Vita e Suicidio



Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta è rispondere al quesito fondamentale della filosofia. Il resto… viene dopo.  [Albert Camus, Il mito di Sisifo, 1942]

La vita vale la pena si essere vissuta? Vale la pena giocare “alla vita”? In fondo giocare con la vita, significa giocare e confrontarsi con la morte. 

Il dibattito sul suicidio nasce proprio dall’esigenza di confrontare la vita con la morte, l’una necessaria all’altra.

Prima di iniziare a parlare di suicidio, però, faccio una precisazione essenziale per proseguire nel discorso, una precisazione ispirata dalla psicologia archetipica di James Hillman.

Possono esistere diversi tipi di discorsi sul suicidio: morale, teologico, economico, sociale, medico… Tuttavia in questo articolo affronterò il suicidio dal punto di vista che mi compete, quello psicologico. Quindi nella lettura di questo articolo è importante usare gli occhi di Psiche, liberi da moralismo, teologismo e medicalismo.

Per la Psiche, né l’immortalità è un dato di fatto, né la morte è una fine. [J.Hillman, Il suicidio e l’anima, p.105]

 

Il suicidio e l’anima

Il suicidio e l’anima è il capolavoro di James Hillman. 

Il suicidio e l’anima fu pubblicato per la prima volta nel 1964. Fu un libro rivoluzionario che provocò malumori a molti addetti ai lavori nel C.G.Jung Institute [CLICCA QUI per leggere cosa accadde tra Hillman e il C.G.Jung institute].

Successivamente, nella riedizione del 1997, Thomas Szasz scrisse una prefazione dalla quale ho tratto questa frase che fa capire la bellezza e l’immensità di questo lavoro:

Non c’è da spiegare alcun mistero, riguardo al suicidio. Il suicidio è semplicemente un metodo mediante il quale possiamo trasformare il morire da una casualità a una scelta. Come ogni atto che compiamo nella vita, l’atto che vi pone fine non riguarda affatto la medicina, mentre riguarda, moltissimo, “l’anima”. Benché sia stato scritto molti anni orsono, questo denso libro di James Hillman non potrebbe essere più attuale. Anziché spiegare il suicidio (liquidandolo), Hillman aiuta il lettore a comprenderlo un po’ meglio. [T.Szasz, Prefazione al Suicidio e l’anima di James Hillman, p.16]

Per osservare il suicidio, sono necessari gli occhi di Psiche, della psicologia e dell’anima.

Stupenda inoltre la nota introduttiva al testo dello stesso Hillman:

Addentrarsi in temi come la morte e il suicidio significa infrangere dei tabù. Per affrontare temi che si sono cristallizzati nel tempo occorre vigore e, quanto più sono tenaci le difese, tanto più si è portati a proporre con forza la propria tesi.

Qualunque cosa si dica sull’anima umana, ammesso che abbia un senso, sarà insieme giusta e sbagliata. [J.Hillman, Il suicidio e l’anima, p.17]

Il discorso che ci accingiamo a fare sul suicidio è quindi giusto e sbagliato: giusto da punto di vista psicologico, sbagliato dal punto di vista morale, medico, sociale e teologico. 

Secondo lo psicologo americano confrontarsi con il suicidio significa confrontarsi con l’Assassino interiore che è presente in ognuno di noi. L’assassino che, quando agisce psichicamente, ci permette  di uccidere parti obsolete della nostra personalità; mentre, quando viene letteralizzato, vengono commessi omicidi e suicidi.

Hillman analizza l’affermazione di Sartre: L’unica persona in grado di comprendere una morte è la persona che è morta, dichiarandola falsa perché anche l’analista può capire la morte di quella persona. Proprio nei primi paragrafi, James, afferma che analista e paziente hanno un rapporto unico e particolare. L’analista è partecipe alle dinamiche psichiche dell’altro, le vive insieme a lui e ne fa esperienza. Man mano che il paziente si conosce, anche l’analista lo conosce. In questo senso non esiste un soggetto supposto sapere, ovvero colui che sa prima di vivere. In analisi esiste semplicemente un co-noscere ovvero un sapere insieme che si forma nel tempo e nello spazio analitici.

In questo modo l’analista è l’unico, insieme al paziente, a conoscere il suo desiderio suicida.

