Il significato dei sogni




Viviamo sogni ricorrenti, sogni unici, sogni vividi, sogni nebulosi, sogni ad occhi aperti, sogni premonitori, sogni incubi, sogni lucidi, sogni fantastici… È impossibile non sognare. Secondo i neuroscienziati ne facciamo circa 12 a notte. Quando ci svegliamo, però, spesso può capitare di non ricordarli. 

Al risveglio, ne portiamo con noi solo alcuni, se tutto va bene. A volte capita di non ricordarli affatto; tuttavia questo non significa non farli. Sogniamo sempre, sogniamo tutti. 

Sognare significa aver vissuto qualcosa di nascosto, e doverlo raccontare.

A cosa servono i sogni? Cosa significa vivere qualcosa di segreto che non è condivisibile? 

In questo articolo risponderò a queste domande.

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Dare un senso ai sogni

La prima domanda che ci poniamo rispetto ad un sogno è cosa significa? 

Dare un significato al mistero è uno dei principali lavori della coscienza umana. Cerchiamo di dare un senso a ciò che apparentemente non ha senso.

Nel corso della storia sono state create diverse tecniche per dare un significato ai sogni. Eccone alcuni esempi:

– La tradizione oniromantica greca: i sogni predicono il futuro;
– Sigmund Freud: i sogni son desideri;
– Carl Gustav Jung: i sogni sono anticaglie;
– Fritz Perls: i sogni sono il copione della vita che viviamo;
– James Hillman: i sogni sono immagini…

Probabilmente ci sono tanti modi di lavorare con i sogni, quante sono le persone che ascoltano un sogno. Ogni Psiche che ascolta un sogno dona un nuovo significato a quest’ultimo. Inoltre, se ascolto lo stesso sogno in due momenti diversi, quel sogno avrà due significati dissimili.

Ciò che ho imparato dalla mia analisi personale, e dai miei pazienti, è che i sogni vogliono semplicemente vivere. Quel che è segreto vuole svelarsi al mondo. Per vivere, un sogno deve essere agito, quindi raccontato. 

Accostarci alle immagini dei sogni, cercando semplicemente di dialogare e comunicare con loro, è il modo migliore per calarsi all’interno delle profondità della Psiche.

Dunque la mia esortazione è parliamo dei nostri sogni!

Ricordo che un mio docente, Giorgio Antonelli, in una lezione sul sogno, e in relazione al lavoro di Ferenczi, mi disse: la realizzazione del sogno è essere raccontato. Non ricordare un sogno significa non conoscerlo. Chi dimentica un sogno non potrà mai raccontarlo, quindi non potrà mai realizzarlo. 

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I sogni e la morte

Parlando di sogni, passaggio obbligato, è l’incontro con la morte. Il dio greco del sogno è Sypnos, fratello di Thanatos. Sogno e morte sono mitologicamente imparentati.

Dormire. Una respirazione appena accennata da fuori, una morte lieve dalla quale ci si sveglia con nostalgia e freschezza, un cedere dei tessuti al massaggio dell’oblio. [Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine]

Il dormire, secondo il poeta portoghese, è una morte lieve, e il sogno è ciò che incontriamo nella morte; come se la morte generasse sogno, ovvero immaginazione.

Effettivamente il morire genera immagini. Durante un convegno organizzato da ICSAT, una psicoterapeuta che lavorava a contatto con i malati oncologici terminali, intervenne esponendo il suo studio dei sogni nei pazienti in fin di vita. In quei momenti i sogni si fanno più vividi, come se, per la Psiche, la morte “non fosse la fine”, ma un momento d’immaginazione.

La cosa che mi preme maggiormente è vedere come la morte crea sogno e immaginazione. La morte è una porta d’ingresso nel cosiddetto “mundus immaginalis“, ovvero il mondo delle immagini.

Il binomio sogno-morte emerge anche nella simbologia del papavero. Infatti Morfeo, dio del sonno e portatore di sogni, viene spesso raffigurato con un mazzo di papaveri in mano; mentre nel medioevo il papavero era associato al sacrificio di Cristo e alla sua morte.

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I sogni non ci appartengono

L’etimologia e la mitologia della parola Sogno ci conducono a carpire alcune sfaccettature in più rispetto a questo grande mistero dell’uomo.

