Musica leggera, anzi leggerissima

Un tormentone che ci leva dai tormenti, questa è la canzone di Colapesce e Dimartino. Ma noi siamo psicologi e non faremo una disamina da musicologi su quanto questa canzone strizzi l’occhio a canzoni un po’ agé.

Piuttosto riprenderemo il testo che, mirabilmente, accompagna la melodia, per indicarci qualcosa di fondamentale e non restare incastrati nel piombo pesante di Saturno, nella depressione meno produttiva.

Che significato ha Musica leggerissima, la canzone che tanto si è insinuata nella nostra testa?

La canzone ci invita al politeismo, alla coralità, all’esistere in funzione di tutti i nostri bisogni e di tutte le nostre emozioni perché, è noto, la sofferenza è data dal monolitico dominio di una sola parte di noi sulla nostra totalità.

Ma soprattutto, Musica leggerissima è un inno alla rinuncia dell’Io. Cosa significa?

Scopriamolo insieme.

Se fosse un’orchestra a parlare per noi

Se fosse un'orchestra a parlare per noi Sarebbe più facile cantarsi un addio.Diventare adulti sarebbe un crescendo di violini e guaiI tamburi annunciano un temporale. Il maestro è andato via

L’inizio della canzone è una invocazione alla coralità.

La psiche è fatta di immagini e ogni immagine ha una sua funzione, una sua voce che contribuisce alla definizione di chi siamo. E se c’è un solo strumento o una sola voce, noi, pur credendo di avere il controllo, saremmo nella negazione di noi stessi. La coralità è il violino che attacca mentre l’ottavino trilla, è l’amore che vola mentre l’eccitazione scampanella. Ma ancora, sono i tamburi che impauriscono le viole, sono i temporali dell’angoscia che rompono il calore placido della primavera. È sufficiente mettere al posto di ogni strumento un’immagine o un’emozione o un bisogno e il gioco è fatto.

Eccolo il messaggio! Leggerissimo.

E lo troviamo alla fine della prima strofa: Il maestro che va via dopo il temporale. E il temporale è l’acqua che irrompe.

L’alchimia ci narra come nulla può essere iniziato se non c’è l’umido. L’acqua preannuncia sempre un inizio, e l’inizio è proprio quando rinunciamo al maestro, al direttore che dirige l’orchestra. Questo mi ricorda il nostro articolo su Ezio Bosso che se ne va. Una volta che il maestro non c’è gli strumenti, le emozioni, sono obbligati ad ascoltarsi tra di loro, a farsi coro, a intuire le note dell’altro per cercare di mettere le proprie. Certamente la questione risulterà cacofonica, certamente non riusciremo a cogliere una melodia, certamente tutto sfuggirà ai canoni che inseguono la vendibilità, la ascoltabilità. Ma nei nostri percorsi individuativi, quelli in cui c’è il “crescendo”, noi impariamo a convivere con le nostre parti non vendibili, inascoltabili, indicibili.

Quando il maestro non c’è le emozioni ballano.

Ho sempre adorato la fase dell’accordatura dell’orchestra, mi ha sempre ricordato il vociare delle sagre, il popolare che fa ingresso nell’anima. Eccolo il messaggio, di nuovo. L’accordatura è l’unico momento in cui il maestro non c’è, l’unico momento in cui il popolo tutto deve trovare un modo di accordarsi, di suonare insieme. Dunque se l’amore,  l’angoscia non danzano, se l’ansia non da il la alla rabbia e lei, la rabbia, non rincorre in una “fuga” la creatività e la generatività, se le emozioni e i bisogni non danzano tra loro come al ballo delle debuttanti, allora rischiamo di non riuscire a esistere ma solo di sopravvivere.

Se bastasse un concerto per far nascere un fiore
Tra i palazzi distrutti dalle bombe nemiche.
Nel nome di un Dio
Che non esce fuori col temporale
Il maestro è andato via

E se il maestro va via, di concerto, l’orchestra fa nascere i fiori tra i palazzi distrutti. I palazzi, le immagini delle case nei sogni, in genere l’architettura è sempre l’immagine della struttura della nostra psiche. Allora i palazzi distrutti ci invitano alla pesantezza del distruggerci come passaggio necessario.