La stragrande maggioranza di persone entra in analisi con il bisogno di uccidere la propria parte sofferente, gridando aiuto. Un grido d’aiuto che non è stato ascoltato dal contesto che lo circonda, perché spesso non sappiamo “giocare” con la morte nel senso psicologico. La nostra società è carente di una vera e propria ars moriendi, un’educazione che ci permetta di parlare liberamente di morte e violenza. 

Il bisogno psichico di uccidere si può manifestare in modo eterodiretto, nei confronti di un mondo esterno crudele e spietato; o in modo autodiretto, ovvero considerandosi artefice del proprio malessere, sbagliato e da correggere.

Ognuno di noi, in un determinato momento della vita, o in più frangenti, vive e sente il bisogno di morire, di far morire qualcosa di se, letteralmente un desiderio di suicidio.

Qui entra in gioco la psicologia.

Il punto di vista medico, teologico, morale o sociale, sono ostinatamente avversi a questo tipo di dinamica. Mentre, la psicologia non medicalizzata e non teologizzata, accoglie apertamente il discorso sulla morte.

Cosa fare di fronte al bisogno di morire della persona che ci è di fronte? 

L’analista non può negare questo bisogno di morire. Dovrà accompagnarlo. Il suo compito è quello di aiutare l’anima nel suo percorso. Non osa opporsi a quel bisogno impellente in nome della prevenzione, perché sa che la resistenza non fa che rendere più cogente il bisogno e più fascinosa la morte concreta. [J.Hillman, Il suicidio e l’anima, pp.136/137]

L’analista deve calarsi nella morte insieme alla persona che ha di fronte. Camminare sul sottile filo tra l’immaginale e il letterale, tra il trascendente e l’immanente.

Arrivati a questo punto, sprofondiamo sempre di più nella morte sul piano immaginale, seguiamo il suo discorso, la dinamica che ci offre in cambio del perdono e della redenzione. 

Ognuno ha la morte che merita? La morte e il suicidio

La morte è un tabù molto più forte rispetto al sesso. Il suicidio ci impone di confrontarci con due tabù fortissimi della società occidentale: la morte e la violenza

Nella visione daimonica dell’anima e nella visione psicologica, ognuno ha la morte che merita.

Leggere questa affermazione scandalizza, indigna e scuote: scandalizza se pensiamo alle morti violente, alle morti per malattia e alle morti improvvise o se penso ad un mio amico che è morto troppo giovane per meritarsi la morte che ha avuto. Tuttavia ripeto, e non posso stancarmi di ripetere, in questa occasione è un dovere lasciare da parte il moralismo per abbracciare la visione di Psiche, la visione del qui ed ora, dell’hic et nunc, dove passato e futuro agiscono insieme per creare il presente fatto di dinamiche ed emozioni.

Dal punto di vista immaginale morire significa compiere la vita, ovvero portarla a compimento. Etimologicamente meritare significa guadagnare.

Ci sono momenti della nostra vita in cui noi guadagniamo la morte: abbiamo necessità di morte e violenza a livello psicologico. 

Inoltre dobbiamo sempre ricordare che i miti governano le nostre vite. Pilotano da sotto le storie cliniche attraverso la storia animica. L’irrazionalità, l’assurdità e l’orrore di quegli esperimenti della natura che sono le nostre vite sono assunti su di sé dalle immagini e dai motivi mitologici, diventando in tal modo un po’ più comprensibili. Ci sono persone che devono vivere malamente la vita e poi morire malamente. Come altrimenti possiamo spiegarci il crimine, la perversità, il male? L’affascinante intensità ditali vite e di tali morti mostra che sono all’opera cose che trascendono il meramente umano. [J.Hillman, Il suicidio e l’anima, p.126] 

Sappiamo che morire è necessario per cambiare e per vivere, quindi il bisogno della morte personale, il suicidio, indica una necessità di cambiare qualcosa nella propria vita. Le fantasie di morte e violenza chiamano a consigliere dell’anima l’archetipo dell’assassino interiore che esige un dazio.

Cosa fare dunque quando incontriamo l’assassino interiore? 

 

Chiamare a consiglio la morte

Per rispondere questa domanda dobbiamo spostarci sul piano psichico e, come dice Hillman, affrontare a viso aperto il nostro assassino interiore, forse accompagnandolo nel suo gesto.

