I desideri sono malattie

(l’illustrazione in copertina è di Gaetano Motisi, CLICCA QUI per vedere altre illustrations)

Secondo Buddha il desiderio è una delle tre malattie più antiche nella storia dell’uomo. Il nostro rapporto con il desiderio è “una relazione complicata”. Da una parte è motore delle nostre azioni, dall’altra è combustibile per la nostra sofferenza.

Stando a quanto detto dal Buddha ci sorge spontaneo chiederci: siamo sicuri che i desideri vadano esauditi?

A gettare fuoco su questa domanda è la tradizione greca che rappresenta il nostro rapporto con i desideri attraverso il mito di Tantalo, colui che eternamente soffre perché destinato a non poter mai appagare i suoi desideri e le sue necessità. 

Arthur Schopenhauer fu il primo a utilizzare il mito di Tantalo per descrivere l’eterna insoddisfazione della volontà per cui “contro un desiderio che viene appagato ne rimangono almeno dieci insoddisfatti (A.Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione).

Per uscire dall’impasse del desiderio gli alchimisti proponevano il cosiddetto paradosso del fuoco (il paradosso del desiderio) che consiste nel doppio comandamento: non rimuovere il desiderio e nel contempo non agire il desiderio.

Devo confessare che gli alchimisti sono abili a confondere le idee. Alla fine dei giochi la domanda principale a cui dobbiamo rispondere è la seguente: devo esaudire i miei desideri oppure no? 

Per rispondere a questa domanda procediamo con ordine e partiamo con la descrizione del mito di Tantalo.

Il mito di Tantalo e la sua punizione

Il mito di Tantalo sembrerebbe suggerci che i desideri vadano esauditi, al fine di non essere bruciati dal proprio fuoco interiore.

Il re della Frigia fu, come nei migliori drammi della mitologia greca, punito dagli dei a causa delle sue azioni: rubò l’ambrosia, rubò il cane d’oro di Efesto e infine per provare l’onniscienza degli dei, offrì loro in pasto suo figlio Pelope.

Gli dei non la presero bene, così lo condannarono ad un supplizio eterno: avere per sempre una fame e una sete impossibili da placare. 

Era immerso in una palude, ma non poteva bere, perché l’acqua si ritraeva ogni volta che tentava di accostare a essa le labbra riarse. Tormentato dalla fame, quando alzava le mani per cogliere una pera, una mela, un fico, un grappolo d’uva o una mela granata dall’albero che si protendeva verso di lui, i rami si allontanavano spinti da un vento infernale, che faceva cadere i frutti lontano dalla sua portata. Sull’albero poi incombeva un grande masso roccioso, sempre sul punto di cadergli in testa (Miti greci e di Roma antica, pp.128,129)

Perché siamo eternamente insoddisfatti? Lo script del Mai di Eric Berne

Il mito di Tantalo ci proietta direttamente nello Script del Mai di Eric Berne, che ci propone un movente della nostra “relazione complicata” con i desideri:

Gli scripts di tipo Mai sono rappresentati da Tantalo, che fu condannato a soffrire per tutta l’eternità la fame e la sete esposto alla vista del cibo e dell’acqua. Le persone con questi scripts sono soggette alla proibizione da parte dei genitori di fare le cose che più le attirano, e passano la loro vita frustrate e circondate da tentazioni. Esse accettano l’anatema parentale perché il loro Bambino ha paura delle cose che maggiormente bramano, e perciò sono loro stesse a imporsi queste frustrazioni (E.Berne, Fare l’amore)

Dal punto di vista psicologico le persone eternamente insoddisfatte, come Tantalo, desiderano ma non possono raggiungere ciò che bramano perché si sentono in colpa, sentono di aver rubato agli dei/genitori, o di averli offesi in qualche modo.

Chi è eternamente insoddisfatto, proprio come accadde a Tantalo nelle profondità più oscure degli inferi si sente come se fosse legato ad un albero e schiacciato da una pietra, senza poter trovare una soluzione.

La teorizzazione di Eric Berne ci suggerisce un’ipotetica causa del dramma del desiderio, ma non risponde alla nostra domanda: dobbiamo esaudire i desideri?

I desideri vanno esauditi?

Torniamo dagli alchimisti che a tal proposito ci propongono una via per ottenere la risposta:

Non rimuovere il desiderio e nel contempo non agire il desiderio.

