Competizione in psicoterapia

Vivere in posti diversi e lavorare in campi diversi impedisce il sorgere dei problemi di potere che affliggono una comunità quando diventa una scuola. Non siamo in competizione gli uni con gli altri. (J.Hillman, Il linguaggio della vita, pag.47)

Peter Pan insegue la sua ombra,  la acchiappa, e poi la fa sfuggire, si illude che a mezzodì sia scomparsa e urla panicamente quando nel meriggio ricompare. Quello di uno psicoterapeuta è un gioco di contemplazione; osserva e lavora con le sue ombre. Ognuno di noi  spende una quantità di energie sconfinate per generare un racconto che celi le ombre, quelle parti psichiche fatte di emozioni, bisogni, comportamenti inaccettabili, non anormali ma fuori norma. Nei nostri racconti dobbiamo essere eroici benefattori, al massimo vittime ma mai, e dico mai, carnefici. La psicoterapia va invece in direzione opposta e i suoi sacerdoti devono avere come prima competenza il bisogno di stare con le ombre, quelle che solo in una confessione possono essere dette. Allora quale è la prima ombra di uno psicoterapeuta? Certamente i colleghi e in questo la frase di Hillman  è assolutamente difensiva. Nel parlare della comunità come nutrimento per la psiche ci dice che non vi è competizione nel usare le immagini in una sorta di image sharing. Ma Hillman così esclude e ghettizza un’immagine: la competizione.

Seduti su un trono

Nei dieci anni in cui ho lavorato come restauratore mi accorsi che ogni restauratore criticava il lavoro di altri come non svolto correttamente. Notai inoltre che queste critiche erano tanto meno aspre quanto più il restauro precedente era antico. Nessun restauratore critica un restauro del 1700, piuttosto lo osserva bonario e ammirato. Ma se il restauro è coevo allora va fatto il suo restauro. Rispondono a questa regole molte libere professioni e la Psicoterapia non fa di certo eccezione. Dunque quando un paziente giunge in terapia si troverà davanti un terapeuta che ritiene di essere il migliore. E guai se non fosse così! Con quale spirito si lavorerebbe se pensassimo che esista qualcuno che può meglio di noi favorire il benessere di un paziente, non saremmo deontologici. Sincronicità è la legge della terapia, e questo si traduce in qualcosa del tipo: “qualsiasi sia l’esito di questa terapia, questo è ciò che la tua anima deve transitare per divenire se stessa secondo necessità”.

Ma come Peter seguiamo la nostra Ombra. Ogni collega è sempre la manifestazione di ciò che non è all’altezza del compito. Giungono pazienti che raccontano di aver intrapreso una terapia senza successo  e noi, come navigati restauratori, osserviamo gli errori del collega, godiamo di quegli errori che ci permettono di esaltare le nostre grandiosità e ci permettono di farlo nella più totale umiltà. Godiamo di una cosa sola, ossia del fatto che, nell’immensità del cosmo, noi siamo l’unico terapeuta, per questo indispensabili all’umanità.

Hillman descrive l’etimologia della parola terapia, ci rammenta il fatto che rinvii al servire l’anima. Poi aggiunge:

È inoltre colui (il terapeuta)  al quale appoggiarsi, aggrapparsi, chiedere sostegno, giacchè dher è anche la radice di thronos – trono, seggio, sedia. La sedia dell’analista è davvero un trono possente, che costella la dipendenza e proiezioni numinose. Ma anche l’analizzando ha la sua sedia… la dipendenza è reciproca. (J.Hillman, Il Suicidio e l’anima, pp. 115-16)

Insomma il terapeuta non siede su quel trono ma vi siede la sua immagine e lui ha la responsabilità di onorarla fin quando il paziente non la disgiungerà dal terapeuta per coglierne l’aspetto archetipale.

Il paradosso del buon terapeuta

Ma è questione di un attimo e l’ombra sfugge dalle braccia di Pan. Tutti siamo utili e nessuno indispensabile e un terapeuta conoscerà sempre i colleghi abbandonati dai pazienti, ma non sempre conoscerà quali colleghi hanno accolto i pazienti da cui si è stati abbandonati.

Ma non è grave questa competizione. È semplicemente una questione di Genius Loci. Pauli lo chiamava “Principio di esclusione” che, in estrema sintesi, dice che nessuna particella può occupare lo stesso posto di un’altra ne averne la medesima condotta. Similmente in una famiglia, compresa quella dell’Ordine degli Psicologi, ogni Psicologo occupa il medesimo posto e se lo litiga avidamente. Non è un caso che il codice deontologico reciti proprio di non dare giudizi negativi sui colleghi. Ci si deve “astenere” dal farlo. Ma quando ci si “tiene lontano” da qualcosa significa che quel qualcosa esiste, che è un ombra e che ci agirà.

