Un po’ psicologo

Oggi mi sento un po’ psicologo, così ho deciso di parlare anch’io della Sindrome di Stoccolma in relazione a Silvia Romano. 

In queste ore sul web, utilizzando il test S.N.O. (Social Network Opinion), sono diventati tutti professori emeriti di psicodiagnostica, gonfi di Hybris.

Da tale Hybris ho deciso di fare una controdiagnosi. In questo articolo scopriremo insieme l’archetipo della Hybris.

Tuttavia facciamo chiarezza e partiamo dal principio: cos’è la Sindrome di Stoccolma?

La Sindrome di Stoccolma

23 Agosto 1973. Durante una rapina alla Sveriges Kreditbanen di Stoccolma, i due rapinatori Jan Eirk Olsson e Clark Olofsson fecero fronte comune insieme a quattro ostaggi chiusi nello scantinato.

Le vittime della rapina temevano più i poliziotti che i loro rapitori.

In questa occasione lo psicologo Nils Bejerot coniò il termine: Sindrome di Stoccolma, sindrome della quale però esistono pochissimi casi accertati nel mondo.

Volete sapere perché? Ve lo spiego subito.

Secondo lo psicologo questa sindrome si può manifestare nelle seguenti condizioni: 

1. Vi è una grave ed effettiva minaccia per la vita sia per il rapinatore sia per il prigioniero; 

2. In un contesto di terrore, gli ostaggi percepiscono anche minime gentilezze da parte dei loro sequestratori;

3. Non vi sono altre prospettive di salvezza se non da parte del rapitore; 

4. Impossibilità di fuga (Graham, Rawlings, Ihms, 1995)

Inoltre la sindrome di Stoccolma è caratterizzata in particolare da tre fasi: 

1. Sentimenti positivi degli ostaggi verso i loro sequestratori;

2. Sentimenti negativi nei confronti della polizia o altre autorità;

3. Ricambio dei sentimenti positivi da parte dei sequestratori verso gli ostaggi (Strentz, Ochberg, 1988)

Come vi dicevo all’inizio, è molto raro che si parli della Sindrome di Stoccolma perché si devono verificare TUTTI i punti sopracitati, nessuno escluso. 

Nel caso di Silvia Romano io, da psicoterapeuta, NON ho dati sufficienti a valutare questa diagnosi.

La conversione di Silvia Romano

Le parole che Silvia ha pronunciato davanti al pm Sergio Colaiocco mi hanno fatto riflettere:

Mi hanno detto che non mi avrebbero fatto del male, che mi avrebbero trattata bene. Ho chiesto di avere un quaderno, sapevo che mi avrebbe aiutata.

Stavo sempre in una stanza da sola, dormivo per terra su alcuni teli. Non mi hanno picchiata e non ho mai subito violenza.

Uno di loro, solo uno, parlava un po’ di inglese. Gli ho chiesto dei libri e poi ho chiesto di avere anche il Corano.

Gli unici compagni di Silvia durante il sequestro erano pochi libri, il suo diario e il Corano. 

Abbiamo appena trascorso due mesi di quarantena e isolamento. Quali sono stati i nostri diari e i nostri Corano

La televisione? La cucina? I libri? Il cellulare? Netflix?

Quanto ci siamo identificati con le cose che davano un senso alle nostre giornate? 

Per due mesi le bacheche Facebook di tutta Italia sono state intasate e subissate dalla presenza dei nostri oggetti identificatori: serie tv, panificazioni e allenamenti sportivi fatti in casa, etc...

Ma ora, dopo due mesi di ozio forzato, c’è chi alza il ditino contro chi ha passato 18 mesi in “quarantena forzata” con un paio di libri e il suo diario.

L’archetipo della Hybris

Dal punto di vista mitologico e psicologico il tentativo di giudicare ciecamente fatti sconosciuti si chiama Hybris, ovvero tracotanza.

Prometeo, Sisifo, Tantalo, Aracne… la mitologia greca è ricca di atti di Hybris, così come anche nella mitologia cristiana attraverso il racconto di Lucifero. 

Dante Alighieri definiva la Hybris come il peccato dell’uomo che tenta di arrivare a comprendere con la ragione il mistero.

In questo nostro caso è il tentativo tracotante di fare una diagnosi su un fatto sconosciuto.

Nella mitologia greca la Hybris era la personificazione della violenza e della dismisura. Ecco perché possiamo vedere nelle parole e nei commenti delle persone che accusano Silvia Romano proprio violenza e dismisura di natura mitologica e irrazionale. 

Conclusioni

Fare diagnosi sommarie non è un passatempo, tanto meno un giochetto da psicologi improvvisati. È un vero e proprio atto di Hybris.

Non conosciamo il vissuto di Silvia Romano, non siamo i suoi psicologi, tutt’al più siamo un po’ psicologi, e non dovrebbe essere un vanto. Non possiamo sapere ciò che le è accaduto. Dovremmo astenerci dai giudizi cercando semplicemente di ascoltare.

Pertanto concludo con la frase di uno dei “primi psicologi” dell’epoca moderna, Wittgenstein:

di ciò di cui non si può parlare si deve tacere.

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Info sull'autore

Michele Mezzanotte

Psicoterapeuta, Direttore Scientifico de L'Anima Fa Arte. Conferenziere e autore di diverse pubblicazioni.

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