Hillman, traduce gli alchimisti e ci suggerisce: non agire il desiderio; non tenerlo dentro. Anziché agirlo nel mondo o tenertelo dentro, agiscilo all’interno. Mettilo a cuocere nel rotundum (…). Contieni il calore dentro la testa riscaldando le fantasticherie della mente. Immagina, proietta, fantastica, pensa (Psicologia alchemica, p.48).

Cosa significa agire il desiderio all’interno?

Per l’alchimia i desideri sono fuoco, energia pura di vita e rinnovamento, pertanto devono prendere vita all’interno della Psiche, nelle immagini, nelle fantasie e nelle proiezioni.

Per quale motivo? Perché i desideri per essere vitali vanno lavorati e messi a fuoco: dobbiamo trasformare il “dare fuoco” in un “mettere a fuoco”.

Per mettere a fuoco i desideri, secondo gli alchimisti, bisogna compiere un’azione di separatio: bisogna separarli, definirli, capirli.

Non possiamo gestire tutta la sofferenza, tutto il male, tutta l’ignoranza, tutta la passione del mondo: solo quella parte specifica che è stata separata e ha ricevuto una forma riconoscibile (J.Hillman, Psicologia alchemica, p.48)

Ad esempio se ho fame, non posso prendere a morsi la prima cosa che mi capita fra le mani, bensì per far si che il desiderio sia funzionale bisogna capire di cosa ho fame: di pizza, di spaghetti al sugo, etc… Allo stesso modo se desidero la libertà non posso agire azioni casuali nel mondo, ma devo capire da cosa voglio essere libero interiormente, che parte della mia Psiche mi tiene prigioniero. Una volta separato il desiderio posso finalmente agire nel mondo.

Non dare fuoco, metti a fuoco

Abbiamo lasciato il povero Tantalo negli inferi a soffrire la sua fame eterna.

Il mito di Tantalo ci insegna che siamo condannati a patire i desideri finché non li mettiamo a fuoco.

Non possiamo agire il desiderio di libertà, di crescita, di sesso, di realizzazione. Sono dinamiche troppo generiche. Se le agiremo nel mondo in modo generico, il fuoco del desiderio si estinguerà o farà terra bruciata intorno e dentro di noi. Resteremo esauriti, legati all’albero divino e sotto un masso che vuole schiacciarci.

Se Tantalo andasse a fondo dei suoi desideri si accorgerebbe che il suo desiderio di fame, in realtà, vuole semplicemente liberarlo dalla corda che lo tiene legato all’albero, il suo desiderio di sete vuole salvarlo dal masso sospeso.

I problemi che abbiamo, afferma Jodorowsky, sono quelli che desideriamo avere. Siamo legati alle nostre difficoltà, così come Tantalo era legato al proprio albero. Ogni desiderio ci mostra a cosa tendiamo e quale difficoltà siamo legati, ci mostra la fissità dei nostri problemi.

Conclusioni

Ora possiamo rispondere finalmente alla domanda iniziale: dobbiamo esaudire i nostri desideri?

Dipende da quanto è specifico il desiderio, dall’operazione di separatio che abbiamo compiuto su di esso. I desideri incarnano il fuoco dell’anima, sono tentativi, da parte di Psiche, di risolvere i problemi fissi che adombrano la nostra vita.

I desideri vanno esauditi nel senso etimologico del termine, ovvero vanno ascoltati, e ascoltare è una parola ben lontana dall’agire. Se l’agire simbolizza il dare fuoco, l’ascoltare rappresenta il mettere a fuoco. 

I desideri vanno messi a fuoco, altrimenti il fuoco dentro di noi rischia di spegnersi o di dare fuoco alla realtà che abbiamo creato intorno a noi. Il desiderio, come ogni sintomo psicologico, può portare alla vita, ma anche alla morte.

Se Tantalo avesse concentrato il suo fuoco sulla corda che lo legava all’albero, avrebbe trovato una via di libertà; cercando invece di usare il suo fuoco per arrivare al cibo e all’acqua è rimasto eternamente insoddisfatto, perpetuamente bruciato dal suo stesso fuoco interiore.

P.S. CLICCA QUI per leggere L’ossessione per un desiderio indebolisce il nostro Io

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Info sull'autore

Michele Mezzanotte

Psicoterapeuta, Direttore Scientifico de L'Anima Fa Arte. Conferenziere e autore di diverse pubblicazioni.

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