L’ascesa dell’eccitazione prodotta dalla festa

di Riccardo Brignoli

In questo e nel prossimo post prenderò in considerazione due aspetti secondo me psicologicamente rilevanti che le festività natalizie attivano. In realtà, non sono specifici delle feste che cadono in questo periodo dell’anno ma sono esemplari dell’immaginario festivo e delle dinamiche conflittuali che esso evoca in ognuno di noi. La festa è un giorno speciale e tanto più la festa è sentita importante tanto più il giorno è potente. L’influsso della festa si allarga sui giorni precedenti caricando l’acme del giorno festivo intensificandone l’effetto. Il caso del Natale è il più evidente. La preparazione inizia ufficialmente dall’8 dicembre ma il clima consumista ha allargato il tradizionale calendario dell’Avvento facendo sentire il suo richiamo subito dopo la festa di Ognissanti. Dopo Natale, il climax festivo non decade ma continua ad aumentare fino al parossismo del Capodanno. C’è poi una lenta calata che si spegne dopo con l’Epifania. Le feste natalizie sono uno stimolante psichico collettivo, una droga di massa.

La festa libera energia psichica

Per dirla facile, attiva nei sentimenti collettivi una disposizione ad eccitarsi. Perché? La festa è un giorno di pausa dagli obblighi lavorativi ma ancor di più è un giorno in cui le regole possono essere violate. Non parliamo delle leggi ma delle  norme e abitudini psichiche che ognuno di noi vive ed applica senza accorgersene. Tuttavia, il giorno di festa non è un giorno di ferie dove ci si può dedicare esclusivamente a se stessi e farsi i fatti propri. Nel caso di feste importanti come il Natale e il Capodanno s’impone l’esigenza di rispettare una sorta di protocollo edonistico eseguito con riti maldestri ormai privi di significato: cenoni in famiglia, menù luculliani, scambio di doni, decorazioni e cerimonie religiose, anime perse in vacanze. Chi si estranea da queste convenzioni deve farlo con un certo sforzo e chi si sente immune e indifferente probabilmente vive in solitudine o appartiene ad un’altra cultura. Il contrasto tra il desiderio di volersi vivere liberamente la festa godendosi a proprio modo il suo sapore e la gestione delle convenzioni e dei rapporti con gli altri può diventare motivo di terribili drammi al limite della cronaca nera che ben conosciamo perché sono tanto caratteristici quanto comuni.

Per questo penso che la poesia Natale di Giuseppe Ungaretti dimostri il suo  valore universale che va ben al di là del contesto storico in cui è stata composta diventando manifesto del bisogno di raccoglimento e riposo in un momento in cui sembra essere richiesto di essere solo bambinoni buoni e felici. 

“È ovvio che la psicologia, come scienza dei processi psichici, può essere messa in rapporto con lo studio della letteratura (C. G. Jung, Psicologia e poesia, Opere Vol. X°*, Bollati Boringhieri, Torino, 1985, p. 359)”.

Non ho voglia / di tuffarmi / in un gomitolo / di strade

Poche parole scritte il 26 dicembre del 1916 per descrivere una sensazione di un’attualità sconcertante!

Il gomitolo di strade è un’immagine composta, una rappresentazione ad alta tonalità affettiva, come direbbe lo junghiano, comprensibile da tutti. Direi anche dignitosa come la parola gomitolo descrive. Non è il caos ma una situazione ripetuta e continua di giorni sempre uguali che si avvolgono su se stessi. La terribile routine che ora si appesantisce ulteriormente perché per le strade c’è ancora più traffico, rumore e attesa in un sorta di obbligo subdolo a doverle percorrere. Non voglio far parte di questa spira di eventi.

Ho tanta / stanchezza / sulle spalle

Teoria dello stress in tre parole. Sono esausto, stanco e traumatizzato. Ungaretti aveva tutte le ragioni per esserlo, era in licenza dal fronte. Per questo esprime al massimo il sentimento di chi è sfinito ed ha bisogno di riposo. Moltissimi di noi a Natale vorrebbero riposarsi ma non possono. C’è chi si ammazza in cucina per ingrassare parenti sconosciuti e chi dà fondo alla tredicesima per rispettare primitivi riti di reciprocità. I peggiori sono quelli che l’esaurimento lo combattono viaggiando in modo da rilanciare sulla fatica un doppio sfinimento ma d’altronde se non vivi ora che campi a fare? Io sono solo stanco e vorrei riposare. Questo è il sentimento di base tanto facile quanto incompreso.

Lasciatemi così / come una / cosa / posata / in un /angolo / e dimenticata

La stanchezza ed il riposo richiedono uno spazio che li rispetti e che crei una condizione per essere vissuti pienamente. Noi non capiamo più cosa voglia dire riposarsi, non solo farsi una dormita ma giacere in quella condizione di non fare e di assenza di prospettiva che fa vivere in uno stato di quiete. I versi della poesia si appigliano alla visione di un oggetto abbandonato e privo di attenzione. Così molti vorrebbero essere durante quelle pesantissime cene, lontani ed anonimi. Voglio permettermi di essere depresso, non rompete. Questo è un diritto la cui violazione è motivo di odio verso questo periodo di feste. Ci si sente obbligati ma da cosa?

Qui / non si sente / altro /che il caldo buono

Credo che questo sia il desiderio più intimo e coerente con il Natale sentito come festa che travalica il Cristianesimo. È un’immagine che si gradisce e si desidera ed ognuno di noi in quel ‘caldo buono’ riesce a metterci quello che più lo rappresenta. È quel momento di silenzio che si apprezzerebbe alla Vigilia, da vivere in solitudine o in compagnia, lontano da ogni formalità. Costituisce la pausa e la rigenerazione che il riposo favorisce. L’impossibilità di cogliere questo momento, il non poterselo permettere, rimuoverlo per via di doveri d’assolvere tutti mentali nega il sentimento più caratteristico di questo periodo che è di chiusura e raccoglimento. Da cui ne derivano i maggiori conflitti con gli altri.

Sto / con le quattro / capriole /di fumo /del focolare

La poesia si conclude con un’immagine immateriale, fatta di un’effimera contemplazione che ci lascia intuire la presenza di un fuoco. Il divino calore di casa un tempo presieduto da Estia è il richiamo al rifugio tanto desiderato dal poeta che veniva dalla trincea. In termini psichici, il focolare che ci fa compagnia con le sue semplici volute di fumo completa il bisogno di calore e riporta alla luce il richiamo ai luoghi famigliari, aspetto tipico del Natale. Per esserci un sentimento natalizio ci deve essere un ritorno ai luoghi d’origine che spesso coincide con le case dove i parentadi riescono a riunirsi. Tuttavia, cominceremo a capire che lo spazio intimo, caldo e famigliare è un luogo interiore che tutti gli accorgimenti del Natale vorrebbero evocare ma che immancabilmente soffocano.

Conclusioni

Le feste eccitano, l’eccitazione non è necessariamente un’esplosione tesa all’orgasmo, al parossismo, aspetto che vedremo la prossima volta. La festa può e deve essere anche una caduta, un rilascio completo delle tensioni fino alla morte simbolica che l’ordinario tran tran nega e stigmatizza. È relax segreto che non va postato.

Le feste natalizie invocano l’abbandono ed una disposizione a mettersi a riposo. Andrebbe rispettato. Ma non lo facciamo. Per favore, ora non nascondiamoci dietro frasi del tipo ‘sarebbe bello ma…’ o ‘non me lo posso permettere’: sono tutte scuse, ammettiamolo. 

P.S. CLICCA QUI per leggere Natale e Capitalismo