Immaginazione e psicoterapia

Iniziamo col dire cose note, ossia che l’immaginazione è il processo primario in psicoterapia, e questo perché è il processo primario nella vita psichica e concreta di ognuno di noi. Scorrendo gli scritti di Hillman  impariamo che la psiche immagina per sua stessa natura, impariamo che amiamo se immaginiamo e che se smettiamo di immaginare si interrompono una buona parte dei processi dell’anima. L’anima è fatta di immagini e soffre quando ne viene privata.

E i pazienti? I pazienti sono, prima di tutto, entità capaci di immaginare. Per questo mi importa di loro, perché corpi capaci di essere transitati da immagini. Dunque, ve lo confesso, potrei dire che mi importa delle immagini più di quanto mi importi dei pazienti. Però non vi irritate perché ora vi spiego come questo sia utilissimo alla psicoterapia. Per spiegarlo sono, però, costretto a definire almeno un paio di cosette. Prima di tutto cosa sia l’immaginazione e le immagini e, secondo poi, quale sia il contenitore o il luogo da cui vengono. Questa parte è meno appassionata mentre la seconda, in cui vi racconto di come non me ne importi nulla dei pazienti, è quella divertente, è quella nutriente.

Immaginiamo quindi gli archetipi come i modelli più profondi di funzionamento Psichico (J.Hillman, Revisione della psicologia)

Il significato dell’immaginazione, cosa sono le immagini

Allora mi sembra evidente che ora vi aspettate di definire cosa sia un immagine e per farlo andrei a volo di gabbiano: rapido, con vista acuta, furbo e rapace. La psiche non parla con sistemi di codifica e decodifica, la psiche non è quindi digitale ma è analogica. Digitale significa che per descrivere un oggetto, un evento, una emozione o altro, si impiegano una serie di codici, come ad esempio il codice binario dei pc o l’alfabeto. Analogica significa che usa le immagini come linguaggio (so che questa è una semplificazione ma si esige qui snellezza).

In tal senso per parlare di amore si parlerà, ad esempio, attraverso il dio Eros; per parlare di rabbia si parlerà di Marte ecc. Per inciso, Jung riteneva che solo alcune immagini fossero archetipiche mentre Hillman riteneva che tutte le immagini fossero archetipiche. Insomma immagini e archetipi in Hillman diventano la stessa cosa. In questo senso analogico significa archetipico.

Ancora un ulteriore chiarimento, ma rapidissimo. La comunicazione digitale prevede che vi sia una traduzione dell’immagine in codici e poi la decodifica. Questo significa che il codice, e il creatore del codice, distorcerà il messaggio e altrettanto farà chi codifica, prima, e chi decodifica poi. Il linguaggio analogico sfugge a queste distorsioni. Questo significa che quando immaginiamo o sogniamo, che poi è la stessa cosa, siamo in un rapporto diretto con gli archetipi. Probabilmente li distorciamo nel momento in cui cerchiamo di raccontarli, magari al terapeuta. Dunque le immagini sono degli archetipi e questi, gli archetipi, sono l’espressione di un bisogno, di una emozione e di una condotta in forma personificata o oggettivizzata. Nel sogno l’amico che ci viene a trovare, il coltello che ci trafigge, la montagna che stiamo scalando o che osserviamo scalare, sono semplicemente archetipi in una trama secondo cui i nostri bisogni, le nostre emozioni e i nostri comportamenti sono in rapporto tra di loro.

Sogniamo o siamo sognati?

A questo punto l’ulteriore domanda  potrebbe essere dove si trovano le immagini? Siamo noi i contenitori? Su questo sappiate che la psicologia non ha aggiunto nulla di nuovo alla filosofia classica. Dunque per Hillman e Corbin le immagini esistono e vegetano nel Mundus Imaginalis, insomma per loro siamo sognati e non sogniamo. Questa rivoluzione paradigmatica, che vi ricordo è molto precedente a Hillman e molto ben diffusa in tutte le culture, è quella che, al di là della sua falsificabilità, ci permette di cambiare il punto di vista in modo radicale.

Ora però vi state annoiando. Dunque devo necessariamente riportare il discorso sul rapporto strumentale che si genera in terapia.

Si accomodi prego…

Mai invito è stato più falso. Non solo so, per esperienza diretta, che la poltrona della terapia è tutt’altro che comoda, ma so soprattutto, da terapeuta, che la comodità del paziente è l’ultimo dei miei obiettivi.

Oddio! Non mi fraintendete! Lavoro sul rendere confortevole la terapia, ma lo faccio per evitare che il paziente fugga dalla scomodità che è quel luogo in cui vivono le immagini. Infatti nel mondo delle immagini, di cui facciamo esperienza ad esempio sognando, non esiste un sotto e un sopra, un prima e un dopo, un giusto, corretto, deontologico, leale, carino, amorevole, altruista, non esiste il bene o il male perché tutto avviene secondo necessità.

