Nove novembre 1989: cade il muro di Berlino, finisce la guerra fredda.

Trent’anni fa, il nove novembre 1989, cadeva il muro di Berlino. Neanche due anni dopo crollava l’Unione Sovietica. Fu la fine di un’epoca e potremmo ben dire la fine del ventesimo secolo. I fatti storici che seguirono dopo, dalle Guerre del Golfo all’attentato alle Torri Gemelle sono già l’inizio del nuovo secolo e delle vicissitudini storiche di cui al presente siamo testimoni e protagonisti.

Il muro di Berlino è caduto perché non era più possibile portare avanti un esperimento sociale basato sul controllo totale e coercitivo della vita delle persone in un regime di privazioni e paura privo di ogni più elementare diritto umano. E lo dimostrò la folla di persone che in una notte si riversò verso l’altra parte della città fuggendo via dalle case come carcerati a cui è stata data finalmente la libertà.

Dopo il muro di Berlino i muri sono aumentati

Oggi di muri nel mondo purtroppo ne esistono ancora settanta (E. Vallet, Border Wall, Hypotheses.org, 2013), e sono eretti sempre per gli stessi motivi: proteggersi dalle invasioni ed impedire a chi è dentro il confine di uscire liberamente. Fra i più noti c’è il muro di circa 600 km costruito da Israele per separarsi dalla Cisgiordania. C’è il muro messicano iniziato nel 1990 da Geoge W. Bush e tutt’ora oggetto delle politiche di Trump. Ci sono anche muri che non sono stati eretti dall’uomo ma che le circostanze dei flussi migratori creano in determinati ambienti. Esempio di questo è la fascia di Mar Mediterraneo che separa la Libia dall’Unione Europea o le frontiere sulla cosiddetta rotta balcanica.

Che cosa è un muro dal punto di vista psicologico?

Il muro segna un confine dividendo due spazi.

Il muro permette di edificare e  proteggere un confine attraverso la sua funzione di recinto. Il muro è un mezzo architettonico che separa ma al contempo permette di regolare un determinato flusso: le mura di casa riparano, le mura di una città proteggevano dalle invasioni, le stanze delimitate da muri distinguono e caratterizzano gli ambienti. I muri di cui parliamo però sono i muri di protezione e di chiusura che negano il dialogo e favoriscono una grave disparità a danno degli esseri umani. Tutte le zone di confine hanno cancelli e barriere di protezione. Nel dominio delle immagini la protezione viene anche chiamata meccanismo di difesa.

Cosa è un meccanismo di difesa?

È un mezzo mediante cui la persona si adatta ad una data situazione elaborando una strategia di adeguamento ad una situazione difficile. Il muro in questo senso è un meccanismo di difesa molto arcaico e radicale: si chiama negazione.

Un muro senza porte e finestre, una barriera cieca volta a rimandare indietro chi si affaccia o chi chiede dialogo ed aiuto è un muro di negazione. La negazione è quel meccanismo che sopprime un problema uccidendolo, chiudendo ogni possibile rappresentazione. La negazione evoca inevitabilmente una reazione di forza e di violenza, un acting-out, che nelle società si esercita mediante lo scontro armato. Dove c’è un muro di negazione si evoca inevitabilmente la guerra.

Perchè avviene questa separazione così netta e radicale?

I meccanismi di negazione sono alle origini stesse della psiche individuale, spesso la negazione ha un nucleo psicotico, un’offesa profonda inconcepibile che alimenta la paura di essere distrutti. Dove vediamo muri di chiusura totale possiamo ipotizzare che ci sia un terrore di fondo di un’invasione devastante che potrebbe distruggere l’ordine costituito.

Nell’individuo questo accade perché la persona è spesso molto fragile ed insicura. Così una società in crisi e con valori estremamente precari ed insicuri non può far altro che dover edificare dei muri oltre i quali collocare le proprie insicurezze sotto forma di esseri brutti e cattivi. Oltre i muri di separazione ci sono i negri puzzolenti, i messicani, la tribù dei parenti infami, i comunisti, gli ebrei, i terroristi, gli zingari ed infine tutti i popoli disgraziati e poveri.

Cosa vogliono tutti questi esseri?

Le retoriche della protezione vorrebbero mettere proprio in evidenza il rischio di un’invasione che vuole ribaltare e distruggere i nostri valori oppure come facevano i barbari, portare il caos ed il disordine.

L’esperienza clinica insegna che ogni terrore è tanto più forte quanto non lo si affronta e non lo si racconta soprattutto quando il terrore è alimentato dai pregiudizi. Nessuno nega il fatto che esistano problemi reali d’integrazione tra popoli ed etnie differenti come il fatto che gestire i flussi migratori richieda un approccio pragmatico e attento alla distribuzione delle persone. I conflitti ci sono e sono assai difficili da gestire. Ma la negazione di ogni dialogo ed il principio della totale chiusura con ghettizzazione è un errore gravissimo che alimenta seriamente il rischio di guerre e favorisce il terrorismo.

Il muro impedisce di vedere chi ho davanti a me

Il problema emerge quando vedo uno straniero in carne ed ossa davanti a me ed invece di conoscerlo e domandarmi chi è e cosa vuole mi faccio travolgere dal pregiudizio e lo classifico subito come pericoloso e dannoso.

Il muro nella mia psiche è alzato quando accetto di assecondare una dialettica di ordine e disciplina da regime affidandomi ad immagini di protettori e salvatori della patria che mi stimolano a fare piazza pulita fino ad accettare di cedere a loro la mia libertà per avere più protezione. Ci possiamo accorgere che i muri sono alzati quando vediamo sempre più persone permettersi liberamente di offendere e minacciare impunemente altri esseri umani solo perché, a loro detta, si sono rotti le scatole. Sotto questo aspetto i social network stanno diventando un muro ancora più duro ed impenetrabile di quelli di cemento. L’odio e la polemica sono facilitati dal muro digitale a dimostrazione di come esso isoli l’individuo nei suoi pregiudizi paranoici negando il dialogo chiarificatore e costruttivo. Infatti se andassimo a prendere singolarmente ogni ‘odiatore’ scopriremmo che sono persone comuni e troppo spesso impaurite. 

Conclusioni

Con i muri mi difendo e più facilmente offendo.

Protetti da un muro di negazione del rispetto della dignità, scaricando la responsabilità che abbiamo nei confronti dei nostri simili per il primato di una difesa nazionalista alimentiamo l’aggressività e la logica del capro espiatorio. Così accade l’assurdo. Persone che cercano di difendere i più ovvi diritti al rispetto degli esseri umani vengono perseguitati e minacciati di morte come è accaduto per Liliana Segre.

Concludo con le parole di Roger Waters che spero facciano riflettere:

Da soli o in coppia, quelli che davvero ti vogliono bene camminano su e giù fuori dal muro. Certi, mano nella mano e certi riuniti assieme in gruppi, i cuori teneri degli artisti li fanno stare in piedi. E quando ti hanno dato tutto ciò che hanno, alcuni barcollano e cadono, dopo tutto non è facile sbattere il tuo cuore contro il muro di qualche pazzo furioso. Non è qui dove… (Outside the wall, The Wall, Pink Floyd, 1979).

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