Femminicidio come delitto dell’anima

Probabilmente anzi spesso quello che pensi eviti di dirlo. E mi sembra evidente che sul femminicidio o sul suicidio ci si muova su di un terreno scivoloso. Emozioni ambivalenti che oscillano tra rabbia e dolore tra uomini delusi e donne derubate. Per questo una lettura archetipica potrebbe aiutare a comprendere fenomeni che sono di difficile comprensione e che vengono accettati con difficoltà.

Quello di mantenere distinti interno ed esterno è uno dei compiti più importanti dell’analista. Se userà bene i suoi strumenti, libererà la vita dai grovigli delle proiezioni e l’anima dalla sua identificazione con il mondo. (J. Hillman “Il Suicidio e l’anima” pag. 121)

Uccidere una donna è un delitto perpetrato nel mondo da parte di individui che sono incapaci di uccidere, ossia trasformare, quelle parti psichiche che li abitano. Viviamo una psicopatica inversione tra ciò che è interno e ciò che è esterno e la psicoterapia è chiamata a sanare questa inversione.

Solo un po’ di dati su femminicidio e suicidio

Vi stupirò ma il femminicidio non è un fenomeno in crescita. E’ stabile. Per lo meno questo emerge dai dati. Mentre gli omicidi sembrano diminuire negli ultimi 50 anni, i femminicidi sembrano essere stabili. In merito al suicidio, invece, sembra che vi sia una certa flessione dal 2000 ad oggi e che il fenomeno, un tempo più femminile, sia oggi in massima percentuale maschile. Insomma sembra che le donne abbiano imparato a restare vive e che gli uomini se ne siano accorti. Sembra che il numero dei femminicidi riparifichi il ridotto numero di suicidi delle donne rispetto agli uomini. Ma sui dati, si sa, ci sarebbe da discutere e un occhio meno ingenuo non li prenderebbe come oro alchemico. Chissà quanto sommerso, chissà quanti suicidi sono omicidi, chissà quanti suicidi sono femminicidi, chissà cosa entra in gioco da un punto di vista psicologico. Leggere in trasparenza potrebbe aiutare. Per quello che vale, sembra che ogni 3 giorni venga uccisa una donna e che ogni 40 secondi vi sia un suicidio che porta con se una media di 20 tentativi falliti. Ma, vi invito formalmente, ad esercitarvi e cercare le fonti e, mi raccomando, senza accontentarvi.

Ma cosa hanno in comune Femminicidi e suicidi?

Per rispondere non vi porterò su un terreno socio-antropologico. Terreno sul quale non mi muovo a mio agio. Non vi voglio neanche portare il senso profondamente drammatico di un evento come il femminicidio o il suicidio. Sarebbe banalmente didascalico accennare alla forte aggressività che si può intravedere in uomo che uccide una donna o in un individuo che uccide se stesso quindi eviterò di farlo. Non Eviterò di dire, invece, che questo è in fondo il primo aspetto in comune tra femminicidio e suicidio, mi riferisco alla rabbia. Chi commette un femminicidio o un suicidio è profondamente arrabbiato con la sua vittima che, nel caso del femminicidio è la donna, mentre nel caso del suicidio sono i sopravvissuti. Ma in tutte e due i casi l’esecutore materiale vive un’angoscia profonda al punto da risultare insostenibile.

La mitologia le aveva dato un nome: Angerona. Una dea interessante che da Macrobio a Varrone è citata come dea che porta sollievo all’angoscia e all’angina. Chi si rende protagonista di un femminicidio o di un suicidio, a causa del mancato conforto di questa dea, agisce sul mondo un tentativo di sopprimere il dolore. Questo in un grande equivoco che, se avete la pazienza di arrivare in fondo, vi spiegherò.

L’equivoco del femminicidio e del suicidio

Ma tornando ai femminicidi. Insomma se i dati oggettivi e fattuali smentiscono questa epidemia di femminicidi. Se i numeri ci dicono che il racconto di un mondo in cui tutte le donne stanno morendo è fondamentalmente un racconto distorto. Se le donne vengono uccise come sempre e la gente si suicida come è sempre accaduto.

Se tutto ciò è vero perché oggi se ne parla tanto?

Io penso che se ne parla tanto perché finalmente ce ne siamo accorti. Come un paziente in terapia, d’improvviso il popolo italiano si accorge che le donne sono spesso vittime difficili da comprendere. Allora se così è non siamo chiamati a correggere il tiro da un punto di vista pratico, ossia nel concretismo, quanto da un punto di vista immaginale. Un paziente che si accorge di un evento non agirà tanto sull’evento ma sull’immagine dell’evento stesso. Agirà sulle sue funzioni psichiche a cui l’immagine si riferisce. E in questo modo agirà sul mondo.

Hillman e il suicidio, Hillman e il femminicido

Quando Hillman scrisse un libro di rottura, Il Suicidio e l’Anima, in cui affermava senza mezzi termini che il suicidio poteva essere un’obiettivo terapeutico, si faticò a comprenderlo. Eppure sfuggendo da questo scritto la psicodinamica junghiana classica decise di non raccogliere un’eredità importante. Quella che si riferisce al fatto che la psicoterapia si fonda sul suicidio immaginale e che non può disdegnare quello concretistico.

