Che fine ha fatto l’immaginazione attiva?

Quando rivolgo la mia attenzione all’immaginazione attiva mi accorgo di affrontare una delle tecniche più oscure della psicoterapia. Primo perché sembra essere facile da comprendere e da fare, secondo perché noto che in pratica viene lasciata nell’angolo degli strumenti analitici inutilizzati insieme alla teoria alchemica. Parlarne è molto affascinante come del resto di alchimia, ma c’è un abisso con l’esperienza comune delle banalità quotidiane che rende l’immaginazione attiva estranea o addirittura bizzarra.

Eppure, si potrebbe azzardare l’idea che l’immaginazione attiva sia il modo elettivo attraverso cui rapportarsi alla psiche. Un pieno e completo contatto a presa diretta con le immagini senza filtri interpretativi o rimandi al mondo diurno. Forse è proprio per questo che l’immaginazione attiva è così trascurata e travisata. Un uso appropriato delle facoltà immaginali potrebbe costituire il coronamento della psicoterapia dando all’individuo l’autonomia psichica e con essa la possibilità dell’autoanalisi.

L’immaginazione attiva per Jung

Per farci un’idea di come si faccia seguiamo le parole di Jung:

Si fissa quindi quell’immagine, concentrando su di essa tutta la propria attenzione. Di solito si trasforma, perché il semplice fatto di averla presa in considerazione è sufficiente ad animarla. (…) Si sviluppa quindi tutta una serie di fantasie che a poco a poco assumono carattere drammatico: il semplice processo passivo si tramuta in azione (C. G. Jung, Mysterium Coniunctionis, Bollati Boringhieri, Torino, 2002, p. 495)”.

In questa frase sono raccolte le indicazioni fondamentali per fare un’immaginazione attiva:

  1. Fissare e concentrarsi su di un’immagine.
  2. Favorire la drammatizzazione dell’immagine così da far emergere una storia.

Jung la considerava come un ‘sogno ad occhi aperti’. In questi due punti è riassunto un vero e proprio sapere che costituirebbe il senso ultimo della psicologia archetipica ovvero la totale aderenza all’immagine. Cerchiamo di analizzarli con più precisione.

Fissare e concentrarsi su di un’immagine

Trovata una condizione favorevole per potersi immergere nel proprio spazio interiore, seduti comodamente in un ambiente silenzioso, lasciamo che l’attenzione sia presa da una sensazione, un’emozione o un’idea. A questo punto bisogna fare uno sforzo per fissare quello che si sta provando come a volerlo rappresentare. Si possono usare le parole o l’abilità visiva per definire una forma mentale. L’immagine nasce  dall’unione tra il sentire ed il rappresentare. Nel caso di una seduta di psicoterapia questo processo avviene mediante una narrazione a voce alta fatta dal paziente nel mentre s’immagina oppure dopo che l’ha immaginato, come quando ci si risveglia e si ricorda un sogno. Il terapeuta esercita la funzione di spettatore permettendo di creare uno spazio narrativo. Senza un pubblico od un osservatore che accolga il racconto l’immaginare perderebbe di senso.

Favorire la drammatizzazione dell’immagine così da far emergere una storia.

Nel momento in cui l’immagine è fissata accade che questa si animi come se avesse una sua vita propria. A questo punto la si deve lasciar vivere in modo da permettere che questa si racconti. È questo l’aspetto più misterioso e diremmo difficile: lasciare che la psiche si manifesti oltre il dominio dell’Io. La narrazione in genere avviene come in un sogno, rispettando le non-regole del sognare. L’abilità in colui che immagina dipenderà dalla sua capacità di essere presente alla scena immaginale ma al contempo non troppo estraneo. È come un gioco che si fa sempre più serio fino a sembrare vero. Se l’immaginazione non ti prende resta solo una fantasia.

Cosa dice a riguardo Hillman?

Vediamo:

“L’immaginazione attiva, il metodo introspettivo di Jung, non è dunque rivolta a nessuno di questi scopi, disciplina spirituale, creatività artistica, trascendenza del mondano, visione o unione mistica, miglioramento personale, effetto magico. Ma allora a quale? Qual è il suo fine? In primo luogo essa mira a curare la psiche (…) Questo ritorno al regno intermedio della narrativa, del mito, porta a una colloquiale familiarità con il cosmo che si abita (J. Hillman, Fuochi Blu, Adelphi, Milano, 1999, p.93”

In queste parole credo che Hillman abbia voluto sottolineare la specificità del campo d’indagine psicologico dando ad esso una dignità tutta sua e mettendo anche in guardia coloro che lo adoperano dai possibili usi strumentali od impropri. L’immaginazione è la facoltà mediante cui si conosce il mundus immaginalis, il vecchio e tradizionale inconscio. Appare evidente come sussista una stretta relazione tra immaginare e narrare, e come dall’unione di queste due facoltà ne derivi la possibilità d’intravedere una dimensione caratteristica che Hillman riconduce alle accezioni diverse e differenti che molte culture danno al regno dei fenomeni che stanno ‘nel mezzo’.

Conclusioni

Ora, se volete provare a dedicarvi allo studio dell’immaginazione attiva, il consiglio è quello di farlo in un ambiente adeguato, come lo studio di uno psicoterapeuta. Tuttavia, immaginare è una facoltà umana che tutti abbiamo la libertà ed il diritto di sperimentare. Proviamo, tenendo presente che non è né un divertimento né un capriccio. Se la faremo nel modo giusto scopriremo con grande sorpresa ed un po’ di sconcerto che esiste una realtà che ignoriamo completamente e nella quale ci muoviamo come uno che scopre l’acqua e prova a nuotare per la prima volta. Il resto sarà l’emozione di un esploratore che si trova di fronte ad un universo nuovo e sconosciuto.

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