Ma Pan non si vuole tenere lontano dalla sua ombra. Piuttosto la insegue e ogni psicologo dovrebbe farlo. Che peso ha sul paziente il fatto che io ritengo che non esista collega migliore di me? Come peserà il fatto che i precedenti colleghi secondo me hanno sbagliato intervento? Penso che questo sia terreno fertile per la psicoterapia. Se un oncologo mi dicesse  qualcosa del tipo: io ho una buona cura ma la migliore la troverà altrove, certamente andrei altrove.

E qui incontriamo il paradosso. Il telos della terapia è accompagnare altrove i pazienti. Altrove significa nei luoghi psichici inesplorati, nei racconti in cui è carnefice, nei luoghi inferi dell’ombra e, infine dalla terapia. Ogni terapia è un luogo in cui si impara con Pan a inseguire e giocare con le proprie ombre. Ma un buon terapeuta è anche chi sa prendersi una pausa da questo gioco. Se non riesce in questo anche il paziente si catapulterà nell’eterno fanciullo, quel Puer Aeternus di cui molto ha parlato Hillman. Lo scopo di ogni terapia è condurre altrove dalla terapia. Una collega mi ha detto che per placare il gioco di Pan c’è bisogno di Wendy, come a dire che a questo gioco a rimpiattino con la propria ombra solo Anima può dare tregua.

Dunque, come un restauratore, odio i miei colleghi (compresa la collega che mi ha rivelato come placare l’impatto delle ombre) e bonariamente ammiro gli antichi restauratori, i maestri ormai mastri. Come un restauratore non copro e nascondo le crepe dal muro, le accarezzo di malta che le renda accettabili. Non reintegro le perdite di colore ma uso tutta la scala cromatica per rigenerare il colore dall’insieme di tutte le sue componenti. Come un restauratore, non riparo ma conservo.

E chi fa la mia stessa opera lo odio. Si perché nel “restaurare”  i pazienti io restauro me stesso e i colleghi sono solo un impedimento a questo effetto collaterale della psicoterapia. In questo anche io sono dipendente da loro e dal mio stesso scranno che mi hanno donato.

L’ombra della Psicologia

Da qui nasce la grande ombra della Psicologia. La competizione tra gli orientamenti è solo le schermo gigante su cui si proietta la competizione professionale che è semplice surrogato di quelle antiche immagini di Caino e Abele  che strenuamente cercano l’approvazione e l’amore dei Padri. Io sono da sempre affezionato a Caino e ritengo che un terapeuta che si racconti come Abele non possa prendersi cura dei pazienti perché questi, i pazienti, giungono in terapia per far pace con il Caino che è in loro.

Per questo Nietzsche ammoniva “I medici più pericolosi sono quelli che, da attori nati, imitano con perfetta arte di illusione il medico nato”.

Ma il destino è beffardo e trovo colleghi e colleghe che dicono ciò che avrei detto, ciò che avrei scritto, ciò che avrei fatto. E più queste azioni sono simili, più Caino scalpita.

Conclusioni

Allora se questi sono i presupposti la psicoterapia come può aver luogo?

Se c’è una cosa che la Psicologia ha tentato di fare è entrare nell’alveo delle scienze scientifiche. Ma per farlo deve stare al metodo sperimentale ma la Psicologia dimentica che l’unico oggetto di questo metodo non può che essere la psiche di chi sperimenta. Insomma uno psicologo è di se medesimo il suo primo ed ultimo esperimento. Nell’eterno gioco di proiezioni, la stanza d’analisi è il luogo in cui il terapeuta osserva il caleidoscopio delle sue immagini. Belle o brutte, in luce o in ombra. E i pazienti non devono temere questo, non devono impaurirsi dell’ostilità tra psicoterapeuti. Piuttosto devono diffidare dei terapeuti che la negano e, magari , anche come pessimi attori, formule e frasi fatte in cui il collega diventa il “Buon dott. Tal dei Tali”. Un buon terapeuta osserva le proprie ombre insieme ai pazienti ed è così che questi, capiscono che non c’è niente da aver paura.

Quando si incontra l’ombra è buona creanza non parlare, attendere che Wendy si curi di noi e con noi di quell’ombra insegnandoci a volerle bene. Se siamo pazienti, quando poi ci riusciremo, ci stupiremo e, come pazienti, faremo pace col collega. Ma solo fino alla volta successiva.