Femminicidio e suicidio: l’equivoco tra intrapsichico e extrapsichico

Esiste un mondo concreto e un mondo psichico.

Il mondo psichico è stato chiamato in molti modi: Inconscio, sogno, mondo immaginale ecc. A me e a voi qui interessa un fatto, ossia che ciò che accade in un sogno non deve essere riportato letteralmente nel concretismo. Questo era l’errore di Freud. Un esempio semplice. Se un caro amico mi viene a trovare in sogno e mi insulta o mi aggredisce o mi bacia, di certo non mi alzo dal letto e vado da lui a fare lo stesso. Questo perché quell’amico nel sogno è venuto in immagine e ogni immagine è espressione di una mia emozione, di un mio bisogno o di un mio comportamento. Allora quell’amico in sogno che mi aggredisce o mi bacia è semplice espressione del modo in cui mi rapporto con quell’emozione-bisogno-condotta che quell’immagine rappresenta nella psiche.

Concludendo l’esempio, l’amico nel sogno è ontologicamente la manifestazione della rabbia marziale e il baciarlo mi suggerisce che devo concedere energie e spazio a quella rabbia o viceversa. Si perché l’alfabeto della psiche sono le immagini, e la sua dialettica è l’immaginazione. Ecco l’equivoco! E Hillman ce lo spiega bene nel suo libro. Il suicida agisce sul corpo concreto quello che richiede un’azione sull’immagine psichica. Qualcosa deve morire, qualcosa si deve trasformare nella psiche e questo qualcosa viene confuso con il corpo concretistico tralasciando quello che potremmo chiamare “corpo immaginale”.

Ecco perché femminicidio e suicidio vanno a braccetto

Vanno in coppia perché, sia a livello individuale e che collettivo, il femminicidio è la manifestazione del medesimo equivoco. Ma mentre nel suicidio la letteralizzazione avviene a carico del corpo dell’esecutore, nel femminicidio avviene a carico di un corpo di una donna altra dall’esecutore materiale. Si uccide la propria partner o si uccide la “femmina” poiché non si riesce a trasformare e uccidere il femminile nella psiche. E questa difficoltà è tanto individuale che collettiva.

Il femminile nella psiche, cosa è e perché vogliamo ucciderlo

Jung aveva, tempo addietro, distinto nella psiche un’Anima e un Animus per descrivere le parti psichiche, rispettivamente femminile e maschile. In soldoni vi spiego. Ognuno di noi ha una componete maschile della psiche e una componente femminile. Di fronte a una situazione o a un’immagine psichica possiamo attivare la componente maschile e, semplificando al massimo, gestirla fallicamente e in modo determinato, cercando un senso e costruendo una opinione per poi passare al fare e all’azione. Se, invece, si attiva Anima ci troveremo ad accogliere quella stessa immagine-emozione-bisogno anche se privo di senso, quindi la contempleremo in attesa che riesca a mettersi in piedi, autonoma.

La mitologia ha declinato il maschile chiarendoci che può essere una funzione castrante come quella di Crono o fulminante come quella di Zeus, che da senso come Apollo o una funzione ermetica come quella di Mercurio. Mentre quando attiviamo le funzioni femminili ci potremmo trovare con l’accoglienza generativa di Afrodite, con l’attendismo strategico di Atena, con il calore nutriente di Estia o con la cura amorosa di Demetra.

Dunque perché il femminile psichico deve morire?

Sia singolarmente ma soprattutto collettivamente veniamo da un secolo di riabilitazione delle donne. Vituperate, stuprate, vilipese, maltrattante, non considerate, abusate. Le donne hanno valorosamente conquistato uno spazio di dignità nella società contemporanea. E, se anche ancora di strada ce ne è da fare, dire che la posizione non è raggiunta ma è certamente nell’orizzonte temporale di questa era, non sarebbe un errore.

Parallelamente il femminile psichico ha conquistato una posizione preminente rispetto a prima. E direi che per questo, oltre allo spirito amazzonico dei movimenti a favore delle donne, dobbiamo ringraziare Freud. È Freud che ha promosso con la Psicoanalisi una riabilitazione della funzione femminile della psiche. L’inflazione maschile che caratterizzava la psiche individuale e collettiva fino all’inizio del ‘900, ci vedeva stabilire rapporti razionali, castranti o funzionalistici con le nostre emozioni e i nostri bisogni. “Non ci pensare”, “Lascia perdere” “Comportati a modo” Devi voler bene a… e odiare chi…”. L’inflazione del maschile impediva l’esistenza di una buona parte delle immagini e castrava l’immaginazione. Queste funzioni, squisitamente animiche, squisitamente femminili, venivano concesse al genio artistico e ai folli. Freud le ha riabilitate e la stanza d’analisi è diventato il luogo in cui chiedere asilo politico per le immagini perseguitate dalla funzione maschile dell’animus.

