Pianeti




Ultimo, in arte Niccolò Moriconi, è colui che ha conquistato la musica italiana, colui che è “dalla parte degli ultimi per sentirsi primo”. 

Pianeti è la canzone delle anime vagabonde, della nostra parte errante [etimologia pianeti] che vaga nella psiche del mondo. La melodia racconta del viaggio di ricerca che ognuno di noi compie per ritrovare la propria autenticità. Essere autentici significa essere autori di sé stessi e possiamo farlo solamente attraverso la fantasia e l’immaginazione. 

Viaggiare? Per viaggiare basta esistere affermava Pessoa. Ovunque tu sia, pertanto, viaggiamo insieme come pianeti attraverso le parole della canzone di Ultimo. 

Come da tradizione, cuffie alle orecchie, CLICCA QUI per ascoltare la canzone e per lasciarti trasportare dalle note nella nostra consueta lettura immaginale.

Io ti ti aspetto nel secondo che precede il tempo

Chi aspetta etimologicamente sta a guardare, attende. Per viaggiare non è necessario muoversi, ma possiamo viaggiare anche aspettando, stando fermi in un luogo. La ricerca di sé stessi può avvenire solo attraverso un viaggio. 

Ultimo aspetta nel luogo degli ultimi, un luogo particolare: nel secondo che precede il tempo, un luogo che non esiste, un luogo delle immagini e dell’immaginazione, che pur non esistendo… “insiste“.

Esistono luoghi che non esistono, ma insistono. Questo non è un semplice gioco di parole. I luoghi che insistono sono quei luoghi che non sono reali, ma vivono nell’immaginazione e fanno vivere le immagini di Psiche, i luoghi della creazione e della creatività, i luoghi dai quali attingiamo la nostra fantasia. Per trovare noi stessi dobbiamo attraversare i luoghi dell’immaginazione. 

I primi versi di Pianeti tracciano poeticamente i luoghi che insistono:

Io ti aspetto dove il mare non si vede più
Dove il giorno non arriva se non ci sei tu
Dove anche i miei segreti poi si spogliano
Dove gli ultimi hanno forza e insieme cantano
Io ti aspetto giuro che lo faccio dentro un bar
Dove da dentro ti vedrò arrivare
In quel posto che alla luna appesa a un aquilone
Dove si accettano le ansie e diventano cure

Io ti aspetto nel secondo che precede il tempo
Nelle bugie che non ti ho detto per sentirmi perso
Nei tuoi capelli che non riesco mai a dimenticare
Nelle bestemmie che ho sputato per farmi sentire
Ci sarà un posto vedrai per tutte le tue paure
Vedrai che è bello camminare senza mai sapere
Senza mai sapere dove ti portano i passi
È la fantasia che trasforma in pianeti i sassi

I luoghi che insistono sono i luoghi delle immagini, dove la fantasia trasforma in pianeti i sassi.

Saper immaginare la vita è la qualità terapeutica più potente che possiamo avere per riuscire a viaggiare pur restando fermi. Navigare nel mare delle immagini ci permette di assaporare la nostra autenticità. 

Il fine della psicoterapia è educare alla capacità immaginativa e insegnare l’arte di vivere fra le immagini: “guarire” sarà ritrovare il senso perduto del vivere e del morire entro un cosmo immaginale, attuare “storie che curano”, dove una vita possa finalmente aver dimora. [James Hillman, Le storie che curano]

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Ho perso voli e ho perso treni

E ho perso voli
E ho perso treni
Ma il mondo l’ho trovato sotto i piedi
E ho perso il tempo
Per le canzoni
Quando ti urlavo e tu non mi capivi

A volte proviamo a viaggiare per trovare o per ritrovare noi stessi, tuttavia può non bastare. Allora per fortuite coincidenze, o per accadute sincronicità, capita che perdiamo voli e treni e siamo costretti a sostare e ad aspettare lì, dove la sofferenza ci impone di essere.

Dopo aver urlato e dopo aver perso tempo, ovvero dopo esserci traditi [etimo perdere], il mondo che cerchiamo si palesa proprio sotto i nostri piedi. 

G. Th. Fechner in Sul problema dell’anima racconta “il Mondo è un Angelo, e un Angelo così sontuosamente reale così simile a un fiore!“. Il mondo sotto i piedi è un Angelo, un messaggero, etimologicamente colui che va, che si muove. Il mondo che abbiamo sotto i piedi può essere il nostro stesso viaggio, sontuoso messaggero, meraviglioso fiore.

Quando diventiamo consapevoli di ciò che ci appartiene, di ciò che è sotto i nostri piedi, ci accorgiamo del grande viaggio che stiamo compiendo insieme al mondo, insieme al pianeta che viaggia nell’universo.

