Ecco come bisogna essere! Bisogna essere come l’acqua. Niente ostacoli – essa scorre. Trova una diga, allora si ferma. La diga si spezza, scorre di nuovo. In un recipiente quadrato, è quadrata. In uno tondo, è rotonda. Ecco perché è più indispensabile di ogni altra cosa. Niente esiste al mondo più adattabile dell’acqua. E tuttavia quando cade sul suolo, persistendo, niente può essere più forte di lei. (Lao Tzu)

Negli ultimi giorni tutto il mondo ha avuto modo di guardare ed indignarsi per le immagini di Venezia sommersa da un’anomala “acqua alta”. Venezia, una delle città più romantiche al mondo. Venezia, la città che della sua vicinanza al mare ha fatto per secoli il suo punto di forza. Venezia la città che da sempre vive in simbiosi con l’acqua, ma con la paura che questa possa irrimediabilmente sommergerla.

La città lagunare e le sue bellezze, seppur abituate al mare che sconfina, si son trovate vittime di onde più alte, di argini impotenti e di dighe mai ultimate. L’alta marea si è rivestita della potenza di un’onda anomala che tra la sua forza e il suo sale rischia di danneggiare il bello che noi conosciamo.

In tutto questo ci sono simboli psicologici e fenomeni dell’anima che coinvolgono ognuno di noi, che non possono passare inosservati. Per comprenderli “La grande onda di Kanagawa” (1830-31) del pittore giapponese Katsushika Hokusai ci sarà di aiuto.

La grande onda di Kanagawa

La riva è più sicura,
ma a me piace combattere     
con le onde.
(Emily Dickinson)

La grande onda di Kanagawa è da molti considerata l’opera più rappresentativa dell’arte giapponese.

Il filo conduttore di questa xilografia è il costante timore che lo spettatore prova davanti alla forza della natura. La natura, imbizzarrita, ha la capacità di annientare tutto ciò che esiste di umano. Nei secoli l’uomo, infatti, ha cercato attraverso rituali e personificazioni di renderla benevola, più alla ricerca di una captatio benevolentia che di una proficua ed equilibrata convivenza. Il Giappone, terra di terremoti, isola circondata dal mare, conosce bene l’ira della natura, la potenza dei suoi tsunami. Hokusai tratteggia un monito: “Guardati dal mare; impara a convivere con le onde”.                                                                                           

Per fortuna, Venezia non è stata investita da uno tsunami. È stata vittima di un processo più lento ma con conseguenze che rischiano di essere altrettanto distruttive. Ognuno di noi si può riconoscere non solo nei suoi abitanti, ma nella città stessa. Infatti ognuno di noi convive, si difende e a volte viene travolto dal proprio mare. Ognuno di noi ha argini che, da pacifica area di passeggio, si trasformano in confini di paura. Ognuno di noi investe enormi energie per costruire dighe che spesso restano incompiute. Il mare, gli argini, le dighe non sono solo fenomeni fisici, terrestri, ma sono simboli della nostra interiorità.

Noi come Venezia

Per gli alchimisti l’inondazione dissolveva le strutture della psiche ormai inutili per la conservazione dell’integrità del Sé, mentre quest’ultimo, simile ad un’arca preservava quelle ancora utili (E.F. Edinger, Anatomia della psiche, 2008 p.156)

Nella mitologia la furia dell’acqua durante un’inondazione è spesso considerata una punizione divina o un segno di indifferenza da parte degli dei. Le inondazioni ci spaventano perché rivelano l’esistenza di forze simili dentro di noi. Inondazioni dell’inconscio che penetrano le nostre difese e sommergono l’io smuovendolo dalla razionalità e facendo crollare ogni certezza.

Per sfruttare al meglio l’acqua dell’inondazione abbiamo bisogno di argini e condotti stabili affinché essa non si disperda. Non sempre questo nella realtà è possibile. Pensiamo al Mosè. Colossale progetto di diga pensato decine di anni fa su cui milioni e milioni di euro sono stati investiti. Rimane ancora oggi un’opera incompiuta. Il suo nome si ispira alla figura di Mosè ed al suo ruolo di divisore delle acque, di guida e salvatore di un intero popolo. Costituirebbe una diga per separare Venezia e i suoi abitanti dal mare che straborda, dall’acqua che scavalca e travolge gli argini fino ad invadere la terra ferma e ciò che su di essa abbiamo costruito.

Molto spesso la forza della nostra anima ci spaventa a tal punto da credere sia indispensabile costruire difese sempre più imponenti. Serriamo i nostri confini. Ergiamo costruzioni gigantesche. Separiamo ciò che non riusciamo a controllare da ciò che consapevolmente abbiamo costruito. Ma, la potenza delle nostre pulsioni, della nostra ombra a volte, spesso, rende le nostre dighe del tutto inutili.

Nonostante abbiamo investito tempo ed energie per difenderci ecco che sperimentiamo il senso dell’incompiuto, il nostro Mose interiore. Difese fragili, mai usate che ci portano frustrazione oltre al danno prodotto dalla mancata interazione simbiotica di sfere nate per coesistere. Lo stesso sale presente nell’acqua, come in noi stessi ha la capacità allo stesso tempo di corroderci nel tempo e di conservarci, preservandoci dall’intemperie. Tocca a noi comprendere e scegliere come e quando farlo fuoriuscire. Dobbiamo essere capaci di far divenire il nostro sale saggezza e simbolo di nutrimento spirituale.                                                                                           

Le inondazioni non portano solo distruzione. Spesso nelle varie storie e leggende un’unica coppia o gruppo di animali inizia una nuova vita al termine di un’inondazione su un fazzoletto di terra. Dovremmo pensarci così, in un eterno ricominciare ricordandoci che il primo passo per la rinascita consiste nell’aver nutrito noi stessi. Pensiamo all’esondazione del Nilo nell’Antico Egitto che simboleggiava la ripetizione del momento della creazione. Seminare nel limo nero lasciato dalla piena rappresentava la promessa di una nuova vita. Dovremmo divenire degli eterni seminatori post piena.

Conclusioni

Davanti alle immagini di Venezia l’indignazione è d’obbligo.

Non possiamo rimanere passivi davanti all’incuria, alla faciloneria, al pressappochismo che minaccia le nostre bellezze.

Ognuno di noi vive costantemente il rischio di un alluvione, di sperperare risorse per difendersi piuttosto che per cambiare. Affianco ai sentimenti di rabbia tutti dovremmo assumerci le responsabilità di una relazione interrotta, malata, con la natura, con il nostro mare. Dovremmo spostare i nostri sforzi non soltanto sulle difese ma sui cambiamenti prima interiori e poi relazionali con il mondo. Tutti noi dobbiamo fare mea culpa.

P.S. CLICCA QUI per leggere L’Amazzonia brucia dentro di noi