Il diario dei sogni: i miei

Il modo in cui raccontiamo la nostra storia è anche il modo in cui diamo forma alla nostra terapia (P. Berry in J. Hillman, Le storie che curano, Raffaello Cortina, Milano, 1984, p.29)

Mettendo in ordine la solita vecchia libreria in quei cassetti che non si aprono mai se non per provare a ritrovare una vecchia bolletta sparita e reclamata mi ritrovo invece in mano dei vecchi quaderni. Copertine di cartone verde, rosse e bianche, scolorite e con gli angoli rotti. Alcuni sono rilegati ad anelli, altri più comuni con le pagine a quadretti. Ed inizio a rammentare. Preferivo le pagine bianche, lisce e pesanti perché amavo a quel tempo scrivere con le penne a punta liquida. Un quaderno era tutto in inchiostro verde, ogni tanto qualche titolo in rosso. Tutti rigorosamente scritti in corsivo con ampio margine lasciato ad imitare le vecchie missive che venivano chiuse a ceralacca. C’erano anche disegni, schemi ed altri tentativi d’illustrazione piuttosto scadenti. Una scrittura a volte fitta ed inclinata oppure lenta e curata, una delizia per il grafologo direi. Questi erano i miei diari. Per circa sette anni li ho curati poi ho smesso, non ho più sentito il bisogno di tenerli. Ma non ho smesso di scrivere.

Il diario è un vero e proprio genere letterario ma di quel genere che non viene reso pubblico e che non nasce con l’intento di farlo leggere a qualcuno. In molti ricorderanno quel libricino che regalavano alle bambine fatto di pagine bianche e chiuso mediante un piccolo lucchetto. Il primo simbolo di un mondo personale. Il diario è per definizione uno spazio segreto. Così è anche il diario dei sogni, segreto se non per la condivisione che se ne può fare con lo psicoterapeuta.

Il diario è un libro prima di tutto

Un diario dei sogni non deve essere né spesso né interessante, esso è un discorso con senso o senza senso che viene scritto perché emerge la necessità di farlo. È il luogo dove si fissano e prendono forma le immagini ma anche il luogo dove le immagini vengono consegnate a volerle lasciare lì, per prendere distanza da esse e stabilire con loro una relazione.

I sogni da soli non bastano a costituire materiale psicologico, ce lo ha insegnato Freud distinguendo il processo primario da quello secondario. Il ricordo di un sogno fatto richiede di essere fissato in una narrazione senza la quale scompare facilmente nella dimenticanza degli interessi diurni. Il diario dei sogni diventa in molti casi l’unico appiglio con una dimensione che altrimenti svanisce e resta oscura sotto la soglia della percezione ordinaria. Se voglio imparare a tirare qualcosa di valido dal sognare devo inevitabilmente cimentarmi nella scrittura di un diario.

Coltivare la parola giusta significa coltivare la correttezza, la precisione dei sentimenti. (…) La parola mostra, e se il suo ufficio è quello di consentire la fenomenicità allora tale consentimento tocca nel profondo le ragioni della scrittura psicologica (G. Antonelli, Origini del fare analisi, Liguori, Napoli, 2003, p.42).

Il modo in cui lo compilo, il tempo che gli dedico, le accortezze che gli concedo sono la cornice e la valorizzazione del mio sognare che donano ad esso il rispetto dovuto. A parte le atmosfere romantiche d’intima connessione, il resoconto del divenire onirico è indispensabile per imparare a gestire e maneggiare il sogno. Non credo sia sufficiente delegare questo allo psicoterapeuta lasciando solo a lui il compito di conservare le nostre esperienze oniriche. Se poi non sto in terapia avrò ancor di più il bisogno di un supporto su cui ricordare i sogni.

La scrittura dei sogni è un esercizio narrativo che scopriamo essere non solo il semplice resoconto di un fatto accaduto

Nel raccontare i sogni dobbiamo mettere ordine e fare a volte delle necessarie selezioni di ricordi. È come se dovessimo fermare nello scatto di una foto o nelle riprese di un video degli eventi molto complicati che ci obbligano ad imbastire un criterio di lettura ed a rispettare le regole intuitive della sceneggiatura. Non è solo un ordine razionale. Ricordare un sogno è un’opera di narrazione, è scrivere un racconto su di un’esperienza vissuta. Questo esercizio è troppo spesso trascurato o banalizzato dando per scontato che il ricordo di un sogno sia facile da riportare in un testo.

Il diario viene in aiuto per questo. La parola e la scrittura sono uno strumento che permettono di vedere la psiche con gli occhi dell’intelletto e del sentimento interno, quello che lascia all’immaginazione uno spazio molto più articolato dell’immagine visiva. Quest’ultima essendo esplicita ci sostiene ma ci priva anche del fattore allusivo. «Ho sognato una mela», è diverso da vedere una mela. Il colore della mela raccontata è personale, la mela vista è più o meno quella lì.

Nel diario dei sogni non c’è il bisogno di un pubblico così ci si libera dal bisogno di consenso e di successo

Quello che scriviamo non deve produrre attrattive ed interessi se non a noi stessi, in quel momento in cui lo sforzo narrativo genera la sensazione di tirare fuori qualcosa che ci fa riflettere, ci dà piacere o scarica le tensioni. Scrivere un sogno non è mai un volgare rapporto ma evoca in qualche modo il vissuto onirico, soprattutto se si è raccolti nel modo opportuno. Per questo c’è molta differenza tra l’appunto scritto veloce sullo smartphone come promemoria, giusto per non dimenticare ed il momento in cui l’impegno calligrafico si unisce alle giuste parole per descrivere il ricordo notturno.

Conclusioni

Il diario non ospita solo i sogni ma qualunque genere di riflessione o racconto che vogliamo trasporre sul piano psichico. I sogni sono una particolare esperienza che si presenta con maggior disponibilità ad essere rappresentati in prospettiva psichica, ma tutto può essere maneggiato ‘come se’ fosse un sogno, ovvero un racconto che impegna la prospettiva dell’anima. Se non hai mai scritto nulla e se vuoi capire come vivere il mondo immaginale allora il primo e più facile passo è quello di preparare un diario ed usarlo con continuità.

Libera tutta la tua fantasia nello scrivere, non è facile, a partire dalla sensazione di regredire ad uno stato pseudoinfantile  che ci fa sentire un po’ ridicoli. La forza di un diario sta però nella sua segretezza. Non lo vede nessuno. Esplora il rapporto con cui entri in contatto con la psiche e con te stesso. Questo permetterà di iniziare veramente a fare qualcosa di pratico con la conoscenza psicologica.