Claudio Widmann 




Perché la psicologia ha bisogno di guardare “fuori dalla finestra” dello studio analitico?

Qui presentiamo l’inedita risposta di Claudio Widmann per L’Anima Fa Arte.

Claudio Widmann è fra i più autorevoli portavoce della psicologia italiana contemporanea. Abbiamo avuto l’onore di conoscerlo e intervistarlo in occasione del festival culturale di Smerillo: Parole della montagna [CLICCA QUI per leggere l’intervista a Claudio Widmann].

Inoltre è scrittore di numerosi saggi e articoli fra i quali ricordiamo:

In che modo siamo esseri collettivi prima che individuali?

Claudio Widmann rilegge, analizza e scompone James Hillman e C.G. Jung, messi a confronto sul tema dell’esigenza della psicologia contemporanea di aprire le sue porte all’inconscio collettivo. 

Buona lettura! 

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Il “Sé-comunità”

Hillman ha il dono di richiamare l’attenzione su aspetti cruciali della psicologia analitica con efficacia di espressioni e originalità di sollecitazioni. Possiede quest’efficacia anche una sua affermazione per certi versi dirompente: “Io vorrei definire il Sé come ‘l’interiorizzazione della comunità’[1]”.

Questa frase ricorda a tutti noi una storia in cui, sorprendentemente, la psicologia dell’inconscio collettivo non ha guardato alla collettività in modo prioritario. Ne sono esempi del tutto minimali la distanza che la pratica analitica ha storicamente preso nei confronti dell’analisi di gruppo o la scarsa penetrazione che ancora ha nelle istituzioni e nel cosiddetto “sociale”. Tuttavia, è da chiedersi se la ragione di questi eventi sia da ricercare nella psicologia analitica o negli psicologi analisti, vale a dire: in elementi strutturali della teoria junghiana o in elementi contingenti della sua applicazione empirica.

Hillman conserva la sua efficacia capace di smuovere la riflessione, anche quando rileva che sono occorsi “decenni perché la terapia imparasse che il corpo è psiche” e solo di recente sta imparando che “esiste all’interno nei sistemi relazionali”[2].

È possibile, in effetti, che occorrano decenni, affinché la psicologia assimili che psiche è anche co-esistenza, mit-sein nel linguaggio dell’esistenzialismo. Quel giorno, però, la concezione di “psiche collettiva” maturata da Jung un secolo fa, sarà pronta ed adatta ad offrire un’adeguata cornice metapsicologica alla dimensione interazionale e all’estensione comunitaria del Sé.

Murray Stein riferisce un’esperienza esemplificativa. Dopo alcune sedute dall’inizio dell’analisi, un paziente sogna un’attrice cinematografica. Questo paziente non ha associazioni particolari con lei, ma le ha l’analista: aveva incontrato questa persona poco tempo addietro ed era una delle pochissime attrici che lui avesse visto di persona. Il senso specifico di questo sogno, per l’autore, era l’attestazione che si era attivato un campo inconscio comune, un aspetto comunitario del Sé.

Ogni analista conosce episodi di questo tipo, che rientrano nell’accezione ampia di sincronicità e proprio il concetto junghiano di sincronicità attesta che il Sé venne concepito come una categoria psicologica che include e non esclude la comunità.

Sono perché partecipo“[1] è il modo originale, personalizzato di Hillman di declinare il concetto di psiche collettiva. Dire che “tutto ciò che è ‘là fuori’ è noi”, è il suo modo di dire che la psiche, prima di essere psichica, è psicoide; che l’individuo, prima di essere individuale, è collettivo. E’ un modo nel quale non risuonano innovazioni rivoluzionarie (“questo sarebbe rivoluzionario”[1]) per la psicologia analitica, ma in cui riecheggiano assunti cardinali della teoresi di Jung.

Lo psicoide è più ampio della psiche e il collettivo è più ampio dell’individuale; la loro ampiezza si confà al Sé ben più della ristretta nozione di individualità e di psiche ordinariamente intesa, perché il Sé di Jung ha una caratteristica essenziale e irrinunciabile: è totalità.

Non solo, come dice Hillman, originariamente “la polis era l’altra metà del mythos”[2], ma tra i due esisteva un rapporto di compensazione. Jung pone questo rapporto a fondamento di un originale “confronto etico” tra individuale e collettivo. Egli sostiene, difatti, che quanto più una persona è individuata (e, dunque, differenziata e divorziata dal collettivo), tanto più è -per così dire- debitrice nei confronti del collettivo.

