Bhagavad Gita

Compi le azioni che costituiscono il tuo sacro dovere, perché l’azione è migliore dell’inattività. Anche il semplice mantenimento del corpo sarebbe impossibile senza attività. (Il Beato, III: 8)

La forza di farsi Necessità attraverso la Bhagavad Gita è il messaggio che mi sono posto di voler condividere quest’oggi. Perché ho scelto questo antico poema indiano? Semplice! La storia di Krishna ed Arjuna, rispettivamente auriga e guerriero, è una di quelle storie che trascina in azione il carro delle emozioni dal primo all’ultimo verso.

Introduzione

Compresa nel Mahabharata, la Bhagavad Gita è la sezione più diffusa del grande poema indiano, il cui dialogo fra Arjuna e Krishna è il fulcro dell’intero testo. È una storia di guerra in cui due famiglie derivanti dallo stesso ceppo si affrontano per contendersi il trono. Il guerriero ed il suo auriga si preparano a dare battaglia quando Arjuna riconosce che dall’altra parte del campo, tra le fila dei nemici, figurano i suoi parenti e i maestri a cui è devoto, così i ripensamenti fanno breccia tra i pensieri del guerriero come scudo allo scoccar del combattimento. Si palesa il desiderio di non partecipare alla battaglia ma d’altra parte è pronto ad adempiere il suo dovere in quanto rappresentante dello Stato. Krishna, manifestazione del Dio Visnù in terra, entra in azione introducendo Arjuna alla scienza dello Yoga con l’intento di dissiparne i ripensamenti, istruendolo prima dell’inizio della battaglia.

Quale filo congiunge questo antico poema indiano con gli aspetti di Psiche? Il bisogno d’imbracciare l’arma per far fronte alla Necessità.

Cosa viene inteso per Necessità?

Il richiamo che fornisco alla Necessità riprende il concetto della funzione di Ananke, divinità greca dalla capacità di tessere i fili del destino di una persona indirizzandola verso l’adempimento.

Questo cosa c’entra con Krishna ed Arjuna?

Arjuna rappresenta quella parte di noi guerriera sempre pronta a dar battaglia contro le ingiustizie ma nel momento in cui queste sono atte da persone a noi intime la corazza comincia a vacillare. Arjuna è tentato dal non voler combattere e questo può rappresentare quella condizione spiacevole che è far fronte alle nefandezze famigliari, per fortuna però in suo soccorso arriva Krishna.

Chi rappresenta Krishna?

Io lo identifico con il Sé superiore, quella condizione umana in cui l’uomo trascende sé stesso. Krishna nel poema richiama spesso quella che è l’azione di farsi Necessità in cui l’adempimento dell’azione deve avvenire ad ogni costo, non per un fine personale ma per una condizione superiore, così come Ananke fa con la condizione dell’uomo.

Cosa c’insegna quindi l’adempimento dell’azione, il farsi Necessità? La risposta è nelle le parole di Krishna! Egli introduce Arjuna alla scienza dello Yoga spiegando che le nostre resistenze fungono da ostacolo all’adempimento dell’azione, sia essa di successo o fallimentare. Secondo la scienza dello Yoga non bisogna attaccarsi al frutto dell’azione ma fungere da tramite per l’azione, ovvero diventare mezzo che compie ciò che deve accadere. Ciò che distingue un uomo ignorante da un uomo consapevole è l’attaccamento all’azione ed è questo che Krishna spiega ad Arjuna ovvero non identificarsi con i frutti dell’azione.

Adattamento al contesto psicologico

Chi, signore di sé, si muove tra gli oggetti dei sensi con sensi sgombri d’odio e d’amore, obbedienti al sé, raggiunge una calma serenità. (Il Beato, II: 64)

Dal punto di vista psicologico Krishna fornisce una grande lezione poiché spesso ci si ritrova in condizioni in cui non si può scappare da un evento che ci tiene con le spalle al muro. E allora cosa fare? Prendere di petto la situazione e condurre il proprio carro giù per il campo e dar battaglia compiendo l’azione che volente o nolente bisogna affrontare.

A volte il non attaccamento ai frutti dell’azione è una condizione che permette di poter vivere con maggior consapevolezza la propria esistenza cosicché dall’assenza d’aspettativa non si generi alcun risentimento. In condizioni come una malattia o semplicemente in forza del fatto che dovremo fronteggiare la morte, accettare il presupposto che non ci sia altra possibilità se non quella di adempiere l’azione è l’unico modo per scacciare via i demoni dalla nostra mente.

L’accettazione dell’inevitabile ed il suo riconoscimento comporta nel soggetto una consapevolezza tale da condurlo ad uno stato di tranquillità. Alber Camus direbbe che vivere senza speranza non equivale ad essere disperati, questo perché l’uomo che riconosce l’assurdo o in questo caso l’inevitabile non ha più timore del frutto delle conseguenze che l’azione comporta.

Produrre una condizione di non attaccamento è un presupposto a cui è difficile poter tener fede poiché l’ambizione ad adempiere un congruo risultato con le nostre aspettative condiziona inevitabilmente l’azione stessa. È questo il motivo per cui la sofferenza aleggia come nubi cariche di pioggia sulle nostre teste. Dissipare questo maltempo equivale ad eliminarne le nubi cosicché il cielo possa schiarirsi ed andare in fondo al compimento del nostro “destino”.

Ogni azione può divenire una condizione di Necessità, questo dipende dal modo con cui ci si rapporta con essa e dalla sua gravità. È bene quindi sapere che dove c’è un ostacolo esiste la possibilità di superarlo, ma spetta a noi se farlo consapevolmente o meno.

Conclusioni

Quello che mi ha insegnato Krishna all’interno della Bhagavad Gita è di far Necessità una necessità, scendere sul campo di battaglia senza aspettarsi nulla con la consapevolezza di dover affrontare il proprio destino così come Arjuna affronta i propri famigliari. A suo modo anche Arjuna insegna che la fragilità appartiene al grande guerriero, rivelatosi umano davanti alle proprie insicurezze.

Bisogna prendere coraggio! Divenire consapevoli attraverso la voce di Krishna che da imparziale ci conduce con il carro sul campo di battaglia. Pronti a suonare la nostra conchiglia prima dell’inizio della sanguinosa disputa ci ritroviamo un’altra volta difronte noi stessi, difronte la vita per adempiere il destino che Ananke ci ha assegnato, il cui significato Krishna ci ha rivelato.

P.S. CLICCA QUI per leggere Quanto deve all’Oriente la psicologia archetipica?

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Info sull'autore

Gerardo Iannacci

Laurea magistrale Psicologia Clinica e della Salute. "Creare è vivere due volte". Albert Camus

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