Innanzitutto il termine greco per definire sogno è Oniro, e gli Oneiroi sono delle divinità del Pantheon che hanno il compito di portare i sogni ai mortali. Abitano in una caverna confinante con il dominio infero di Ade, quindi rappresentano un vero e proprio ponte tra mondo supero e mondo infero, tra il mondo diurno e il mondo notturno.

Inoltre, secondo la mitologia greca, le immagini oniriche, per arrivare all’uomo, devono passare attraverso il cancello di corno e il cancello d’avorio. Queste due porte possono distinguere i sogni veri dai sogni ingannatori.

Il mito dei tre Oneiroi [Fobetore, Morfeo e Fantaso] ci libera da un grande pregiudizio che abbiamo sui sogni: diamo per scontato che i sogni siano “nostri”. Ci appropriamo di queste immagini e le interpretiamo come se fossero nostre, sebbene la mitologia ci dica tutt’altro: i sogni ci vengono consegnati, i sogni non ci appartengono, ci attraversano.

In altre lingue la parola sogno significa propriamente Dio, per sottolineare il contatto con qualcosa che non è nostro; per Aristotele i sogni erano demoniaci, ovvero appartenenti alla natura e non all’uomo. Nella lingua finnica, più esplicitamente, sogno si dice Aisling, ovvero balzo al di fuori di sé, proprio ad indicare il movimento che compiamo durante il sogno, al fine di attingere ad immagini archetipiche. 

Fernando Pessoa descrive morfeicamente questo tipo di movimento della Psiche e il luogo delle immagini [il mundus immaginalis] al quale aderiscono i sogni:

Dormire essere lontani senza saperlo, stare distanti, dimenticare con il proprio corpo; avere la libertà di essere incoscienti, un rifugio di lago dimenticato, ristagnante tra gli alberi frondosi, nelle vaste distanze tra le foreste. [F.Pessoa, Il libro dell’inquietudine]

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Il sogno è un racconto del sogno

Seguiamo ancora la domanda iniziale che ci eravamo posti: a cosa servono i sogni? 

Abbiamo appena scoperto che il sogno non ci appartiene, ma non è finita qui.

Infatti quando parliamo dei sogni e quando lavoriamo con essi non stiamo lavorando con il sogno. Stiamo analizzando il racconto che ci viene fatto del sogno e non il sogno stesso, che è un’esperienza unica e irripetibile, intima e misteriosa.

Ciò che comunemente chiamiamo sogno, in realtà, è il racconto del sogno

Ci confrontiamo sempre con un racconto o con una storia portata dall’Altro. Ci relazioniamo con la letteratura del paziente. È impossibile relazionarsi con l’evento in sé per sé, il quale appartiene al passato e al ricordo, quindi all’inconscio.

Allo stesso modo i sogni sono e rimangono inconsci. Si avverano alla coscienza solo raccontandoli ad un’altra persona. 

Questa visione ci permette di capire che non ha più senso chiederci se un racconto sia vero, oppure no. Tutti i racconti sono veri in quanto esperiti nel qui ed ora.

Tutto ciò che ho sognato, che ho pensato, ciò che si è dimenticato in me – tutto questo in un’amalgama di ombre di finzioni e rimorsi, si mescola alla scia dei mondi e cade tra le cose della vita come il raspo di un grappolo d’uva mangiato dai ragazzi. [F.Pessoa, Il libro dell’inquietudine]

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Conclusioni – Il sogno apre

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A cosa serve il sogno?

Forse la domanda giusta da porsi è chi serve il sogno?

Serve noi e l’Altro, serve la relazione. Serve l’inconscio e il parlare di esso. Serve i misteri, l’intimità, il nascosto e il frainteso.

Raccontare un sogno significa separarsi da una parte di sé nascosta nelle ombre della notte.

La notte è il luogo e il tempo giusto per sognare, lontano dalle luci della coscienza, lontano da sguardi indiscreti, da orecchie pregiudiziose e da coscienze inopportune, come la propria. 

A cosa serve il sogno? Ad essere raccontato. Ad aprirsi, a svelarsi e a svelare. Il sogno apre. Il sogno è sognato per realizzarsi nel suo racconto. 

 

Non sono niente
non sarò mai niente.
Non posso volere
d’essere niente.
A parte questo, ho in me
tutti i sogni del mondo.

[Fernando Pessoa]

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