Secondo Jung, perseguire il mito individuale significa scostarsi dal collettivo e dalla polis, rinunciare a sciogliersi in essa; l’individuazione comporta un depauperamento della psiche collettiva. Per questo Jung afferma l’impegno etico di risarcire tale depauperamento con una partecipazione consapevole e responsabile alla dimensione sovra-individuale. Che è comunità anche in senso ecologico non solo “per come la vede” Hillman, ma per come la intende Jung. La figura archetipica di Buddha, che rinuncia ad uscire dalla catena delle esistenze per estendere all’umanità la conoscenza della Via, esemplifica questo principio in maniera sia storca sia simbolica.

Fa bene Hillman a ricordare che nell’antica Grecia il “mythos era vissuto nella polis”[2]. È annotazione del tutto coerente con la psicologia immaginata da Jung, dove l’individuazione si attua non in contrasto né al di fuori del mondo, ma nel mondo.

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Il Sé inconscio

Che la psiche collettiva sia preminentemente inconscia è assunto che giustifica la più diffusa dizione di “inconscio collettivo”. Ciò tuttavia non esclude né l’esistenza di un “conscio” collettivo né di una coscienza indifferenziata ed onnipervasiva.

M.-L von Franz è autrice che, a differenza di Hillman, ama evidenziare la consonanza e non la differenza delle proprie affermazioni con quelle di Jung. Forse nessuno più di lei ha diffusamente argomentato che non esiste il binomio “psiche e materia”, ma che “psiche è materia” e che -a modo suo- anche la materia è psichica.

L’indagine di M.-L. von Franz sul binomio psiche-materia riprende e sviluppa le ricerche di Jung sull’alchimia, in particolare sul leo viridis o oro verde, principio vitale dalle proprietà dichiaratamente psichiche, presente non solo nella natura organica, ma anche in quella inorganica. In esso Jung vede (letteralmente, in un’immagine liminale tra sonno e veglia) non un precursore o un’alternativa al Sé simbolizzato da Cristo; vede l’omologo di Cristo fuso in esso. In altre parole, vede l’unità e la continuità di un principio onnipresente nell’inorganico e nell’organico, nella psiche e nella materia. È ambiguità di un certo linguaggio chiamare psichico questo principio che, in realtà, è tanto della psiche quanto della materia. Non è ambiguità di Jung, che in tale Weltanschauung pone i presupposti della sincronicità.

Come esemplificato poco sopra, quella della sincronicità è una dimensione in cui svanisce la distinzione tra psichico e fisico, tra individuale e collettivo, tra interno ed esterno, tra soggetto e mondo. Quando Hillman scrive che “la città, dove il corpo vive e si muove, dove la rete relazionale s’intesse, è anch’essa psiche” fa un’affermazione singolarmente affine a quelle di Jung e di von Franz e profondamente consonante con una psicologia della totalità, qual è quella di Jung.

Nell’ottica di una psicologia della totalità, la psicoterapia non può arroccarsi dentro osservatori né narcisistici né intellettualistici. Forse è proprio lo stile terapeutico di Jung che è presente nel sottopensiero di Hillman, quando scrive che la terapia “dovrà uscire all’aperto o, quanto meno, andare a passeggiare per strada”.

In occasione di qualche visita alla casa di Jung, ebbi modo di chiedere a due diversi nipoti di Jung su quale poltrona fosse solito sedere lui e su quale il paziente. Entrambi mi dissero che in poltrona Jung sedeva il meno possibile, perché di preferenza incontrava i suoi pazienti in giardino o sull’adiacente riva del lago (cosa, peraltro, poco gradita ai nipoti, che erano bambini e dovevano stare attenti a non disturbare il nonno). L’episodio è minimale, ma testimonia l’indole irrituale di Jung e la dichiarata non rigidità del setting junghiano.

Rinunciare alla rigidità, però, non significa avvallare l’improvvisazione o l’arbitrio. Il setting (ogni setting) si giustifica in quanto delimita un “campo psichico” (Hillman), che ha da essere congruente con il modello teorico adottato dall’analista e funzionale alla trasmutazione psichica.

A Hillman pare quasi di azzardare, quando immagina una terapia che, uscendo all’aperto, “magari vada anche a fare visite domiciliari” [3]. In realtà, ipotizzare una terapia analitica in visite domiciliari non mi pare azzardato e di certo non è l’esigenza attualmente più incalzante. Oggi evenienze di solito meno gravi, ma molto più sistematiche interpellano la pratica analitica e chiedono di uscire della tradizionale stanza d’analisi. Sono richieste e proposte di analisi o supervisioni on-line.

