Il 1 Aprile 2020, mi sono recato presso il mio studio ma ho seguito le direttive nazionali. Ho indossato la mascherina, gli occhiali con la montatura a lenti più grandi affinché mi garantissero maggiore copertura, una tuta da imbianchino con leggera “traspiranza” e cappuccio. Seduto sulla mia poltrona mi sentivo alquanto eroico nel non rinunciare a fare il mio lavoro. Come dice Jung troppo corpo e l’anima muore, e quello era il mio personale contributo all’anima. Quello era lo strenuo tentativo di un anonimo psicoterapeuta di provincia, a non lasciare che il corpo se la comandasse con i virus che lo tenevano al guinzaglio.

I pazienti chiariscono con forza che non desiderano affatto conoscere la vita personale del terapeuta… In nessun modo vogliono guardare dietro la tenda e vedere un falso mago sperduto e confuso. (Irvin Yalom; “Il dono della Terapia”)

Psicoterapia e virus covid-19

È parafrasando Gabriel Garcia Marquez che mi trovo a pensare cosa fare della psicoterapia oggi. Cosi chiuso, coperto, vestito in modo che non traspiri e non traspaia nulla. Né il mio volto, né i miei odori. Ahh… quanta terapia avviene sotto l’egida del solo olfatto. L’odore acre di ascelle di quel, o di quella paziente, o magari il mio stesso odore; l’odore degli aliti a volte pesanti a volte geriatrici a volte afrodisiaci; aloni sui vestiti, capelli scapigliati, sguardi diafani, sudori incontrollati. Ahh la terapia! Come è pulp. Le parole curano, questa era la base da cui Sigismondo partì e la psicoanalisi sembra abbia promosso la parola predicando l’astinenza dagli altri canali comunicativi. Ed io, lieto e pensoso, oggi mi chiedo se la terapia possa funzionare senza che si rischi il contagio, come col colera che aveva invaso le foreste intorno agli amanti del romanzo di Marquez.

L’astinenza cosa è

In molti ci raccontano che la letteratura su Freud sottolinea come lui predicasse l’astinenza, ma che in realtà questa astinenza è stata solo un equivoco dei freudiani che si difendevano dalla terapia. Freud non parlava bene l’inglese e questo lo vide particolarmente silente con i suoi pazienti non di lingua tedesca, quelli che poi ne diffusero maggiormente il pensiero. Si è letto nel silenzio di Freud una tecnica piuttosto che un limite relazionale. Ma è anche vero che Yalom, citato sopra, ci ricorda come i casi più riusciti di Freud siano quelli in cui il setting sia stato sfumato e lui, Freud, si lasciò coinvolgere personalmente. Abs-tenere, etimologicamente “tenere lontano”. Stiamo distanti, almeno un metro e mezzo, dal nostro prossimo, in questo modo il covid-19 e tutti i suoi cugini dai nomi da comitato terrorista, SARS, MERS e compagnia cantando, non riusciranno a prendere il sopravvento.

Virus e Freud

Insomma il corona virus ha reso legge le prescrizioni di Freud. Ha fatto dell’astinenza un valore e noi, tutti monaci post litteram, obbediamo fedeli al virus. Ma vi devo rivelare un segreto, nessuno psicologo, e ci tengo a sottolineare nessuno, è astinente all’interno del setting. O meglio forse qualcuno ce ne è ma in genere potrebbe essere quello che non richiamate dopo la prima seduta, quello che vi propina un elenco asettico di procedure. Invece la maggior parte di noi, noi psicologi, si sbrodola in continuazione. Sposta gli occhiali, leva la mascherina per qualche minuto, tira su la manica della tuta da imbianchino. Ognuno di noi, in modo del tutto imprudente, espone e si espone al rischio di contagio. Rischia l’arresto in continuazione. Si badi bene, non mi riferisco a chi tra i colleghi o le colleghe finisce in commissione disciplinare per mancato rispetto della deontologia. Piuttosto mi riferisco a coloro i quali in ogni seduta si danno e si raccontano misuratamente e con scopi terapeutici.

