Sintomo: il viaggio di Ulisse




Un percorso di psicoterapia o analisi possiamo rappresentarlo come il viaggio che intraprende Ulisse nell’Odissea.

È un processo che può durare anni, soprattutto quando si lavora in profondità su di sé, guardando e affrontando i propri fantasmi interni e le proprie paure.
La vita narrata nella stanza della terapia assume i contorni di quest’avventura, dove si va per un sentiero accidentato, pieno di pericoli, di tentazioni, di tranelli, e sembra che ad ogni tappa non se ne venga mai a capo. Ciò accade in quegli stati, tecnicamente definiti di impasse, che talvolta, soprattutto in una terapia datata, possono verificarsi. O ancora, quando il paziente riferisce di essere tornato indietro, ‘regredito’ o ‘peggiorato’ dopo aver fatto molti passi in avanti, in cui si ripresenta puntualmente il sintomo.

Con questo non intendo solamente il disturbo specifico in senso stretto, quanto piuttosto un campo relazionale che si ripresenta e che ha generato il malessere della persona. E quanto venga considerato un ‘corpo estraneo’, dal quale si chiede di essere liberati. Una certa psicologia ‘positiva’ lo considera qualcosa di disfunzionale, che va trattato e soppresso, o comunque, da superare tout court.

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L’ostinazione del sintomo: il canto delle Sirene

Persino noi terapeuti restiamo increduli e abbagliati dall’ostinazione con cui il paziente, nonostante tutta la consapevolezza acquisita, le verità raggiunte su di sé a caro prezzo, ricade ancora nello stesso inciampo esistenziale, pur percependolo egli stesso come ‘inutile’, sterile, o privo di vitalità.

Se guardiamo all’etimologia della parola, deriva dal greco sýmptōma “avvenimento fortuito, accidente”, derivato di sympíptō “accadere, capitare”, per definire un accadimento accidentale, casuale, al di là, potremmo qui dire, dell’intenzionalità cosciente della persona che ne soffre.
Generalmente, infatti, la prima impressione che se ne riporta è il suo essere privo di senso e scollegato dalla vita quotidiana e di relazione.

In realtà, ahimè, il sintomo è qualcosa di altamente seduttivo, che apparentemente accade ‘accidentalmente’ al di fuori della nostra ‘volontà’, ma in realtà, ci seduce, ci trascina esattamente come il canto delle sirene di Ulisse.

Vieni, celebre Odisseo, grande gloria degli Achei, e ferma la nave, perché di noi due possa udire la voce. Nessuno è mai passato di qui con la nera nave senza ascoltare con la nostra bocca il suono di miele, ma egli
va dopo averne goduto e sapendo più cose1

Il canto delle Sirene è descritto come una melodia che crea dipendenza in chi lo ascolta, che stordisce con la sua dolcezza e il suo calore, ma è pericoloso perché non porta a compimento il viaggio del nostro Eroe. Così come i copioni relazionali che agiamo sistematicamente nella nostra vita, laddove certe situazioni ci ‘uncinano’ e con le quali colludiamo, impotenti nel tirarcene fuori, nell’uscire dai ‘giochi’ che ci allontanano da noi stessi.

Ulisse, previdente, ottura con la cera le orecchie dei compagni per sfuggire al pericolo di essere uccisi dalle Sirene, e si fa legare all’albero della nave perché non vuole rinunciare ad ascoltare la loro voce. Egli vorrebbe slegarsi, ma i compagni lo stringono all’albero ancora più forte, così passano incolumi accanto alla pericolosa isola e proseguono il viaggio verso Scilla e Cariddi.

Tu arriverai, prima, dalle Sirene, che tutti gli uomini incantano, chi arriva da loro.
A colui che ignaro s’accosta e ascolta la voce delle Sirene, mai più la moglie e i figli bambini gli sono vicini, felici che a casa è tornato, ma le Sirene lo incantano con limpido canto, adagiate sul prato: intorno è un mucchio di ossa di uomini putridi, con la pelle che raggrinza2

Addentrandoci nella metafora epica possiamo comprendere meglio quanto il sintomo possa essere una dolce tentazione, forse perché ci riporta a una dimensione primigenia della nostra esistenza, in cui si è sviluppata l’impalcatura del nostro sistema psichico.

