La favola di Amore e Psiche: l’amore in terapia

La favola di Amore e Psiche, nella versione scritta da Apuleio, è inserita all’interno della più ampia opera “Le metamorfosi o l’asino d’oro”. Una opera apparentemente umoristica scritta in prima persona e narrata dal protagonista Lucio, l’asino d’oro del titolo. Questa favola – per la lunghezza, la complessità e la cura con la quale viene esposta – si è meritata il diritto di essere estrapolata ed essere editata singolarmente. Nell’opera di origine viene raccontata ad una giovane fanciulla rapita da dei briganti nel giorno delle sue nozze e perciò inconsolabile.

La favola di Amore e Psiche

La favola narra dell’unione di Eros e Psiche e delle prove che dovranno affrontare i due amanti per potersi ricongiungere.  È un racconto di tormenti, disperazioni, tradimenti, ripetuti tentati suicidi eppure è un racconto profondo sull’amore. Si sofferma maggiormente sulle sofferenze dovute all’amore che sulle gioie che questo porta con sé, come se la sofferenza implicita nell’amore sia al contempo la maggiore fonte di  stimolo dell’amore stesso.

Ricerchiamo amore perché ricerchiamo sofferenza?

Nella favola Eros promette a Psiche infinito piacere e le arreca infinita sofferenza. È lui stesso ad essere tradito da Psiche, quando lei lo illumina nella notte e poi lo brucia versandogli addosso la cera di una candela. Lui, inorridito per il tradimento e per la ferita inferta, scappa nonostante l’amata cerchi in ogni modo di trattenerlo. Così loro, prima si incontrano nel piacere delle notti appassionate, per poi riconoscersi nella reciproca infedeltà.  Ogni amore attraversa un periodo di idealizzazione in cui l’amato è ricettacolo di tutto ciò che c’è di buono e bello nel mondo. Questa necessaria idealizzazione, vedrà la sua fine quando i volti verranno illuminati da una luce dolorosa, bruciante, che corrode.

Il mito di tale processo predispone la sofferenza; tuttavia questa sofferenza non è cieca e tragica, come in Edipo, e nemmeno è la sopportazione dell’eroe nel ventre della balena. La sofferenza, nella nostra favola, ha a che fare con l’iniziazione, con la trasformazione della struttura della coscienza. … le prove di Psiche ed Eros sono iniziatiche; simboleggiano le prove psicologiche ed erotiche a cui veniamo sottoposti. (J.Hillman, Mito dell’analisi)

Le prove iniziatiche sono tappe fondamentali che, attraversate, comportano la crescita. Sono una soglia al di là della quale si è più vicini a ciò che si diventerà abbandonando ciò che si è stati. Psiche, affrontando le sue prove, abbandona la condizione di fanciulla per guadagnare il ruolo di moglie di Eros, l’immortalità e la benedizione dello sposalizio tra gli Dei. Anche Eros, nel suo tormento infuocato, riconosce il ruolo di sposo e l’unione con la sua compagna. Entrambi ne escono trasformati e maturati.

L’amore in terapia

La tortura dell’anima sembra inevitabile in ogni intimo coinvolgimento, di cui la traslazione dell’analisi è un esempio. A dispetto di tutto ciò che si fa per evitare e alleviare la sofferenza, sembrerebbe che a generarla sia il processo stesso in cui le persone si trovano, quasi che una necessità mitica ci costringesse a mettere in scena Psiche ed Eros (J.Hillman, Mito dell’analisi)

Si giunge in terapia, spesso, trasportati da un sintomo. Sotto la sua forza coattiva e coercitiva, ci ritroviamo di fronte un professionista chiedendo sollievo, conforto, la remissione del sintomo. Perché è il sintomo che ci porta sofferenza, ci fa sentire sgradevoli, ci fa vergognare della nostra impotenza di fronte ad esso. Eppure è il sintomo che ci porta nel luogo nella terapia, quasi fosse un traghettatore verso un percorso di maggiore consapevolezza e conoscenza di sé. E il paziente di fronte a sé si troverà un uomo o una donna che, più o meno velatamente, brinderà al sintomo e ne farà suo alleato.

La nevrosi diviene iniziazione, l’analisi è il rituale e il nostro processo di sviluppo nella psiche e nell’eros, che conduce alla loro unione, diviene il mistero (J.Hillman, Mito dell’analisi)

Insegnare l’amore in terapia è insegnare l’amore per ciò che l’anima manifesta e l’anima parla attraverso le sue sofferenze e le sue fragilità. L’anima parla attraverso i sintomi. È un insegnamento doloroso, fatto di lacrime e sangue, ma che può rendere giustizia ai traumi, alle inferiorità, alle sofferenze, alle fatiche, alle difficoltà perché queste diventano necessarie per l’anima e non più eventi di cui sentirsi colpevoli.

Conclusioni

Si arriva in terapia perché si soffre, eppure non si soffre così tanto come si soffre in terapia. È questa l’amara verità. Il percorso terapeutico è impervio per paziente ed analista perché è un continuo combattere con le idealizzazioni – di chi si è, di chi sono gli altri, di come va il mondo. Ci si scontra su un terreno disseminato di morti, immagini orripilanti, segreti taciuti. Si racconta il meglio di sé per scoprire che è il peggio di sé. Si incontrano le proprie Ombre, le proprie responsabilità su eventi in cui ci si percepiva solo vittime. L’amore sta in questa sofferenza e il mistero sta nella l’amore per essa.  

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