Psicoterapia on-line

Ma la tecnologia ci viene incontro. Salva la partita iva e la seduta. La tecnologia alimenta la dipendenza da psicoterapia e Skype e Whatsapp consentono di fare sedute a distanza. Ma la domanda che mi pongo è sempre la stessa, quanto una seduta a distanza possa essere ritenuta efficace? Ormai è patrimonio collettivo quello della psicoterapia a distanza e ha, come per tutte le cose, i suoi pro e i suoi contro. Ma la distanza a cui ci invita il coronavirus è diversa. Non si tratta di una distanza geografica o logistica. Si tratta di una distanza psichica. Non voglio rischiare di infettarti e ancor più, non voglio rischiare di infettarmi. La psicoterapia che poggia su questo è la psicoterapia pensata dai medici e anche dalla maggior parte degli psichiatri.

Il medico combatte il sintomo

E già, il medico e lo psichiatra fanno proprio questo. Levano l’ansia, levano la depressione, levano la psicosi, il narcisismo, la dissociazione. Levano e lavano le mani. O meglio se ne lavano le mani del sintomo. La psicoterapia, invece, si prende cura del sintomo. Lo percepisce come una via, come una possibilità individuativa. E la psicologia immaginale legge gli eventi concreti con lo stesso spirito. Per questo in chiave archetipica il corona virus è l’occasione di ridurre la frenesia, l’inquinamento, lo stacanovismo consumistico e, per contro, ci stimola a leggere di più.

Ma torniamo a noi, oggi. Mi osservo e ci osservo. Vedo la distanza, vedo i presidi sanitari imposti. Mascherine e amuchine. Ma poi in quello studio, lo confesso, continuo a chiedere ai pazienti di rinunciare a quei presidi. Chiedo ai pazienti di levarsi maschere, abiti e abitudini, chiedo di buttare il disinfettante col rischio di infettarsi. Ma se un terapeuta fa questa richiesta deve chiedersi se è disposto a fare altrettanto

Confessione e psicoterapia

La chiesa aveva già avuto questa intuizione. Aveva intuito come vi fosse l’estrema necessità di uno spazio in cui far esistere l’inaccettabile, di uno spazio in cui dire l’indicibile, in cui concedersi il contatto con il proibito. La confessione nasce con lo scopo di generare questo spazio. Poi la religione cristiana cattolica ha iniziato a vacillare. Niente più proseliti, niente più indulgenze. La psiche collettiva si era evoluta e aveva bisogno di nuovi dèi a cui credere. Allora la filosofia, sotto l’egida della più forte religione dell’era contemporanea, la scienza, si è incoronata come “Psicologia” e ha rigenerato uno spazio confessionale. Oggi gli psicoterapeuti storcono la bocca all’idea di avere una funzione che un tempo era della religione, ma così è.

Le funzioni della psicoterapia

La funzione trascendente, o più in generale la funzione trasformativa della psicoterapia, ossia il fatto che questa punti a trasformare l’energia psichica favorendo il dialogo tra conscio e inconscio, è una funzione successiva a quella evacuativa tipica della confessione. Ed è successiva anche alla funzione pedagogica. Insomma dentro la stanza di analisi abbiamo messo tutto ciò che non deve essere detto, pensato o immaginato. Poi si è proceduto a computare questo materiale in chiave simbolica, o meglio, in ottica immaginale. Questo significa che ogni pensiero, immagine, fantasia, sogno, agito o evento concreto, vanno a costituire l’espressione in immagine di tutte le forze psichiche in gioco in un individuo. Ogni immagine è un emozione-bisogno-condotta. E ogni evento concreto o immaginale è la trama della relazione tra questi elementi.

Introversione e estroversione

Ma teniamo presente un fatto… per procedere a un’analisi dell’intrapsichico e di ciò che è immaginale, non possiamo non attraversare ciò che appartiene al concretismo e all’estroversione. Insomma posso parlare del mio rapporto col materno dentro di me solo dopo aver parlato del rapporto con mia madre; posso parlare del rapporto tra il maschile e il femminile solo dopo aver parlato del mio rapporto con mia moglie. Quindi la psicoterapia è il luogo in cui prima di tutto portiamo gli eventi concreti su cui ci siamo proiettati. Ma di molti di questi eventi, sogni o fantasie i pazienti si vergognano. Quindi ci si concede di parlarli solo dopo un certo tempo.