Possiamo immaginarlo alla stregua del tubo neurale che si forma nell’embrione e allo stesso modo, agli albori della nostra nascita relazionale, traccia la nostra memoria storica, in cui si imprime una prima forma di ‘adattamento ambientale’, che rafforza il ricevere cure e attenzioni dalle figure primarie, e in sostanza, che definisce il modo in cui vogliamo essere amati.

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Sintomo e Gestalt

Secondo l’approccio della psicoterapia della Gestalt è letto come un ‘adattamento creativo’.

L’adattamento creativo è il risultato della spontanea forza di sopravvivenza che consente all’individuo di differenziarsi dal contesto sociale, ma anche di esserne pienamente e significativamente parte. Ogni comportamento umano, anche quello patologico, è considerato un adattamento creativo3 [Spagnuolo Lobb, 2011, p. 39].

E ancora, Il bisogno dell’organismo cerca un oggetto, cerca una risposta dell’ambiente. […] La creazione è legata alla novità: è la scoperta di una nuova soluzione. Adattamento e creazione appaiono come due poli complementari di uno stesso processo: ciascuno è necessario all’altro per mantenere un equilibrio sano e dinamico. Con l’adattamento, il soggetto viene trasformato dall’ambiente, o si trasforma al contatto con esso4 [Robine, 2006, pp. 41-42].

Secondo una prospettiva analitica, invece, Widmann evidenzia una dialettica sintomo-simbolo, differenziando l’aspetto patologico accidentale dalla funzione integrante del simbolo che sta dietro la malattia.

La parola simbolo rimanda a un tenere insieme, la parola sintomo a un cadere insieme; il sintomo a differenza del simbolo cade e accade, non connette5. “Forse– conclude Claudio Widmann nell’introduzione alla raccolta di saggi, la divaricazione più radicale tra simbolo e sintomo si colloca proprio qui: il sintomo è essenzialmente una drammatica perdita di senso, mentre il simbolo scandisce puntualmente ogni percorso che abbia l’ardire di immaginare un’esistenza dotata di senso.

Da qui possiamo intercettare una potenza trasformativa della ferita, nucleo creativo e patogeno al tempo stesso6.

È come la luce di un sottomarino, che splende nell’oscurità, e che spesso abbaglia noi terapeuti, ma è parte di un corpo più grande, una stratificazione di stili relazionali, influenze ambientali, che ‘stabilizzano’ il nostro stare al mondo.

Quindi, se all’inizio rappresenta qualcosa di altamente adattivo per l’organismo, diventa dis-adattivo quando non è più attuale, quando non riveste più una funzione di ‘sopravvivenza’ e comincia a non sintonizzarsi più con l’ambiente e a generare malessere.

Ma allora perché, se genera disagio, al tempo stesso ricadiamo, inciampiamo, continuamente e ostinatamente nello stesso punto?

Perché ci ‘seduce’, ci ‘narcotizza’, ci fa ‘riposare’ dalla fatica di essere vigili a noi stessi e di mantenere sempre un livello di attenzione e di coscienza su ciò che facciamo.

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Sintomo, paziente e psicoterapeuta

Tutti diciamo di volere essere consapevoli, aspirando alla cosiddetta ‘illuminazione’, ma in realtà vorremmo essere quasi lasciati in pace, persino dal terapeuta, che ha questa ‘scomoda’ funzione ‘vicaria’, in cui deve costantemente dare pizzicotti al paziente per mantenerlo ‘sveglio’ sulle relazioni che instaura attorno a sé.

La vera psicoterapia sa ingannare il paziente, nel senso che sa sembrare rassicurante mentre lo indirizza verso la dimensione che sta fuggendo. [B.Simmons]

Allo stesso modo in cui Ulisse si fa legare dai suoi compagni, chiediamo di essere ‘legati’ a un albero per resistere alla tentazione, ma il paradosso della terapia è far appello al ‘libero arbitrio’.
Il terapeuta, per mandato, non obbliga, non costringe, non è normativo, e il problema della guarigione sta proprio in una cura ‘libera’ e ‘responsabile’. Il paziente è responsabile e attivo del proprio processo di cura quanto il terapeuta.
Questo è l’elemento cardine che rende difficile la psicoterapia rispetto alle diverse altre forme di presa in carico.