Innanzitutto richiamo alla memoria Carlos Castaneda quando affermava che, nei momenti di difficoltà, bisognava chiamare a consiglio la morte. Cosa faremmo in una situazione difficile se quelli fossero gli ultimi istanti della nostra vita? La morte libera, come ci ricordano le parole toccanti di Hillman intervistato da Silvia Ronchey in punto di morte:

Com’è morire?
«Uno svuotamento. Si comincia svuotandosi. Ma, si potrebbe chiedere, che cos’è o dov’è il vuoto? Il vuoto è nella perdita. E che cosa si perde? Io non ho “perso” nel senso comune di “perdere”. Non c’è perdita in quel senso. C’è la fine dell’ambizione. La fine di ciò che si chiede a se stessi. E’ molto importante. Non si chiede più niente a se stessi. Si comincia a svuotarsi degli obblighi e dei vincoli, delle necessità che si pensavano importanti. E quando queste cose cominciano a sparire, resta un’enorme quantità di tempo. E poi scivola via anche il tempo. E si vive senza tempo. Che ore sono? Le nove e mezza. Di mattina o di sera? Non lo so».

L’atto di morte e la comparsa dell’assassino interiore sono legati quindi ad un atto di svuotamento, di perdita, di libertà dai vincoli e dagli obblighi. Chiamare a consiglio la morte significa chiamare a consiglio la libertà.

Quando c’è l’idea di morte, c’è in noi un’esigenza di scivolare via dalla propria vita, di addormentarsi, di vivere qualcosa di nuovo e lasciare che il vecchio muoia. L’assassino interiore in questo momento della vita deve agire, psichicamente o letteralmente.

Purtroppo non esiste ancora un’educazione psicologica che impedisca la letteralizzazione di Psiche, così spesso sentiamo casi di cronaca nera concernenti omicidi o suicidi. Ovviamente non sono così ottimista nel credere che un’educazione psicologica possa risolvere tutti i casi di omicidio e suicidio, ma sicuramente sarebbe di grande aiuto per l’anima delle persone. Purtroppo non c’è fede, medicina, morale, teologia o diritto che regga il confronto con la morte e la vita. La psicoanalisi è nata proprio da questa esigenza: l’incontro con la morte, l’ombra, il diabolico e il mostruoso. 

L’assassino interiore è morte e violenza, e in questa società non hanno posto perché considerate nemiche dell’uomo. Tuttavia, come ci ricorda Nietzsche, bisogna andare oltre l’uomo per essere psicologici, e anche la violenza ha un bene intrinseco, e può essere funzionale alla vita. [In questo articolo ho parlato ampiamente di questo tema riferito alla violenza nella coppia. CLICCA QUI per leggerlo].

Lo psicologo Adolf Guggenbühl-Craig afferma che, il bene della violenza pur rimanendo molto pericolosa, si può ricercare solo quando essa è usata con Eros. 

La violenza è un bene se abbiamo il coraggio di usarla sotto la bandiera di Eros, ma facendo questo abbiamo anche il coraggio di ammettere a noi stessi che questo uso della violenza attiva in noi degli strati psichici molto profondi e che in questo modo entriamo in contatto con l’omicida e il suicida che sono in noi.  [Adolf Guggenbühl-Craig, Il bene del male, pp.100/101]. 

 

Il doppio valore del suicidio. La filosofia della redenzione. 

Ad un certo punto della nostra la morte e la violenza appaiono necessarie, e il suicidio è un mezzo per compierle. Abbiamo tre soluzioni:

1 Letteralizzare la morte e commettere un atto concreto di suicidio;

2 Non far accadere il suicidio e rimanere nel limbo della non-morte;

3 Morire metaforicamente, ovvero compiere un suicidio psicologico.

 

Da psicologo, ovviamente, anelo sempre alla terza prospettiva, e mi chiedo: a cosa serve il suicidio dal punto di vista dell’anima?

Dio è morto, affermava Nietzsche. Ma prima ancora di lui Philipp Batz, detto Mainländer sussurrava: Dio si è suicidato.

Il grande tema della Filosofia della redenzione è il fare spazio attraverso la morte al moltiplicarsi della vita. Per permettere la nascita di qualcosa, devo uccidermi, devo fare spazio, devo eliminare la solitudine della completezza d’esser solo.