Spesso le posizioni favorevoli oppure contrarie a questa modalità rispondono a banali criteri di età: i “nativi digitali” sono abitualmente più favorevoli di analisti che, al contrario, hanno scarsa familiarità con il digitale. È ovvio che la scelta non può essere affidata unicamente a criteri di tale soggettività ed è verosimile che in futuro l’analisi on line diventi una realtà estesa, indipendentemente dalle preferenze personali.

Analisi e supervisioni on-line, però, comportano una diversa configurazione del campo psichico rispetto al contesto vis-a-vis e richiedono una ridefinizione dei canoni di setting. Il fatto che tale ridefinizione sia ancora distante da una formulazione organica non sorprende e non scoraggia. Lungo tutta la sua storia la psicologia del profondo si è sviluppata prima come esperienza pratica (o addirittura sperimentale) e poi come tentativo di teorizzazione. In questo modo di procedere, una cosa è sempre stata costante e imprescindibile: un’opera attenta di auto-coscienza e di auto-riflessione sulle esperienze condotte. Quest’esigenza si impone anche dinnanzi alla possibilità di analisi on-line.

Non si tratta, dunque, della decisione teorica se accettare o rigettare l’analisi on-line, ma della riflessione consapevole sulle condizioni di setting atte a tutelarne la coerenza epistemologica e assicurarne la validità clinica. Persone già impegnate in questa direzione sono accomunate dall’esigenza di individuare modalità operative coerenti con il modello teorico junghiano.

Molte cose sono possibili in analisi e la condizione che le rende accettabili o inaccettabili è la loro coerenza con il quadro metapsicologico di riferimento. Nella psicologia analitica, è anche il rispetto della realtà e della sacralità della psiche.

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Il Sé ha bisogno di essere ridefinito?

“Il concetto di Sé deve essere ridefinito” [1], scrive Hillman.

Affermazione forte e impegnativa, che non può essere liquidata senza riflessione. Si inscrive nel contesto della costatazione che la psicologia ha esitato a lungo prima di riconoscere che il corpo è psiche e che ancora ha difficoltà a riconoscere che il Sé è anche comunità.

Il punto è che il Sé è totalità e la coscienza umana sa concepire teoricamente la totalità, ma è inadeguata a confrontarsi effettivamente con essa. Se immagina che la psiche sia immateriale, dalla psiche esclude la materia; se immagina che sia individuale, esclude da essa la comunità; se immagina che sia coscienza, esclude l’inconscio.

Naturalmente la coscienza sa ideare intellettualmente coppie di antinomie, ma solo con difficoltà e con esiti poco soddisfacenti sa rapportarsi concretamente alla realtà antinomica della psiche e alla compiutezza del Sé. Molti analisti culturalmente raffinati e clinicamente preparati ammettono difficoltà almeno parziali nel relazionarsi con il Sé nella pienezza della sua totalità.

Se ridefinire il Sé significa ripristinare la sua immagine di totalità ogni volta che essa decade, questo invito intercetta lo sforzo sistematico di questi analisti. Nell’analisi dei pazienti e del controtransfert, nei processi di introspezione e di individuazione, difatti, essi attivano tentativi di reintegrazione appena realizzano che aspetti della totalità sono usciti dal focus della loro considerazione e dalla portata della loro coscienza.

È più insidiosa la tentazione di ridefinire la concezione teorica del Sé.

Il Sé come “interiorizzazione della comunità” è da preferirsi al Sé come “interiorizzazione del corpo”? O della materia, o dell’emozionalità, o del pensiero? E l’ “interiorizzazione della comunità” comprende il corpo (la materia, l’emozionalità, il pensiero etc.) o lo esclude? Provocatoriamente: comprende solo il mondo esterno o anche quello interno? E se ridefinisce il Sé inteso come totalità, che cosa esclude dalla totalità?

Il Sé-totalità è assunto basilare della psicologia di Jung. La difficoltà di rapportarsi effettivamente agli altri e a se stessi, al mondo esterno e a quello interno, alla materia e alla psiche come ad aspetti di una totalità inscindibile, è difficoltà connessa con il limite intrinseco della personalità cosciente. Ma la difficoltà empirica non autorizza a rigettare la concezione teorica. Respingere l’idea del Sé come totalità unitaria, che abbraccia e ricompone le antinomie, di fatto, significa rigettare l’edificio teorico di Jung e rinunciare a buona parte di illuminanti orientamenti che egli ha dato alla psicologia.

In questo senso, ridefinire la concezione teorica di Sé, è un’avventura intellettuale che deve essere consapevole dei presupposti da cui muove e degli scopi cui tende.