La visione medica tradizionale esalta l’asimmetria tra il curante e il curato, come poli opposti di una dialettica relazionale fondata sulla prescrizione e in cui il malato regredisce ad una dimensione infantile e paurosa che lo distanzia dal medico, superiore e potente.7

E d’altra parte la malattia organica, cui si aggiunge talvolta il dolore fisico, crea una maggiore urgenza rispetto a una sofferenza psichica.
Quest’ultima, invece, ‘non fa male’ (in senso stretto), non sempre invalida la persona, e la criticità della cura psicologica sta proprio nel lasciare libera la persona di cadere e rialzarsi, continuamente e pazientemente e trattarlo da ‘adulto’.
Poiché la psiche non funziona con la prescrizione, saranno la relazione e la parola che ‘tengono in piedi’ la fragilità del paziente, orientandolo nel mondo.
Se nella medicina ad esercitare la pazienza è il paziente stesso, nell’analisi il vero paziente è il terapeuta, che accetta e accompagna il soggetto nei suoi fallimenti e nei suoi successi senza alcun giudizio e rispettando la sua natura e individualità in un terreno la cui polarità guaritore-malato si gioca su una maggiore simmetria dal punto di vista umano.

A tal proposito, Federico de Luca Comandini evidenzia la necessità per tutti, (in primis per coloro che svolgono la professione di psicoterapeuti) di confrontarsi con gli angusti inferni delle proprie personali incurabilità, quei nuclei problematici dell’esistenza di ciascuno che, a dispetto delle migliori speranze, si danno e ridanno come non trasformabili8.

E ancora Gugghenbuhl-Craig sottolinea quanto sia importante che il terapeuta conservi la memoria della sua ferita e la consapevolezza che , nel curare gli altri, egli sta in realtà trattando non soltanto con il paziente, ma anche con la propria malattia, con il proprio malessere personale ed esistenziale. Più il terapeuta crede di essere sano, e che il guasto sta solo in chi gli sta di fronte, più cresce la distanza tra i poli dell’archetipo ferito-guaritore.9

Vorrei concludere con questa poesia d’amore di Eeva Kilpi, scrittrice finlandese, che mi ha evocato l’affezione che ognuno di noi sente per la propria ‘malattia’, che non va trattata come un corpo estraneo da estirpare ‘chirurgicamente’, ma che va accolto nel senso più profondo del suo significato e che solo ascoltandolo e integrando la dimensione che richiama prepotentemente, possiamo trasformarlo in potenza generatrice.

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DIMMI SE DISTURBO

Dimmi se disturbo,

ha detto entrando,

perché me ne vado immediatamente.

Non solo disturbi,

ho replicato,

tu scuoti tutto il mio essere.

Benvenuto10.

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Bibliografia e note

1 Omero, Odissea XII, 184-8. Traduzione di Giuseppe Aurelio Privitera, 2007, Mondadori, Milano, p.363.

2 Omero, Odissea, XII, 39-46. Traduzione di Giuseppe Aurelio Privitera , 2007, Mondadori, Milano, p.355.

3 Spagnuolo Lobb (2011) Il now for next in psicoterapia. La psicoterapia della Gestalt raccontata nella società post-moderna. Franco Angeli, Milano.

4 Robine J.M., Spagnuolo Lobb., (a cura di) Il rivelarsi del Sè nel contatto. Studi di psicoterapia della Gestalt. Franco Angeli, Milano.

5 Widmann C. Simbolo o sintomo-Due diverse destinazioni dei contenuti inconsci, 2012, Ed. Scientifiche Ma.Gi. Srl, Roma. p.14

6 de Luca Comandini F. La prospettiva infera della psiche, in Widmann C. (a cura di) Simbolo o sintomo-Due diverse destinazioni dei contenuti inconsci, 2012, Ed. Scientifiche Ma.Gi. Srl, Roma.

7 Guggenbuhl-Craig A. (1983) Al di sopra del malato e della malattia, 1987, Raffaello Cortina Editore, Milano

8 de Luca Comandini F. La prospettiva infera della psiche, p.40, in Widmann C. (a cura di) Simbolo o sintomo-Due diverse destinazioni dei contenuti inconsci, 2012, Ed. Scientifiche Ma.Gi. Srl, Roma.

9 Guggenbuhl-Craig A. (1983) Al di sopra del malato e della malattia, 1987, Raffaello Cortina Editore, Milano, p. XI della prefazione all’edizione italiana.

10 Kilpi E. , 1972, Canto d’amore e Altre poesie