Banksy è artefice di potenza psicologica. Crea simboli e rivoluziona il linguaggio dell’arte. Ha creato, per raccontare la sua visione dell’emergenza Covid-19, un disegno che resterà accessibile a tutti per un mese, per poi essere venduta in beneficenza. Un’opera in bianco e nero, con una croce rossa in risalto. Un disegno che racconta le sensazioni di molti in questi tempi di emergenza, in questi tempi di “cambi di gioco”. Sì, già dal titolo – “Game Changer”, “Cambi di Gioco” – Banksy già concede agli spettatori la sua interpretazione del Covid-19 e dei cambiamenti che questo pandemia ci ha portato.

L’opera

Il contrario del gioco non è ciò che è serio, bensì ciò che è reale. (Sigmund Freud)

Un bambino (sesso maschile) è in ginocchio vicino a un cestino. Sembra stia giocando. Nell’immaginario collettivo i bambini dovrebbero giocare con i supereroi: Batman, Spiderman, Hulk…Nell’immaginario collettivo ai bambini toccano i supereroi, alle bambine toccano le bambole. Cosa penseremmo se un bambino giocasse a pettinare le bambole o a organizzare il matrimonio tra Barbie e Ken? Lasciamo momentaneamente in sospeso questa – assurda – domanda.

Bansky ci dice che oggi un bambino sceglierebbe un’infermiera, ovvero il simbolo delle professioni sanitarie “in prima linea” a fronteggiare l’emergenza. Un bambino, in ginocchio, cambia gioco. E il suo mondo è in bianco e nero, tranne una croce rossa indossata dalla sua supereroina.

Il bambino è in ginocchio. In ginocchio perché i bambini giocano restando a terra. In ginocchio perché l’umanità intera si è riscoperta bambina alle prese con un mostro, simile a quelli che leggevamo nelle favole. Una pandemia senza volto, senza voce. Un nemico – così un po’ tutti lo stiamo immaginando – da combattere. E combattere, purtroppo, è un termine che ricorre spesso nel nostro immaginario. I bambini possono permettersi di combattere nemici immaginari; gli adulti, tendenzialmente, no. Gli adulti dovrebbero affrontare i problemi senza entrare in guerra. Gli adulti dovrebbero sapere che le guerre non portano mai nulla di buono. Ecco la prima lezione dell’opera di Bansky: cari adulti, riconoscete di essere bambini in questa lotta.

La croce rossa è un simbolo. Nei film sulla Seconda Guerra Mondiale, le infermiere (badate bene il genere) indossano un grembiule con la croce rossa. I cappellani ospedalieri che si riconoscono nell’ordine fondato da san Camillo de Lellis, portano una croce rossa bene in vista. Rosso è il colore del sangue e della sofferenza di chi sta male. Il rosso è uno dei colori che più richiamano la nostra attenzione. Rosso è l’unico colore che ci schiaffeggia nel capolavoro di Spielberg “Schindler’s List”.

I supereroi di sesso maschile abbandonati nel cestino dei giocattoli (un cestino di giocattoli o un cestino della spazzatura?), sono il simbolo di un mondo di immagini che deve cambiare gioco, ma che ancora non è in grado di comprendere a pieno questa necessità.

Personale sanitario = supereroi?

Sventurata la terra che ha bisogno di eroi (Bertolt Brecht)

Nelle immagini simboliche rimbalzate nel nostro immaginario collettivo in questo periodo pandemico, il personale sanitario sembrava vestirsi di mantelli per volare. Mascherina, guanti, camici…tutto sembrava diventare l’esatto contrario di indumenti da lavoro. Attenzione. C’è un rischio profondo nel considerare un lavoro, seppure con rischi degni di eroi, come una missione da supereroi. I supereroi scelgono il pericolo, come se portassero l’onere e l’onore di una missione di salvezza. Medici, infermiere e infermieri, operatori socio sanitari, psicologi ecc non vanno considerati supereroi. Seppure in una sorta di trincea, ovvero in prima linea sul proprio posto di lavoro, stanno lavorando. Stanno portando avanti la loro scelta occupazionale. E questa, per Legge e per fortuna, prevede determinati confini: stipendio, sicurezza, diritti e doveri. Dire che le professioni sanitarie siano una missione da supereroi porta con sé il rischio di attribuire il martirio a donne e uomini che, invece, stanno lavorando. Spogliare il lavoro del suo ruolo e rivestirlo di eroicità può voler dire svilire il senso umano del lavoro.

Corriamo il rischio di credere che, dal momento che abbiamo eroi – e non lavoratrici e lavoratori – in prima linea negli ospedali, tutti possiamo delegare le nostre responsabilità. Poco importa se non indossiamo le mascherine o se non vogliamo affrontare (non combattere) – con la responsabilità degli adulti – le difficoltà sanitarie, sociali ed economiche di questo periodo: abbiamo gli eroi a proteggerci.
Poco importa se tutto il personale è impegnato in turni massacranti, con misure di sicurezza risicate, a distanza dalla propria famiglia e dalla propria vita: sono missionari.