Tutte le volte che transitiamo la pesantezza del piombo depressivo dovremmo non provare troppa paura. Questo è un movimento necessario per riuscire a recuperare una visione di insieme. La depressione è proprio il momento in cui rinunciamo al maestro d’orchestra; è il momento in cui, immersi nel vivere, facciamo tre passi indietro per avere una visione d’insieme. Eccolo il maestro che va via e, nell’angoscia più totale, riscopriamo l’autonomia creativa dell’orchestra e tra i palazzi diroccati i nostri fiori.

Metti un po’ di musica leggera
Metti un po' di musica leggera
perché ho voglia di niente
Anzi leggerissima
Parole senza mistero
Allegre, ma non troppo
Metti un po' di musica leggera
Nel silenzio assordante
Per non cadere dentro al buco nero
che sta ad un passo da noi.

Il dono della depressione è proprio questo, la leggerezza. La leggerezza, il lieve, etimologicamente rimanda a significati come oltrepassare, saltare volando, andare oltre: insomma senza deprimerci non riusciremo mai ad andare oltre, è proprio la pesantezza che contiene, in nuce, la levità.

Questa canzone è un inno alla rinuncia dell’IO che, illudendoci di dirigere le cose, rischia di lasciarci in un silenzio assordante. Il buco nero è ciò che è monolitico di noi. Invece qui c’è un’invocazione del politeismo, c’è l’invito a fare a meno del controllo cosciente, l’invito a vedere la nostra anima popolata da tanti strumenti che devono trovare un modo di suonare insieme, ma che dopo essersi a lungo affidati a un maestro (che poi si sa, quando incontri un maestro, uccidilo) devono rischiare di accordarsi tra loro senza che nessuno gli dica come. Se, ad esempio, ci ritroviamo a odiare un figlio, eccoli due strumenti, l’odio e l’amore, il basso tuba che sovrasta il clarinetto, che devono trovare il modo di generare una melodia.

La parata finale è il vero messaggio

Rimane in sottofondo dentro ai supermercati
La cantano i soldati
I figli alcolizzati
I preti progressisti
La senti nei quartieri assolati
Che rimbomba leggera
Si annida nei pensieri, in palestra
Tiene in piedi una festa anche di merda
Ripensi alla tua vita
Alle cose che hai lasciato
Cadere nello spazio
Della tua indifferenza animale

Adoro le parate, adoro quelle in maschera, quelle commemorative quelle pride, le adoro tutte. Le parate, anche le più serie, sono lo strenuo tentativo di ricordarci di essere corali, di invitarci a tenere a mente come, nella nostra quotidiana banalità, l’opera di noi è sempre il risultato di tanti strumenti e personaggi tra loro molto diversi.

Una canzone che è un inno alla coralità, non può non finire in parata, come fa Hillman alla fine dei suoi testi. E nella parata me li figuro, Colapesce e Dimartino avanti a tutti, chitarra in spalla, dentro ai supermercati seguiti dai soldati e poi dai figli, anche quelli alcolizzati, subito dietro i preti, magari su di un carro pieno di fenicotteri rosa col sole a picco mentre intorno ballano succinte le suore, poi mamme col biberon in mano e nonne alla finestra, politici e drogati, pazienti e terapeuti, camerieri ed estetisti, e infine gli animali, tutti, come in un arca, a ricordarci che siamo molto più semplici di come vogliamo raccontarci.

Grazie

P.S. CLICCA QUI per leggere il significato immaginale della stupenda canzone di Madame VOCE

Info sull'autore

Luca Urbano Blasetti

Psicologo e Psicoterapeuta; Dottore di Ricerca in Psicologia Dinamica sul tema Creatività e sue componenti dinamiche; Responsabile del Centro Emmanuel per Tossicodipendenti di Rieti presso cui cura diversi progetti regionali; autore di diverse pubblicazioni psicologiche; lavora nel suo studio.

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