La radice del desiderio

Quante volte ci ritroviamo ad inseguire un desiderio che diventa più assordante di altri. Non riusciamo a pensare ad altro se non al suo soddisfacimento e ci arrovelliamo, andiamo avanti e indietro, cerchiamo incessantemente la strada più corta, vogliamo spegnare la sua luce che abbaglia. E poi appagato questo che si fa? Ne troviamo un altro ed ecco tornare la folle corsa.

Ma cosa è questo desiderio che tanto ci anima? Proviamo a procedere per gradi.

Il desiderio

La psicologia archetipica ama la scienza etimologica.

Si potrebbe dire che la desideri per rimanere in tema con quanto si sta leggendo. E il suo amore nasce in virtù della funzione dell’etimologia.

Indagare l’etimologia della parola, riporta la parola al tempo in cui essa si formò e ne restituisce il significato originario che spesso oggi rimane oscuro. Così, seguendo questa via preferenziale, la radice della parola desiderio rimanda a de e sidera che esprime un’assenza di stelle.

Quando si nomina il desiderio siamo di fronte un cielo cupo come la notte più buia. Nulla può illuminare il resto del paesaggio. Siamo soli, nell’oscurità.  Non vediamo le stelle ma vogliamo farlo. Le stelle per secoli hanno indicato la via dei navigatori, dei commercianti e di coloro i quali compivano il viaggio. E tra la miriade di stelle, una godeva di particolari osservazioni. Questa era la stella polare anche chiamata chiodo del cielo. Rimane fissa nella suo spazio e dalla sua posizione si definisce tutto il resto del firmamento e delle costellazioni.

Che si guarda il cielo per scorgere la strada da seguire? Per cui ricapitolando … il desiderio costella una mancanza, una solitudine e una distanza siderale. Ma quando siamo in grado di sentire una mancanza? Quando abbiamo fatto esperienza di un Altro diverso da noi. Se noi siamo in nostro mondo e ci bastiamo alla maniera di un governo autarchico, allora non vediamo altro all’infuori di noi stessi giacché non esiste. Ma se potessi, forse, è proprio così che descriverei la malattia. Un Io che tutto controlla, tutto governa ma che nulla vede oltre il suo naso. Arriva proprio il desiderio a spodestarlo con la sua forza che lo travolge e lo trapassa.

L’esperienza del desiderio scalfisce e indebolisce proprio questa credenza perché rivela che qualcosa desidera, dunque esiste, spinge tende ad emergere, al di là dell’Io. Io sono preso, portato, posseduto, animato, invaso, percorso dal desiderio. E proprio per questa ragione il desiderio non è mai tutto mio, ma è piuttosto sempre aperto sulla figura dell’Altro e sulla sua alterità. Il desiderio non rafforza la credenza dell’Io ma la sfilaccia, la spiazza, la ridimensiona; è un’esperienza di indebolimento della credenza narcisistica dell’Io come identità chiusa e autosufficiente che afferma se stessa (Recalcati, Ritratti del desiderio, pp. 20-21).

Il desiderio viene a scuotere l’Io per mostrargli Altro al di fuori di se stesso. Permette incontro e conoscenza di diversità, accedere al “piccolo popolo” dell’inconscio di Jung o alle immagini numinose alla maniera di Hillman. Il desiderio guarda altrove perché esso stesso viene da altrove.

Chi desidera il desiderio?

Se c’è un Io, un Altro e un desiderio che scompiglia le carte, chi desidera il desiderio?

Saranno forse le stelle che non si lasciano ammirare?

Immaginare che il desiderio giunga proprio da quelle stesse stelle che non appaiono ci permette di mettere a fuoco un altro aspetto del desiderio. Affronta un viaggio lungo anni luce prima di giungere a noi e per percorrere questa grande distanza necessita proprio di una grande forza, la stessa che ci travolge ormai giunto sul bersaglio e noi, poveri umani, non possiamo far altro che soccombere. Quindi il desiderio non è un atto di volontà ma accade. Arriva con lo scopo di farci vacillare, ridimensionare l’ideale che abbiamo di noi, ricordarci che la nostra intima natura è connessione piuttosto che isolamento.  Perché attraverso il desiderio incontriamo l’Altro, l’oggetto di questo desiderare.

Cosa desidera il desiderio?

Quando nominiamo l’Altro si entra in una dimensione simbolica del desiderio. Significa che astrae il desiderio dalla dimensione di semplice soddisfacimento di un bisogno, per donargli il valore della parola. Il desiderio che diventa parola può inseguire vie di soddisfacimento immaginali e non solo concretistiche.

Desiderare significa volersi sentire desiderati, voler essere riconosciuti dall’Altro, significa voler avere un valore per l’Altro. … Questa domanda impellente di riconoscimento accompagna la vita umana come tale. (Recalcati, Ritratti del desiderio, pp. 36-37).

Il desiderio così si mostra nella sua natura relazionale che illusoriamente si dirige verso gli oggetti, mentre sta indagando uno sguardo per specchiarvisi.

Conclusioni

Siamo animati da mille forme di desiderio.

Alcune ci appaiono nobili, altri li respingiamo e li reprimiamo perché ripugnanti tanto sono distanti dall’immagine che abbiamo di noi. Ma i desideri tutti ci mettono di fronte l’Altro, il diverso da noi o meglio il diverso dall’Io. E qui occorre fare un ulteriore passaggio. Da fuori a dentro. Dalla realtà fuori alla realtà della psiche.

Il desiderio muove verso, e da, un mondo inconscio Altro popolato da creature straordinari e Altre. Il mondo infero direbbe Hillman. Un mondo popolato da spettri da cui noi desideriamo essere desiderati, lì dove poter appagare immaginalmente l’inappagabile.

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