Vi ricordate la foto di quell’infermiera stremata, addormentata su una scrivania, dopo un turno estenuante di lavoro? È stata una fotografia simbolo dell’emergenza. Il simbolo della forza di eroi davanti a un nemico da combattere. Avrebbe potuto essere il simbolo di quanto stiamo chiedendo a lavoratrici e lavoratori davanti a una estrema situazione sanitaria. Se i nostri ospedali avessero avuto protocolli di emergenza più efficaci, personale da turnare e se non avessimo subito tagli su tagli, beh, non avremmo avuto bisogno di un simbolo a cui aggrapparci.

Ogni disegno, ogni fotografia, sa raccontare una storia palese, ma può raccontarne tante altre a seconda del punto di vista da cui lo guardiamo. La differenza la fa il nostro sguardo d’anima, la nostra capacità di determinare il significato del mondo che ci circonda.
Tante volte ho sottolineato la bellezza e l’importanza psicologica di accogliere il bambino che c’è in noi. Tuttavia, nel mondo del lavoro, i bambini non dovrebbero avere un ruolo. Il binomio bambino-lavoro dovrebbe far venire i brividi.

Banksy forse ci sta tirando uno schiaffo per svegliarci?

Donne a lavoro

Le donne sostengono la metà del cielo. (Proverbio cinese)

Vi ricordate il film Pearl Harbor? Gli uomini a combattere e le donne in corsia come infermiere. Ruoli egualmente importanti, ma con connotazioni simboliche e di genere completamente diverse.

Il Covid-19 sembrava un virus con forti differenze di impatto a seconda del genere dei contagiati. C’era, addirittura, chi pensava che per far ripartire l’economia sarebbe stato necessario favorire l’impiego delle lavoratrici, presumibilmente meno esposte al contagio. Come durante le guerre, appunto, con le donne chiamate a lavorare al posto degli uomini inviati al fronte.

Tuttavia, il Covid-19 non mette in atto disparità di genere. Il mondo del lavoro sì. Ed è un aspetto del nostro mondo moderno che dobbiamo ancora affrontare. Banksy ne è consapevole; l’arte di Banksy lo esprime bene. Perché allora in questo disegno l’unica donna nel disegno viene tratteggiata come un eroe?! Possiamo leggere in quella infermiera tutte le donne che vivono il ruolo di “donne di casa”, lavoratrici a tempo pieno e senza stipendio. Possiamo leggere la fatica delle lavoratrici che, troppo spesso, a parità di mansioni e di formazione, lavorano più e vengono pagate meno dei colleghi di sesso maschile. Possiamo leggere in quella infermiera la lotta che molte donne devono compiere per avere una “carriera” e una famiglia. Lottano anche con il nostro immaginario collettivo, ancora ben radicato su simboli antichi.

Mi piace leggere in quell’infermiera-eroe la Grande Madre, la donna creatrice e distruttrice, l’energia che può creare, sradicare, distruggere e ricreare l’universo di ciascuno di noi.

Essere consapevoli che ancora oggi esista una differenza di genere mortificante dovrebbe essere un peso per le nostre coscienze. Credere che donne e uomini non siano in grado di adempiere gli stessi compiti, con le medesime capacità e senza differenze (se non quelle individuali, non di genere) è una umiliante mistificazione della realtà. Maschile e femminile convivono nella nostra anima. Dovrebbero convivere anche nella realtà.

Ancora una volta, a noi spetta la possibilità di scegliere da che prospettiva psicologica guardare questo fenomeno, così come l’opera di Banksy.

Conclusioni

Domani sarò ciò che oggi ho scelto di essere. (James Joyce)

Cosa penseremmo se un bambino giocasse a pettinare le bambole o a organizzare il matrimonio tra Barbie e Ken? E se una bambina giocasse con i soldatini o i supereroi? Saremmo in grado di accogliere l’individualità e non il dualismo uomo-donna?
Molti credevano nel maschilismo al contrario del Covid-19. Troppi credono che anche nel lavoro esistano compiti da donna e compiti da uomo. Molti hanno visto e vedono in questa pandemia una guerra da combattere e non un pericolo da affrontare. Troppi credono che il nostro mondo abbia bisogno di eroi, missionari senza diritti e con il solo scopo dell’eroismo stesso.

Questa è un’illusione pericolosa, che dovrebbe far venire i brividi come il binomio bambini-lavoro.

Le difficoltà, le scelte di vita, le responsabilità…tutto va affrontato, non combattuto. Possiamo immaginare il mondo psicologico come un mosaico, fatto da tasselli da integrare. Perdere o rompere un tassello significa rinunciare al mosaico nella sua interezza.

Banksy disegna come un bambino potrebbe giocarsi l’emergenza Covid-19. Banksy avvisa gli adulti che guardano che il mondo in bianco e nero deve cambiare gioco. Ci invita a essere gli artefici del cambiamento di gioco…lo fa con il rosso del pericolo e di una croce. Una croce rossa, una responsabilità – psicologica e di vita – che coinvolge ognuno di noi, fregandosene delle disparità di genere. A noi l’onere di scegliere la prospettiva da cui guardare la realtà.

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Info sull'autore

Teresa Di Matteo

Psicologa, Psicoterapeuta in formazione

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