Freud come inflazione che ha generato il femminicidio

Quando Hillman disse che dopo cento anni di psicoanalisi il mondo andava sempre peggio, ci ragguagliava, però, sul fatto che la stanza d’analisi è diventata un luogo immaginale collettivo in cui l’accoglienza di tutte le immagini e la loro contemplazione, aveva distolto noi tutti, pazienti o meno, dal mondo concreto come Valle del fare Anima.

La stanza d’analisi è ancora oggi il luogo in cui ci rifugiamo da un mondo ostile che minacciosamente ci impedisce di accogliere e contemplare le nostre emozioni e bisogni come totem. Ma il rifugio si è fatto prigione e oggi ognuno vive le sue immagini come totem anche se queste non trovano nessun raccordo con il mondo. Le immagini e le emozioni dei pazienti sono certamente sempre vere e preziose, ma devono affacciarsi alla finestra e trovare un legame col mondo altrimenti rischiano di violentarlo. Alcune di esse, anzi, devono anche essere mandate al macero. Non tutto ciò che ci salta alla mente è prezioso e questo è noto ai padri e al maschile mentre è ignorato dalle madri e dal femminile.

Insomma ci troviamo di fronte all’inflazione di femminile e alla sua iperbole nella terapia e nella cultura. Oggi è tabù il “no”, il “si deve fare così”, è tabù bocciare a scuola, è tabù punire e la pedagogia accoglie sempre e comunque. Se dentro casa avviene il femminicidio, nelle istituzioni ne viene fatta una declinazione quasi deistica. Questo è discorso pericoloso perché in molti lo prenderebbero per propagandare la necessità di una rivalsa del maschile e una sua nuova inflazione. Ma l’inflazione del maschile ha condotto alle tirannie del ‘900. Quindi qui non vogliamo riabilitare il maschile o uccidere il femminile, piuttosto vediamo nel femminicidio, inteso come trasformazione della funzione che accoglie le immagini psichiche, l’espressione di un bisogno globale collettivo, il bisogno di trasformazione della funzione femminile e di quella maschile affinché, una volta per tutte, si parlino e inizino una convivenza felice.

Anima e Animus sono due sorgenti di produzione fantastica molto diverse tra loro e molto più profonde dell’Io, che è difficile unire nelle nozze sacre o congiungere in una sigizia (Thomas Moore, Fuochi Blu, pag. 62)

Allora il femminicidio è psicologicamente la necessità di procedere a una re-visione della psicologia ma non intesa come scienza, ma intesa come discorso sulla psiche di ognuno e operata da ognuno. Se un tempo ogni mio pensiero, emozione o bisogno doveva passare al vaglio della castrazione, oggi vive un’accoglienza incondizionata. Quella stessa accoglienza con cui, chi uccide una donna, si rapporta ai propri sentimenti aggressivi piuttosto che castrarli. In questo senso il femminicidio è una metapsicologia, ossia è la manifestazione concretistica di un processo psichico.

L’uccisione di una donna è quindi la letteralizzazione di un atto immaginale che ha come telos proprio il suo salvataggio nel concretismo. E ogni volta che manchiamo un azione immaginale, faremo del male alla materia su cui proietteremo quella immagine.

Le donne stanno pagando il capriccio collettivo di non voler ripensare il modo di rapportarsi con le proprie emozioni-bisogni. Se uccidessimo il femminile psichico, se lo trasformassimo, riusciremmo a canalizzare le energie psichiche aggressive senza giungere a atti così efferati.

Conclusioni: quando un’immagine non viene onorata arriva nel concretismo

Vorrei andare avanti e parlarvi oltre. Vorrei amplificare il discorso per evitare ulteriori equivoci. Ho timore che alcuni potrebbero fraintendere e so che tra voi qualcuno lo farà, continuando a confondere l’interno di cui parlo con l’esterno in cui vivono. Ma anche il Maschile che è in me deve fare il suo dovere e castrare le mia dita che rimbalzano sulla tastiera, allegre, leggiadre e femminili. Per questo vi rammento solo una cosa. Ogni volta che un’immagine psichica non trova la giusta accoglienza nella nostra anima, si presenta virulenta nel concretismo e ogni volta che un uomo o una donna concretamente muore vicino a noi, che sia per omicidio, per femminicidio o per suicidio, siamo chiamati a onorarne l’immagine che abbiamo trascurato e che l’ontologia di chi è venuto a mancare portava con se.

Che venga in sogno o in una reverié, che ci venga a trovare per sincronicità o durante un’immaginazione attiva, accogliendo, castrando, contemplando e dando senso a quell’immagine, staremo onorevolmente facendo anima. E la psicoterapia è chiamata a questo anche, come diceva Hillman, ponendosi nell’accettazione di un evento drammatico come semplice testimonianza.

P.S. CLICCA QUI per leggere La terapia di coppia: prendersi cura del femminile

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Info sull'autore

Luca Urbano Blasetti

Psicologo e Psicoterapeuta; Dottore di Ricerca in Psicologia Dinamica sul tema Creatività e sue componenti dinamiche; Responsabile del Centro Emmanuel per Tossicodipendenti di Rieti presso cui cura diversi progetti regionali; autore di diverse pubblicazioni psicologiche; lavora nel suo studio.

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