Il pensiero divergente di Hillman e l’originalità delle sue provocazioni intellettuali procedono in concerto con l’intensità della sua esposizione. Lui stesso ricostruì autobiograficamente la collocazione che ebbe il “dono” della parola (e di una parola efficace) all’interno della sua costellazione individuativa e del su percorso evolutivo. Lui stesso narra come tali abilità siano state al centro di un non facile processo di trasmutazione. È atto di gratitudine nei confronti delle sue capacità e del costo esistenziale che esse gli comportarono trarre da esse occasione di chiarezza e non di confusività.

Una nota fiaba sostiene che anche i doni possono essere avvelenati. Per la pregnanza che le sollecitazioni di Hillman possiedono e per lo sforzo di cui sono frutto, è auspicabile che letture acritiche non trasformino l’edenica mela della conoscenza nella mela avvelenata di Biancaneve, che, anziché stimolare ed alimentare le potenzialità della conoscenza, le ottunde e le… addormenta.

Claudio Widmann

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Note e Bibliografia 

[1] J. Hillman – Cent’anni di psicanalisi e il mondo va sempre peggio. pp. 53, 54

Hillman: Probabilmente va ridefinito il concetto di Sé.

Ventura: Questo si che sarebbe rivoluzionario. Se attecchisse, finirebbe per cambiare l’intera cultura.

Hillman: Il concetto di Sé deve essere ridefinito. La definizione della terapia deriva dalla tradizione protestante e orientale: il Sé è l’interiorizzazione del dio invisibile che sta al di là. Il divino interiore. Anche se questo divino interiore è mascherato da meccanismo di autogoverno, omeostatico, equilibratore, o anche se il divino è mascherato da profonda intenzione integrante dell’intera personalità, è ancora una concezione trascendente, con implicazioni, se non proprio radici, teologiche.

Io preferirei definire il Sé come “l’interiorizzazione della comunità”. E se realizzassimo questo piccolo cambiamento, allora si che sentiremmo le cose in modo diverso. Se il Sé fosse definito come l’interiorizzazione della comunità, allora i confini fra me e l’altro sarebbero molto meno definiti. Sarei con me stesso quando sono con gli altri. Non sarei con me stesso quando sto passeggiando da solo, o quando sto meditando, oppure quando, nella mia stanza, mi dedico all’immaginazione o al lavoro sui miei sogni. In realtà sarei estraniato da me stesso. E “gli altri” non comprende soltanto altra gente, perché la comunità, per come la vedo io, è qualcosa di più ecologico, o perlomeno di più animistico. Un campo psichico. E se io non sono in un campo psichico con gli altri – con la gente, con gli edifici, gli animali e le piante – io non sono. Non dovremmo più dire: “Sono perché penso” (Cogito ergo sum, come sosteneva Cartesio), ma, come mi diceva qualcuno l’altra sera: “Sono perché partecipo”, Convivo ergo sum.

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[2] James Hillman, Cent’anni di psicanalisi e il mondo va sempre peggio, p. 104

Per meglio dire: la città è psiche.
Ci sono voluti diversi decenni perché la terapia imparasse che il corpo è psiche, ciò che il corpo fa, come si muove, come sente, è psiche. Da un po’ di tempo a questa parte, la terapia sta imparando che la psiche esiste all’interno nei sistemi relazionali. Non è un radicale libero, una monade, non è autodeterminata. Il passo successivo è quello di accorgersi che la città, dove il corpo vive e si muove, dove la rete relazionale s’intesse, è anch’essa psiche.
I greci lo sapevano. La polis era l’altra metà del mythos. Il mythos era vissuto nella polis. Gli dèi prendono parte alla vita civica, e in essa vengono percepiti. Spesso sentiamo questo nella natura: perché allora siamo così intorpiditi, quando si tratta di riconoscere l’anima della città? I neri e i latini lo fanno. Quello che succede nella città non è soltanto politica o economia, o architettura. Non è nemmeno ambiente: è psicologia. Tutto ciò che è “là fuori” è noi.

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[3] J. Hillman – Cent’anni di psicanalisi e il mondo va sempre peggio. p. 103

Adesso, invece, studi recenti “dimostrano” che lo stress deriva in larga misura  “dai fattori di irritazione della vita quotidiana”, quali il razzismo, il rumore,  l’affollamento, il traffico, la qualità dell’aria, la paura della criminalità, le macchine della polizia, la paura della violenza, le minacce legali, l’ipercomunicazione  (la troppa informazione, il troppo tenersi al corrente), i fallimenti e le frustrazioni del sistema scolastico, le tasse, la burocrazia, la sanità, il far quadrare il bilancio.
Vede Michael, va a finire che la terapia dovrà uscire all’aperto col paziente, magari dovrà anche andare a far visite domiciliari o, quanto meno, a passeggiare per strada.