“In una tiepida giornata autunnale partiamo alla volta di Roma per intervistare Cristòbal Jodorwsky, psicosciamano e figlio d’arte (il padre è Alejandro Jodorowsky), esperto di atti psicomagici, autore del libro autobiografico Il collare della tigre.

 


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Incuriositi ci presentiamo nell’hotel in cui alloggia. Dopo una breve attesa, sufficiente a creare suspense, si presenta a noi in maniera accogliente e ben disposta. Di comune accordo decidiamo di iniziare l’intervista che si svolgerà nella hall e ci apprestiamo a mostrare le foto e i dipinti della nostra consueta intervista per immagini.”

L’intervista è a cura di MICHELE MEZZANOTTE, FRANCESCA BELLINI e GIANNI D’ARCANGELO

 

Salvador Dalì in un uovo, Philippe Halsman, 1942

“Michele M.: Salvador Dalì si trova nell’uovo in attesa della nascita. Le proponiamo questa immagine perchè sappiamo che il Suo lavoro è stato focalizzato sul Trauma della Nascita e sugli psicorituali della nascita.

J.: Io non vedo questa immagine come una nascita. Vedo un essere vulnerabile alla coscienza. Non la vedo come un uovo di gallina. La vedo come l’immagine di una vibrazione luminosa che protegge il processo trasformativo costante dell’essere che si rigenera. Un’anima in movimento; dunque la vedo non come un uscire. Per me nascere non vuol dire uscire ma essere capaci di percepirsi in un processo trasformativo costante. Nascere: già l’ho fatto nella pancia di mia madre e già sono nato una volta, e ciò mi basta. Successivamente è tutto un processo di iniziazione che vivo costantemente, morendo e rinascendo in un processo trasformativo. Questo è quello che vedo, questo è ciò che mi ispira l’immagine

(…)

Francesca B.: Secondo lei la trasformazione è sempre accompagnata dal dolore?

J: La trasformazione è sempre accompagnata dal dolore. Nel mio caso sì, in realtà non so per le altre persone. Credo che il dolore della trasformazione sia un dolore sano. In generale si evita la trasformazione proprio per evitare il dolore. Una buona analisi ti porta proprio lì dove senti il tuo dolore, alla ferita che è celata dietro il dolore. Bisogna disidentificarsi con il dolore per entrare nel processo trasformativo. La vita ha sempre un aspetto doloroso, in ogni parte del mondo c’è qualcuno che muore, che soffre. È tutto un dolore, ma allo stesso tempo è tutto una grande festa.

(…)

 

 

Michele M.: Questo è un dipinto di Antonio Ligabue dal titolo “Testa di Tigre” del 1955

J.: Ho scritto un libro che si intitola ” La collana della tigre “. La tigre è stata per me un archetipo importante e lo è ancora; da piccolo alla maniera zen mi avevano avvicinato alla conoscenza della realtà attraverso una modalità intuitiva e non razionale. A tredici anni mio padre, con cui avevo un rapporto iniziatico, mi proponeva un Koan: “C’è una tigre nel bosco con una collana di diamanti. Toglila!”.
Ho trovato la risposta dopo trent’anni. La ricerca di una risposta è stata da guida al mio lavoro, alla mia esperienza di vita. Ho capito solo dopo che la collana rappresentava la sofferenza, il modo di pensare, i costumi, le abitudini e le ferite, che alcuni chiamano Falso Io, ma a me la parola “falso” non piace.
La tigre mi ha permesso di liberare l’energia istintiva che è in me. Io non devo liberarmi di nessuno, né di mia madre né di mio padre, né di nessun familiare; io devo liberarmi da me stesso, perché tutto si trova dentro di me. Il collare è una costrizione ma anche una dote preziosa e attraverso il lavoro che si fa sulla collana, questa costrizione si trasforma in qualcosa di utile.

(…)

Francesca B.: Spesso si usa dare i nomi degli antenati ai figli, che significato ha?

J.: Penso che questo sia un pericolo tremendo, la potenza del nome è fortissima. Il nome è come un chip con migliaia di anni di informazione, è come una possessione. Tendiamo ad obbedire ciecamente al nostro nome. Un nome significa rendere immortale una persona. Il pericolo è di dare una personalità limitata, e di non poter gioire della vasta gamma di aspetti che ognuno di noi possiede. Il tuo nome potrebbe essere la tua unica possibilità di esistenza.

Michele M.: Questa immagine La ritrae intento in un Atto Psicomagico.

J.: Grazie al tarocco le persone ti considerano una chiave e quindi ti mettono in contatto direttamente con il loro inconscio, si affidano a te come padre o come madre. È pericoloso è una lama a doppio taglio, tuttavia attraverso l’etica bisogna riconoscere i pericoli e farne una risorsa preziosa. Quando fai un atto psicomagico accade la stessa cosa riuscendo ad entrare in contatto con una persona. In qualche modo ti identifichi con l’altro; è come entrare in un sogno. In questo modo puoi cercare di modificarne l’andamento della vita.

Gianni D.: Come si fa ad identificarsi con l’altro? Lo si immagina?

J: Vuoi che ti mostri come si fa?

Gianni D.: Si

J.: Te lo farò vedere attraverso i tarocchi! Mescola le carte. Pensa ad una domanda importante per te, non riguardante il futuro perché io non sono un veggente. Io faccio una lettura psicologica dei tarocchi, e se mi chiedi perché non trovi qualcosa, posso dirti solo perché non lo hai trovato fino ad adesso.

Gianni D’Arcangelo prende il mazzo dei tarocchi e mentre lo mescola:…”

 


L’eremita, Tarocchi Disumani, Sergio Mezzanotte, 2016

 

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Psicologo, Psicoterapeuta, Direttore della rivista scientifica L’Anima Fa Arte e Presidente dell’associazione omonima. Conferenziere e autore di diverse pubblicazioni.

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