Psicologia immaginale di Carola Rackete




Al termine di tutta l’odissea mediatica, Carola Rackete, con la sua Sea Watch 3, ha forzato il posto di blocco di Lampedusa, speronato una nave delle fiamme gialle, e fatto sbarcare i 42 migranti che portava a bordo. Infine è stata arrestata.

Carola Rackete sfidando leggi e regole di stato è entrata di diritto nell’elenco dei pirati contemporanei. Solo la storia ci saprà dire se il ricordo che ne avremo è di un’eroina o di una criminale. 

In questo momento, però, da psicoterapeuta tale discorso mi interessa poco. Ciò che voglio è osservare in trasparenza i fatti e farne una lettura immaginale, grazie al punto di vista della psicologia archetipica di James Hillman. Per fare ciò dobbiamo abbandonare per qualche minuto il nostro giudizio morale sulla questione e porre tutto l’accaduto all’interno del nostro palcoscenico psichico. Quindi vi consiglio di sospendere il giudizio fino alla fine dell’articolo e non esprimere opinioni, se non alla fine di esso. 

Da questo punto di vista Carola diventa una parte della nostra persona, così come lo stato italiano. Tutto fa parte di noi e si declina psicologicamente nella nostra vita. La domanda alla quale cercherò di rispondere è questa: Carola Rackete rappresenta ciò che di noi è pirata o ciò che in noi è una donna libera? 

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Carola, la persona libera 

Carola Rackete è un capitano, laureata in scienze nautiche all’Università di Jade, con diverse esperienze di navigazione e un master in conservazione ambientale.

Abbiamo sentito la voce di Carola sul profilo Twitter dell’organizzazione umanitaria della quale fa parte, dove ha comunicato la sua decisione “di entrare in porto a Lampedusa. So cosa rischio, ma i 42 naufraghi a bordo sono allo stremo”.

È proprio da questa sensazione che dobbiamo partire per guardare in trasparenza i fatti avvenuti: l’essere allo stremo ci porta a compiere azioni “disperate”, azioni che non avremmo mai fatto se non fosse strettamente necessario. Essere allo stremo significa essere fuori [extremo] dal solco della normalità. Superato questo limite dobbiamo solo decidere se continuare la strada intrapresa oppure tornare indietro. Carola, trovatasi allo stremo, ha deciso di proseguire. 

D’altronde già il nome in sé, Carola, deriva dal tedesco Kart che significa persona libera. Nel nome un destino, nomen omen, nomina sunt conequentia rerum. Il primo passo per entrare in una visione immaginale degli eventi è quindi contattare la nostra parte Kart, la nostra persona libera che dentro di noi scalpita per infrangere limiti e per portarci agli estremi delle nostre convenzioni ideologiche.

Una parte della risposta alla prima domanda è questa: si, Carola è una donna libera. 

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Carola, la pirata in cerca di fortuna

Carola Rackete, come abbiamo accennato prima è diventata a pieno diritto una pirata, colei che cerca fortuna nelle sue avventure, colei che tenta, esplora e naviga per mare [etimologia Piarata] . Carola senza dubbio è stata una pirata perché ha infranto delle regole e ne ha fatto politica scegliendo non un porto “a caso” e neanche il più vicino, ma il più “fortunato” dal punto di vista “piratesco”.

Ripeto: non è mia intenzione fare morale dell’episodio, tanto meno politica. Il mio punto di vista sarebbe superfluo e varrebbe tanto quanto quello di chiunque altro. Il mio intento è semplicemente di fare psicologia, fare anima. Pertanto la vera domanda che dobbiamo porci prima di giudicare questa questione è: quando siamo pirati nel mare della nostra vita? Quando cerchiamo fortune, tentiamo la sorte, esploriamo e infrangiamo le regole per un nostro tornaconto? 

“La mia vita è stata facile, ho potuto frequentare tre università, sono bianca, tedesca, nata in un paese ricco e con il passaporto giusto”, ha dichiarato Carola al giornale Repubblica. “Quando me ne sono resa conto ho sentito un obbligo morale di aiutare chi non aveva le mie stesse opportunità”. L’obiettivo della pirata Carola è quello di infrangere le regole che pongono le differenze culturali, e in questo caso le differenze psicologiche dentro di noi. 

Abbiamo quindi la seconda parte della risposta alla domanda iniziale: si, Carola è una pirata. 

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Conclusioni

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Rispondendo alla domanda iniziale – Carola Rackete rappresenta ciò che di noi è pirata o ciò che in noi è una donna libera? – Possiamo rispondere che Carola è sia la donna libera dentro di noi che la pirata che imperversa nei nostri mari interiori. 

In Cent’anni di solitudine Gabriel Garcia Marquez “Fece costruire a sua moglie una stanza da letto senza finestre in modo che i pirati dei suoi incubi non avessero dove entrare.” Dello stesso tenore mi torna in mente la canzone del gruppo tedesco Rammstein, Stein um Stein, Pietra su Pietra: “Ho dei piani, grandi piani / Ti costruirò una casa / Ogni pietra è una lacrima / E tu non uscirai mai più / Si ti costruirò una casetta / Senza finestre senza porta / Dentro sarà buio / La luce non entrerà per niente”.

La funzione del pirata che è in noi, di Carola, la donna libera, è proprio quella di essere l‘incubo – come in Cent’anni di solitudine – per la nostra parte intrappolata, murata viva dentro una casa piena senza porte e senza finestre. Mi chiedo allora se l’andamento del nostro stato, oggi, rappresenti il movimento di una psiche collettiva che viene murata dentro, dove ogni pietra è una lacrima, dove dentro è tutto buio e nulla, neanche la luce, potrà entrare. Ma a questa domanda non so e non posso rispondere. 

Nella vita individuale possiamo ritrovarci murati dentro la casa che abbiamo eretto senza porte e senza finestre, come quando ad esempio ci costruiamo un personaggio e non riusciamo a venirne fuori, oppure quando siamo invischiati all’interno di una relazione senza via d’uscita,  o quando il destino sembra averci riservato una vita piena di sofferenze dalla quale non abbiamo scampo. 

In questi frangenti ci sentiamo intrappolati dentro qualcosa che abbiamo costruito con tanta cura eseguendo i nostri grandi piani come nella canzone Stein um Stein prima citata. In questi momenti di buio dobbiamo essere tutti come Carola Rackete, pirata e donna libera. In questi frangenti decade la domanda se essere pirata sia giusto o sbagliato e dobbiamo trasformarci nei nostri stessi incubi per far sì di non rimanere intrappolati dentro le quattro mura da noi costruite. 

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