorie e dell’astratto in generale. Si pensi a Zeus, il padre degli dei dell’Olimpo. Possiamo pensare ai padri fondatori delle varie repubbliche moderne o a Dante, padre della lingua italica.

La genitorialità è un concetto che si trasfigura nel legame indissolubile che si instaura. Ci possiamo sentire padri e madri, dando un nome all’amore viscerale che proviamo. Per diventare genitori affrontiamo mutamenti profondi, prove, inciampi. E questo è drammaticamente vero nel caso della genitorialità adottiva.

Quello dell’adozione è un tema sempre più di attualità. Gli ostacoli incontrati dalle coppie nell’accedere alla genitorialità e i problemi relativi alla fecondità sono sempre più in crescita. La transizione alla genitorialità porta ad un totale riassetto della coppia, costituendo un passaggio psicologicamente molto delicato.

La genitorialità, intesa come processo, costituisce a tutti gli effetti un periodo critico dell’esistenza del soggetto e della coppia, senza distinzione portante tra genitorialità “naturale” e genitorialità adottiva. Non deve esserci una divisione tra genitorialità biologica e genitorialità adottiva, si hanno gli stessi vissuti di chi è entrato ed uscito dalla sala parto.

Le sfide dell’essere genitori

Un giorno un papà voleva avere un figlio e non lo trovava. Un giorno lo trovò, però per adottarlo ci voleva una madre. Allora il padre si sposò con la sua innamorata che si chiamava Maria e vissero felici e contenti (Andolfi, 2000, pag. 135).

Spesso ci si chiede se la genitorialità biologica sia molto diversa da quella naturale.

La nascita di un figlio, per una coppia, comporta un totale riassetto, sia dell’equilibrio esterno e relazione che di quello personale. Questo cambiamento è ancora più intenso quando all’interno della coppia entra a far parte un figlio adottivo. L’esperienza adottiva può consentire alla coppia genitoriale il dispiegamento di quelle potenzialità di prendersi cura e di costruire il luogo evolutivo della funzione genitorialità.

A questi aspetti, tuttavia, bisogna aggiungere che i genitori che adottano un bambino convivono pur sempre con la consapevolezza di essere genitori adottivi e non biologici. Oltre agli impegni comuni alla genitorialità biologica come l’accudire, il curare, l’educare i propri figli, dovranno affrontare l’integrazione di un nuovo membro, estraneo, che porta con sé la propria storia: a loro è chiesto di saper comprendere e gestire la storia e l’esperienza non condivisa con il bambino; di saper far fronte ai suoi bisogni speciali.

Nelle coppie biologiche il percorso verso la genitorialità è sostenuto da un dato di realtà (la gravidanza) che favorisce la gradualità dei processi di costruzione psichica della genitorialità. Viceversa, nelle coppie adottive, la transizione alla genitorialità comporta dinamiche differenti e legate a specifiche peculiarità.

La genitorialità adottiva si distingue da quella biologica per i gravosi compiti genitoriali che si dovranno affrontare una volta avvenuto l’incontro con il bambino. Le famiglie adottive, infatti, oltre a fronteggiare situazioni di impegni comuni a quelli delle famiglie naturali, come l’accudire, il curare e l’educare i propri figli, dovranno essere capaci di gestire l’informazione relativa alla storia precedente e non condivisa del bambino, di capire le sue particolari necessità e le ragioni di determinati comportamenti negativi, di aiutarlo a sostenere e superare il dolore legato al trauma dell’abbandono. In tutti i casi, i bambini portano con sé una storia di abbandono e di rottura del legame; nella gran parte dei casi questi bambini hanno subito distorsioni del legame di attaccamento e presentano un rischio elevato per un certo numero di scompensi dello sviluppo.

Inoltre, bisogna tener conto anche dell’incertezza relativa alla realizzazione del progetto adottivo e il tempo indefinito dell’attesa da sopportare. Dal momento in cui la coppia deposita la dichiarazione di disponibilità all’adozione, fino a quando incontrerà quello che diventerà il proprio figlio, inizia per gli aspiranti genitori un lungo periodo, che non sempre ha un lieto fine. La coppia cerca di prepararsi all’arrivo del bambino: partecipa agli incontri e ai corsi proposti dai servizi o dagli enti autorizzati; legge libri; frequenta persone che, a vario titolo, si sono avvicinate all’adozione. Altre coppie decidono di intraprende un percorso psicoterapeutico in modo da avere un sostegno psicologico. A far da cornice a questo lungo periodo è l’attesa.

Durante l’attesa la coppia fa i conti con la propria impotenza, la cui percezione sembra aumentare giorno dopo giorno. I tempi sembrano dilatarsi in uno spazio senza confini. Non si può fare niente per rendere le ore più veloci, non si conosce la causa degli eventuali ritardi, e il pensiero sembra andare sempre lì, a quella telefonata che non arriva mai. L’adozione è l’incontro di più persone, due genitori e un bambino, che s’incontrano, portando con sé una esperienza che le ha formate.

Conclusioni

Cerchiamo definizioni, continuamente. Cerchiamo un’etichetta per tutto quello che ci capita.

Soprattutto nel marasma dei nostri pensieri, tentiamo di aggrapparci a un nome, a un indice, a una giustificazione. La vita è una sfida continua. E una delle sfide più difficili può risiedere nella transizione alla genitorialità, soprattutto per la genitorialità adottiva. In un processo così complesso, ci si confronta con innumerevoli ostacoli, legali, burocratici, psicologici, emotivi, che riguardano la coppia, il rapporto della nuova famiglia o il rapporto con sé stessi.

In tutto questo, l’àncora da cercare è nell’amore, nel rafforzare giorno per giorno il rapporto con tutto ciò che amiamo. Sì, perché l’amore è un sentimento in continua evoluzione. È un sentimento plastico al pari del nostro cervello: l’amore, la capacità di amare, sa adattarsi a tutto. Perciò è auspicabile avere sempre il coraggio di farsi domande e di cercare le risposte, senza mai dimenticare che la miglior difesa è creare legami, il più resistenti e adattivi possibile.

P.S. CLICCA QUI per leggere le lettura immaginali di altre opere d’arte

Taggato in:

,

Info sull'autore

Teresa Di Matteo

Psicologa, Psicoterapeuta in formazione

Vedi tutti gli articoli