Irvin Yalom e la self-disclosure

Per questo il concetto di sefl-disclosure, ossia all’autosvelamento dello psicoterapeuta è tutt’altro che marginale. Sia inteso non ne è l’inventore, piuttosto è colui che ne parla apertamente. Ma ogni psicologo che si rispetti deve, e dico deve, svelare, ossia levare i veli che lo fanno somigliare a un mago. Uno psicoterapeuta deve darsi alla relazione come uno scienziato che ne fa una esperienza. Se non sono pronto a levarmi la mascherina, a rinunciare all’amuchina perché dovrebbe esserlo il paziente. Allora in terapia capita che a un paziente che si sta separando io possa raccontare la mia crisi di coppia o la mia separazione; oppure potrei raccontare le mie fobie a un ipocondriaco e il modo in cui ci convivo; oppure alcune immagini che non direi in piazza con gli amici.

I pazienti non vogliono la verità

Insomma se non sono pronto a farlo non mi devo aspettare che lo faccia il paziente. Ma soprattutto è giunto il momento di chiederci perché i pazienti ci invitano al silenzio. Magari scuotono la testa e si sottraggono allo sguardo se sto pescando dalle mie esperienze personali per amplificare una narrazione, una emozione o un groviglio di dinamiche relazionali del paziente. Il rapporto con mia madre o con mio padre, l’episodio di bullismo subito o perpetrato, una storia sentimentale o una situazione sessuale che generò imbarazzo, quelle volte che ho battuto in ritirata e quelle in cui ho agito d’impulso, o, in ultimo, le emozioni e le reazioni che mi capita di provare con quel o quella paziente. Tutti questi contenuti possono diventare patrimonio della coppia terapeutica se avverto che possono essere utili al paziente.

Le immagini non ci appartengono ma siamo noi ad appartenere a loro

Più in generale, inoltre, quei racconti personali del terapeuta, se sono giunti nella stanza d’analisi per mezzo di una catena associativa della coppia terapeutica, significa che appartengo al mundus immaginalis prima di tutto. Stiamo quindi dicendo che gli eventi e le narrazioni dei pazienti insieme a quelle dei terapeuti, costituiscono un patrimonio collettivo. E se le liberiamo stiamo facendo una doppia operazione. Da una parte sdoganiamo il terapeuta, lo buttiamo giù dallo scranno, invitiamo i pazienti a uccidere il maestro affinché rinasca intrapsichicamente, in soldoni restituiamo al terapeuta la sua natura terrena e non divina. Dall’altra parte stiamo invitando il paziente nel mundus immaginalis e, alla maniera di Hillman, lo invitiamo a sentirsi strumento delle immagini e non viceversa. Lo invitiamo dunque a onorarle perché ogni immagine che non viene onorata si presenterà virulenta nel concretismo.

Allora i pazienti non vogliono i racconti del terapeuta proprio per questi motivi. Vogliono tenere vivo l’immaginario magico del terapeuta, si appellano cioè proprio all’onnipotenza di quel pensiero magico che ammanta le prime fasi di vita. Ma vogliono anche continuare a tenere il potere sulle immagini. Vogliono continuare a dire “ho fatto un sogno” perché sentono il panico nel pensare che “sono stati sognati”. La self disclosure, debitamente applicata, è il modo più rapido di sblindare la psicologia e donare ai pazienti uno strumento.

Farsi infettare

Allora l’invito è decisamente immaginale. Tutte i DPI (Dispositivi di Protezione individuale) necessari contro il corona virus, tutte le buone prassi, tutta quella educazione igienico sanitaria, tutti i decreti che certamente dobbiamo seguire per ridurre il contagio, ecco tutti quelle indicazioni, immaginalmente lette, devono essere di quando in quando tradite, non rispettate all’interno della stanza d’analisi. Perché una psicoterapia è tale se contagia, è tale se alla fine chi la ha transitata, che sia paziente o terapeuta, si alza dalla poltrona in un modo diverso da come ci si era accomodato. Ma, si sa, a tutti piace accomodarsi.

La psicologia deve abolirsi come scienza e, proprio abolendosi come scienza, raggiunge il suo scopo scientifico (A.Romano, in Carl Gustav Jung a Eranos 1933-1952 – Antigone Edizioni, p.155)

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