Ciò che accade nei sogni il concretismo lo relega nei penitenziari. Mentre quando sogniamo un evento efferato, perpetrato o subìto, nessun di noi nel sogno pensa di andare a fare una denuncia. E un buon terapeuta vuole andare proprio lì dove il paziente non vuole e, non vi confondete, non si tratta di “Inconscio”, che non esiste, ma semplicemente di un luogo ben noto a tutti ma che tutti evitiamo di frequentare. Hillman la chiamata la “valle del fare anima” ma per molti potrebbe essere chiamata “Uncanny valley” un luogo in cui sperimentiamo un senso di inquietudine profonda. Ma nel quale, rimanendo a contemplarlo, potremmo trovare un certo nutrimento.

Dunque sappiate che qualunque terapeuta, se è un buon terapeuta, dietro il sorriso affabile e accogliente si sta preparando a visitare quella valle con voi. Mentre un paziente, per quanto possa essere motivato, tenderà a evitare di incontrarsi con quei luoghi e, cercando di liberarsi delle sue responsabilità, userà una frase fatta che ha salvato la psiche collettiva per tutto il secolo scorso e che potrebbe suonare così: “Se lo ho fatto, o se l’ho pensato comunque era insconscio”. Così l’invenzione più importante del ‘900 ha gradualmente perso il suo valore euristico per divenire l’alibi più a buon mercato presente in commercio. Inconscio non vuol dire nascosto, dunque basta volgere lo sguardo e osservare. La poca volontà di osservare in una direzione viene così attribuita a una forze da noi indipendenti.

Le immagini vanno in analisi

Tornando alle immagini e all’immaginazione, mi sembra evidente che molte immagini possono inquietare mentre molte altre lasciare piuttosto sereni. E dirò di più, alcune immagini inquietano taluni ma lasciano indenni altri. Quindi uno psicoterapeuta può transitare le immagini dei pazienti in modo differente a seconda di come risuonano in lui, nel terapeuta. Ma in qualsiasi caso sono proprio le immagini che entrano nella stanza d’analisi. Per semplicità la psicologia le ha rinvenute nella mitologia. E questa operazione fu inaugurata da Freud con Edipo, proseguita da Jung e poi da Hillman per il quale, non solo ogni dio è un’immagine, ma ogni parola è un’immagine.

E quando il paziente arriva e dice, ad esempio, che non vuole avere paura,  che non vuole essere arrabbiato con, che non vuole immaginare di odiare suo fratello o, peggio, amarlo oltre ciò che si conviene; quando il paziente non vuole provare attrazione per un oggetto omologo, quando non vuole provare felicità a un funerale ne tantomeno tristezza a un matrimonio, insomma tutte le volte che un paziente arriva nella stanza d’analisi e ci chiede di buttare fuori da quella stessa stanza un’immagine, noi, gli psicoterapeuti, dobbiamo decidere chi sono i nostri pazienti.

Chi è il paziente?

Dunque, se decido, per ipotesi, che il paziente è il Sig.Rossi che giunge in terapia, presso lo studio in via tal dei tali, allora lo faccio accomodare, magari, come capita, gli offro un thè, poi entro in empatia e appena scorgo una di quelle immagini, brutte e cattive, chiedo alle immagini di uscire cordialmente dalla stanza. E so non lo fanno mi arrabbio insieme al paziente, sempre perché sono empatico, dato che così la sanità pubblica mi vuole. E quindi provo la sofferenza del paziente e lo guarisco. E qui non posso stancarmi di dire che “guarire” ha un etimo che rimanda a “impedire” e, dunque, impedisco a quella brutta e cattiva dell’immagine di sedersi nel mio studio. Quindi se il paziente non vuole avere Paura io invito la signora Paura ad andar via.

Poi arrivò il Copernico psichico

Se sei ancora qui a leggere ti ringrazio, ma se leggi fino alla fine mi sarai grato tu dopo che avrai raccolto l’invito a cambiare la prospettiva. Prova dunque a immaginare che un giorno sia proprio la signora Paura a chiamarmi, che chiami per chiedere una psicoterapia. Al telefono è titubante, per sua stessa natura direi. Mi dice che sono anni che convive con un una parte di se che non riesce a integrare. Mi dice che ha bisogno di fare pace con il suo aspetto, col suo corpo perché, per quanto necessario a vivere, le impedisce di muoversi liberamente nel mondo. Si sente in prigione.
Allora io da bravo professionista della salute mentale, con piglio professionale e medico, chiamandola per nome, mai per cognome, le do un appuntamento rassicurandola dicendole, e questa volta non è una bugia, che potremmo fare qualcosa insieme. E poi chiudo: “Allora signora Paura… la aspetto giovedì prossimo”.