Trovare noi stessi significa essere consapevoli del pianeta interiore sul quale si viaggia.

Nell’attesa mi ritrovo

Io ti aspetto perché è nell’attesa che ci riesco
A ritrovarmi a ritrovarti a ritrovare un senso
Ho sempre scritto forse per sentirmi meno solo
In quelle sere dove il cielo ti prende per mano
E tu aspettami lì in alto sulla grande ruota
Dove il mondo è solo un punto da lasciarsi dietro
Prendimi per mano e disegniamo mille passi
È la fantasia che trasforma in pianeti i sassi

L’attesa è il vero viaggio alla ricerca di sé stessi. È nell’attesa che si creano le immagini. Fermi sul nostro pianeta, attendiamo, e mentre attendiamo, viaggiamo perché i pianeti non si fermano mai. 

Spesso le persone mi chiedono: “dottore cosa mi consiglia? cosa devo fare per guarire?“.

Nulla. Devi aspettare. Solo nell’attesa troverai le immagini che ti guariranno. Stare nell’attesa significa essere attenti e rivolti verso qualcosa in particolare, ed è proprio questo il lavoro analitico. Di volta in volta dobbiamo focalizzarci su parti di noi a cui non abbiamo mai orientato la nostra attenzione, ciò che banalmente ci capita di chiamare inconscio.

Se immaginiamo, possiamo trasformare i sassi, da oggetti inerti a pianeti che viaggiano. Così la terra che abbiamo sotto i piedi, ciò che viviamo nel qui ed ora, nell’hic et nunc, diventa il nostro stesso viaggio. Se sappiamo cogliere le immagini sospese possiamo trovare Psiche sulla terra.

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Il luogo delle forme sospese

Come la luce qui che filtra da questa finestra
Come la vita che cambia ma resta la stessa
Come un poeta che bacia il dolore
Come la notte che ruba silenzi e ti regala paure
Io ti aspetto in una stanza che è sospesa in alto
Tra la luce delle stelle sto dannato inferno
E vivi tu per me la vita che io rifiuto
Ti aspetto dove ti parlo restando per sempre muto

Il luogo dell’attesa è un luogo che è sospeso. A questo punto non posso non citare Henry Corbin che parla delle tradizioni filosofiche dell’Iran Sciita e dell’Iran Mazdeo. Secondo questa filosofia esiste un ‘alam al-mithal, che Corbin traduce mundus immaginalis, l’ottavo clima, ovvero il mondo dove risiedono “sospese” le immagini, in una stanza tra la luce delle stelle e sto dannato inferno.

Corbin conia la parola immaginale che è una sintesi perfetta della parole immaginario e reale. Ultimo in questa canzone parla proprio della qualità immaginale della vita. 

Nella sospensione vivono le immagini di cui abbiamo bisogno per relazionarci con noi stessi, con l’altro e con il mondo. Se smettiamo di immaginare (come ci ricorda James Hillman in La forza del carattere), qualsiasi relazione, anche quella con noi stessi, fallisce.

Senza l’immaginale la nostra vita sarebbe un vuoto e arido deserto. 

Ero ad un passo dal tradire me stesso e il mondo – Conclusioni

Che ero un passo da perdere te
Ma tu eri un passo da perdere che
Per tutte quelle sere in cui ti ho persa e neanche so il perché
Che ero un passo da perdere te
E tu eri un passo da perdere me
Io che non ho avuto mai niente di vero a parte te

Mi piace pensare che Ultimo si rivolga quindi all’Anima, ovvero alla Psiche quale fonte di immaginazione.

Se non immaginiamo, siamo ad un passo dal perderci e dal tradire il profondo senso della nostra autenticità. Se non immaginiamo non troveremo mai noi stessi.

Le immagini vanno attese. Dobbiamo rivolgere loro la giusta attenzione per entrare in relazione con esse e per scoprire il nostro pianeta in movimento. I pianeti che abitiamo ci condurranno così alla ricerca autentica di noi stessi.

Siamo sempre ad un passo dal mundus immaginalis, da luogo che insiste, ma che non esiste. È fondamentale compiere quel passo, perché nella vita l’unica cosa reale è l’immagine attraverso la quale costruiamo la nostra verità. Non possiamo permetterci di trascurare l’immaginazione, pena la perdita di noi stessi fino al limite estremo della psicopatia. 

Un’educazione che in qualunque modo trascuri l’immaginazione è un’educazione alla psicopatia [J. Hillman, Right to the Remain Silent, pp.150/151, tratto da Fuochi Blu]

P.S. CLICCA QUI per leggere e scoprire la Psicologia immaginale di James Hillman