Il mistero che avvolge la speculazione di Mainländer nasce dalla sua morte: dopo aver pubblicato la prima edizione della Filosofia della redazione, letteralizzò la sua opera e si suicidò. Lo stesso fece anni dopo la sorella, dopo aver ripubblicato l’opera, si tolse la vita.

La sua filosofia è semplice e contemporanea, è una visione occidentale e orientale al tempo stesso: tutto nasce da un Big Bang, l’esplosione di un’unità dalla quale nacquero tutte le cose del mondo. Questa unità era Dio.

Dio era solo e imprigionato nella sua onnipotenza e immobilità, così l’unica azione libera che poteva compiere per creare vita e movimento era la morte attraverso il suicidio, visto che non esisteva null’altro, se non lui stesso. 

Il suicidio della Filosofia della redenzione nasce da un volersi liberare di qualcosa: magari una parte di noi che ci opprime, da una realtà che ci schiaccia, da un contesto che ci soffoca, o che ci immobilizza. Il suicidio così è un grande movimento che tende alla vita, alla libertà e al cambiamento. La fantasia del suicidio vuole uccidere una parte di noi che ci immobilizza nella vita, che ci intrappola, ci blocca, ci fa soffrire ed è diventata insopportabile, troppo pesante da portare avanti, o per adattarsi ad essa; una parte della nostra personalità che ha bisogno di un atto di violenza intrapsichico per poter cambiare.

Il suicidio concreto, reale, è un tentativo da parte di una persona di cambiare, ovvero è la volontà di cancellarsi per essere qualcos’altro, come se non ci fosse più nulla da salvare di sé stessi.

Il suicidio è il tentativo di passare violentemente da una sfera all’altra, attraverso la morte. [J.Hillman, Il suicidio e l’anima, p.109]




Conclusioni – La sofferenza come confusione tra interno ed esterno

Esistono diversi tipi di suicidio: suicidi di disperazione, suicidi d’amore, suicidi di massa, suicidi alimentari, suicidi inconsci, omicidi-suicidi, suicidi casuali… e così via. Ogni fantasia di suicidio è legata alla dinamica del morire, quindi strettamente connessa alla psicoanalisi, in quanto la psicoanalisi si confronta con la morte e con la vita.  

James Hillman afferma che fare analisi significa morire. In questo contesto l’immagine del suicidio esprime l’urgenza di una trasformazione precipitosa [J.Hillman, Il suicidio e l’anima, p.115]

Possiamo arrivare ad un punto della vita nel quale non ce la facciamo più, ci sentiamo schiacciati, nauseati, oppressi, stanchi. In questo momento della vita, la morte è necessaria.

Sofferenti, seduti sul baratro della nostra psiche, contempliamo l’abisso che ci attende, e dietro di noi, il nostro assassino interiore aspetta un nostro cenno per compiere il nostro destino. 

La morte è necessaria al movimento e alla Psiche. In assenza della morte l’anima sarebbe sola, come il Dio di Mainländer, che rappresenta la nostra sofferenza: onnipotente, immobile e inarrestabile. 

Noi psicoterapeuti siamo sempre a contatto con la morte, sempre sospesi su un filo sotto il quale possiamo nitidamente percepire l’abisso dell’anima, e che collega l’immanente e la concretezza della morte con la trascendenza dell’Anima, quindi con la morte metaforica. Giochiamo al gioco del dentro-o-fuori, cerchiamo di far chiarezza a ciò che confonde l’anima, perché alla fine, molti suicidi, sono atti di confusione e impotenza di fronte alla realtà. 

La minaccia del suicidio, al pari di qualsiasi problema che induce una persona ad entrare in analisi, è una confusione tra interno ed esterno. Noi soffriamo quando mischiamo la realtà psichica con persone ed eventi concreti [J.Hillman, Il suicidio e l’anima, p.121]

 

Infine concludo con delle parole di Mainländer, il filosofo che più di tutti ha esplorato la dinamica del suicidio. Parole liberatorie, come il suicidio, grido d’aiuto e incontro con l’assassino interiore, che è un tendere ad una libertà che ci sembra irraggiungibile.  

Chi non desidera portare il fardello della vita, se ne libera. Chi non può più tollerare di restare nella sala carnevalesca del mondo, o come dice Jean Paul, nella grande sala d’attesa del mondo, allora entra, dalla porta “sempre aperta”, dentro la silenziosa notte. [Mainländer, Filosofia della redenzione]