La prima seduta

La signora Paura arriva e la faccio accomodare. Lei si siede con lo sguardo in basso. Ha un handicap evidente che le impedisce di muoversi in modo naturale. Ma prima di far accomodare un paziente evito di evidenziare cose di questo tipo. Lo faccio subito dopo, a meno che non lo faccia direttamente il paziente. E la signora Paura non manca di dirmi che il motivo per cui si trova lì è che lei ha un problema: il sig. Rossi.

“Vede dottore…” inizia a raccontarmi “… da quando sono nata ho avuto difficoltà a muovermi. Ogni volta che pensavo di fare qualcosa il sig. Rossi me lo impediva e lo fa tutt’ora. Lo sento parlare, a volte gridarmi di andar via, altre volte ancora mi chiude in camera o mi butta fuori dalla porta. Sento le voci che mi dicono di stare ferma. E dire che io in genere lo vado a trovare quando ho qualcosa di importante da dirgli ma lui niente. Si è vero alla fine anche io ho urlato ma come potevo fare…”. Fa una pausa e poi aggiunge, quasi sottovoce: “… è giunto perfino a controllarmi il cellulare”.

Sorrido, smuovo le natiche sulla poltrona, trovo una posizione comoda, sospiro, guardo in alto a sinistra, osservo la paziente e il Sig. Rossi, so che non può liberarsene come un paraplegico non può liberarsi della sedie a rotelle e, prima di risponderle, penso che non posso buttar fuori il sig. Rossi. Cambiando l’accavallatura delle gambe, cerco le parole per dire alla paziente che non potrà liberarsi del Sig. Rossi, le parole per dirle che non riuscirò a farla camminare di nuovo. Poi inizio a fare in modo che parlino insieme e chiedo alla signora Paura, nella speranza che possa trovare una felice convivenza, se vuole dire qualcosa al sig. Rossi che lei non sopporta e che anche io fatico molto a digerire. Lei inizia a pensarci.

Non mi importa dei pazienti perché i miei pazienti sono le immagini

Quindi tutte le immagini hanno questa malattia che si chiama Homo sapiens. Le immagini farebbero il loro corso naturale, secondo necessità ma i pazienti, e io sono uno di loro, lo impediscono. Allora io mi prendo cura delle immagini e spesso lo dico ai pazienti. “A me non interessa nulla di lei, io sono qui per proteggere e curare queste immagini e lei si accorgerà che questo le sarà d’aiuto, dunque lei deve dare accoglienza alla signora Paura”. A volte non sono così schietto e lancio un occhiata all’immagine rassicurandola, dicendole che arriverà il momento in cui starà meglio, in cui si sentirà accolta, integrata e cittadina. E quella occhiata è ciò per cui i pazienti mi pagano, mi pagano per essere complice delle immagini che loro rifiutano. Strana la psicoterapia, quel luogo in cui un tizio viene pagato per non fare quello che il cliente chiede. Per questo direi che il cliente diventa paziente quando non viene fatto quello che chiede.

E quel giorno la signora Paura…

E quel giorno la signora Paura disse al sig. Rossi che si sentiva imprigionata e gli chiese se poteva ascoltarla prima di aggredirla e lui, serafico, le rispose che certe volte non ce la fa e che anche lui prova la stessa cosa. Oggi la vedo ancora. Più volte a settimana e lei è molto contenta dell’analisi. Ha dato il mio nome a diverse sue conoscenze, la signora Rabbia, la signora Tristezza e sua sorella Gioia, il signor Disgusto e il cugino Disprezzo e poi ancora l’elenco dei miei pazienti prosegue e contiene tutti gli déi e tutte le parole e io, emissario del Mundus immaginalis, le ascolto tutte, me ne curo e ricordo loro che se sono riuscite ad arrivare in terapia è anche grazie a chi le osteggiava tanto. Poi, tutte le volte che scrivo le fatture, tutte le volte che indico la città di residenza, una parte di me è sempre contenta di scrivere Hurqualia pigiando la penna sul cartoncino. Poi La paziente si congeda e il Sig. Rossi lo fa insieme a lei ma lui, a fine terapia, esce dalla finestra.

I hate to give up and admit that i cannot help a patient (I.Yalom: Every day gets a little closer: A twice told therapy)

La cosa buffa è che quando te ne freghi dei pazienti e scegli le immagini, loro, i pazienti si trasformano, si rincuorano e il loro vivere, non so ancora il perché, inizia ad avere un sapore diverso. La terapia inizia sempre con una tavola vuota in cui facciamo lunghi monologhi. La psicoterapia si conclude con una tavola infinita dove sono accomodate tutte le immagini, ognuna che parla a turno e dice la sua mentre noi, sereni, ascoltiamo.

I problemi della psiche  non furono mai risolti presso i popoli arcaici, mediante relazioni personali e umanizzanti, ma, al contrario, mettendoli in relazione con le dominanti impersonali (J. Hillman : “Oltre l’umanismo”)

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