Un’opera d’arte pittorica, un disegno, fatto da un artista, da un paziente o da un dilettante, assumono un significato particolare per l’occhio dello psicologo ed in particolare per la psicologia archetipica. La lettura psicologica di un dato visivo presuppone una preparazione diversa da quella di un critico o di un esperto d’arte utilizzando strumenti analitici propri della disciplina che si distinguono per le finalità e metodo di lettura.

Il diritto di esprimersi

Il primo grande scoglio da affrontare è il diritto di espressione. Cosa significa? Per l’occhio psicologico un dipinto o un disegno assumono un valore indipendente dalla maestria e dall’autorità di colui che li ha prodotti. Lo psicologo prende in considerazione l’opera leggendola come un messaggio prodotto dalla psiche cercando di comprenderne il contenuto non diversamente da come si fa con un sogno o con un racconto. Lo spazio d’analisi psicologica diventa in questo modo un luogo dove è possibile leggere l’opera mettendo di lato gli aspetti che comunemente sono invece rilevanti. Il riferimento è alla lettura convenzionale ed a quella clinica.

Intendiamo per lettura convenzionale quella che considera il valore storico e artistico dell’opera, l’analisi sul piano tecnico, stilistico ed espressivo per inserire l’artista all’interno della storia dell’arte e del valore di mercato. Accanto troviamo poi l’analisi psicologica clinica che usa l’opera come mezzo d’indagine psicodiagnostica del soggetto al punto che ne sono derivati strumenti testistici basati sul disegno come il test dell’albero o la figura umana.

Una lettura psicologica pura di una produzione artistica non dovrebbe tenere in considerazione questi due aspetti ma dovrebbe cercare di mettere in evidenza l’esigenza del procedere psichico dell’immagine. Il diritto di espressione diventa pertanto l’esigenza che la psiche ha di rappresentarsi che si veicola mediante il linguaggio delle arti visive e delle arti in genere.

Più di ogni altro dato un dipinto o un disegno presentano l’aspetto immediato e diretto dell’immagine. Le immagini sono la più personale e arcaica forma del linguaggio umano (I. Riedel, L’anima dell’immagine, Ma.gi., Roma, 2004).

Fermare un’immagine nello spazio di una cornice, offerta da un foglio o da un più sofisticato scatto fotografico, costituisce un atto che è allo stesso tempo intenzionale ed inconscio. Un artista, un dilettante, lo faranno per mezzo di un metodo acquisito che permetterà loro di articolare un discorso. Nel caso di un artista, il discorso sarà sostenuto dal talento e dall’originalità dei contenuti al punto da produrre un lavoro corposo in termini di produzione ed originale per creatività e contributi culturali.

Tuttavia, la produzione d’immagini è talmente arcaica da potersi considerare precedente all’arte stessa se questa viene intesa come una produzione della mente individuale. Lo capiamo dai cosiddetti capolavori, opere che gli stessi autori rivelano uscite da una spinta creativa più grande di loro al punto da fondersi con la rivelazione divina. Questo luogo impersonale da cui scaturisce la creatività è stato ricondotto dalla psicologia del profondo all’inconscio collettivo che la psicologia archetipica ha ridefinito con il termine di mundus immaginalis.

Per lo psicologo, l’opera artistica sarà interessante nella misura in cui lo potrà riportare sul piano di una maggiore conoscenza dell’immaginazione e delle forme che essa prende in relazione allo sviluppo della personalità sia individuale che collettiva al fine di denotare una visione complessiva detta anima mundi.

Attraverso l’analisi di un’opera lo psicologo cerca di osservare il fare anima che lo sottende.

“L’atto del fare anima consiste nell’immaginare: le immagini sono infatti la psiche, la sua materia e la sua prospettiva. Foggiare immagini è quindi un equivalente del ‘fare anima’ (J. Hillman, Psicologia archetipica, www.treccani.it)”.

È ovvio che il quadro di un artista è tale perché riesce ad incarnare i termini suddetti in modo esemplare. L’attenzione dello psicologo si rivolge però soprattutto a quelle opere che non sono capolavori ma che vengono presentate allo psicoterapeuta nel segreto della terapia, fuori dal ruolo pubblico e dalle pretese estetiche.

Tutti nella vita abbiamo disegnato o addirittura dipinto, pochissimi lo hanno fatto dopo l’adolescenza. Eppure sarebbe molto interessante e curioso scoprire cosa siamo capaci di rappresentare se ci dotassimo di un album e matite. Dovremmo affrontare prima molti scarabocchi per arrivare a tracciare anche un semplice segno che ci dia quello strano ma ben chiaro sentimento di soddisfazione. È una sensazione universale e comune, quella di aver prodotto un disegno che ci piace. Per pochi minuti ci sentiamo come un vero artista avendo toccato la dimensione del creativo. Poi tutto crolla di fronte al confronto con la realtà e con i limiti della nostra presunzione.

Però, un fatto resta vero: quel sentimento era reale e nello spazio del nostro privato era esattamente uguale a quello che avrebbe provato un grande pittore. Prima ancora della fama e dell’invenzione.

Quel sentimento è l’oggetto psicologico puro. Esiste perché è il frutto del contatto con il mondo immaginale, con il tradizionale inconscio. L’estraneità  che possiede, il potere di farci star bene ed in certi casi di curarci è la prova della sua tangibilità. È compito dello psicologo riconoscerlo e permettere di lasciarlo sviluppare, di liberarlo anche dall’immagine stessa del quadro per riportarlo alla consapevolezza del paziente. In questo senso è una testimonianza diretta del ‘fare anima’.

Cosa si potrà seguire in un quadro allorché ne vogliamo estrarre le componenti del fare anima?

Cercheremo prima di tutto di dare al quadro una narrazione leggendolo nei suoi elementi e nel suo insieme come la trama di un racconto. Ci appoggeremo in questo alle informazioni che l’autore stesso ci potrà dire ma soprattutto ai riferimenti più generali delle nostre mappe psichiche: il mito, l’alchimia, la conoscenza dei simboli. Lasceremo emergere dalla trama alcuni aspetti che riteniamo centrali per un processo d’individuazione dell’immagine. Il quadro ha un suo divenire, è un elemento di un processo in cambiamento. Cercheremo di trovare dove ci vuole condurre, verso quale regione psichica ci sta portando. All’interno di questo percorso possono emergere i traumi ed i dissidi dell’autore, domande incompiute o aspetti a lui stesso ignoti, gli spettri dei meccanismi di difesa. Si possono infine intravedere le influenze più grandi delle immagini archetipiche che sciolgono l’io nel più vasto mare del mondo immaginale.

Conclusioni

La lettura psicologica di un quadro non vuole esaurire il suo contenuto né pretende di mettersi a confronto con la cultura specialistica di un esperto d’arte. Essa si pone da un punto di vista direbbe Hillman inferiore, attento agli aspetti meno nobili e più bassi tanto da ammettere anche i deliranti pasticci di chi dalla psiche è ubriacato come avviene per le psicosi. La ricerca, lo studio è nei processi creativi dell’anima e del rapporto che essi hanno con il mondo psichico questo luogo intermedio nel quale confluiscono le rigide ed obiettive regole scientifiche con le astruse, parziali e opinabili visioni dell’esperienza ultrasoggettiva. 

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