Conversione e tortura: l’altra faccia della psicoterapia

La tortura e la psicoterapia hanno in comune più di quanto si possa pensare e tutte e due puntano alla conversione usando come mezzo l’inversione. Ma proviamo a spiegarci e proviamo a farlo senza cadere nel tranello social-mediatico o nel letteralizzare la scelta di Silvia Romano. Si perché non è a lei che siamo interessati ma all’immaginario della conversione che tanto ci impaurisce. A lei diamo il nostro bentornato consci del fatto che tutte le terrifiche affermazioni sui soldi spesi, sul fatto che “lo ha scelto lei”, sulla sua conversione come un tradimento dell’occidente ci rendono decisamente colmi. Si, non si tratta di sindrome di Stoccolma, piuttosto, personalmente, sono io a essere colmo di quanto l’Ombra divori il mondo che la tiene reclusa. Dunque torniamo a noi.

Il nostro scopo non è quello di prendere una posizione, ma di esaminare le posizioni stesse, in modo da poterle abbandonare e da poter continuar a camminare avanti e indietro (J. Hillman, “Il linguaggio della vita” pag. 126)

Tortura e inversione

Le tecniche di tortura, quelle di cui, per nostra fortuna, abbiamo sentito parlare solo in lontananza, si fondano su un concetto semplice: invertire il senso e le funzionalità corporali e poi psichiche. Non voglio disgustarvi ma indurre il vomito o ingerire feci possono essere un esempio. Psicologicamente si obbliga a fare ciò che non si vuole fare. Per iniziare questo processo spesso si denuda il povero torturato per spersonalizzarlo. Il tutto tende a destrutturare la psiche poiché il fine di questo processo è di lasciarla destrutturata. E la tortura è tale solo se dopo aver favorito l’inversione si rinverte il processo in una eterna tortura coleidoscopica.

Psicoterapia e inversione

Similmente procede la psicoterapia. Con lente immaginale, quindi, tende a favorire la nudità alchemica dei pazienti, tende a sottolineare il valore dell’evacuazione e del vomitare, tende a valorizzare le feci come le parti rifiutate da cui far nascere fiori. Insomma promuove una inversione delle immagini nel loro opposto. Ma la differenza c’è. Mentre la tortura ha come obiettivo far fare ciò che non si vuole ossia cortocircuitare il legame tra il nostro agire e il nostro pensare, la psicoterapia ha come scopo il far accadere ciò che realmente ci appartiene. Quindi, semplicemente, dopo aver favorito una destrutturazione la psicoterapia ara il terreno e lo prepara per una ristrutturazione. Ecco! il restauro, il ristoro e la ristrutturazione non fanno parte del lessico della tortura mentre sono il telos della psicoterapia.

Convertirsi o non convertirsi

Chiaro che dopo un percorso torturante alla cui base c’è l’inversione potrebbe avvenire la conversione. La conversione intesa come “vertere con” ossia trasmutare. Allora tornando a Silvia, che non rimembra più il tempo della sua vita mortale, direi che trovo la sua conversione religiosa non solo legittima ma, come dice lo stesso Galimberti, un ottimo segno di ritorno alla religiosità. Ma trovo che noi tutti non stiamo reagendo a questo, quanto ci stiamo difendendo dal trasmutarci in ciò che siamo. Siamo semplicemente impauriti, nessuno escluso, dal costo che può avere il nostro processo di individuazione che, come detto, è sostanzialmente una tortura. Ma se qualcuno si converte questo significa che la conversione è possibile e questo, per tutti noi, costituisce un’inammissibile assunzione di colpa.

Quindi la terapia direbbe: – Non puoi protestare in questo modo vuoto perché non hai chiarito che cosa realmente vuole la protesta, e perché, e per cosa. La protesta deve significare qualcosa (J. Hillman, “Il linguaggio della vita” pag. 132)

Routine narrative

Ogni paziente giunge in terapia con le sue routine narrative. Racconti raccontati sempre allo stesso modo. Una noiosa trama che si ripete al fine di evitare la trasformazione. E il terapeuta, torturatore sadico, inizia a fare domande con uso abbondante di inversione. Il terapeuta si assume su di sé il ruolo del carnefice al fine di promuovere il processo di individuazione. La madre buona e il padre cattivo si invertono nei ruoli; il bullo preferito diventa la vittima e lei, la vittima mostra il suo passivo sadismo; il ladro diventa un donatore; l’aggressore colui che cerca la relazione; il traditore diventa colui che ci consegna al nostro più fulgido destino. Invertendo, così, le routine narrative si induce un senso di angoscia profondo. Ma la psicoterapia non ha come telos l’angoscia, cosa invece che si presenta come punto d’arrivo della tortura. Nella psicoterapia l’angoscia è un dazio, come le monete poste sugli occhi del defunto da dare al traghettatore Caronte. Mentre nella tortura l’angoscia è la destinazione.

Scopo della terapia

Andare in psicoterapia è quindi una tortura e una terapia che si rispetti, prevede un certo astio nei confronti del terapeuta. Guai a quelle terapie che funzionano come un’eterna luna di miele della coppia terapeutica. E una volta giunti all’angoscia, nudi, inversi, scapigliati impauriti, allora lì nella stanza di analisi si intravede quella che l’alchimia chiamava “albedo”, ossia una nuova prospettiva che sa di possibile rinascita, che sa di ristoro, restauro e ristrutturazione. Ecco cosa ci impaurisce della conversione e ecco cosa è costretta a portare su di sé Silvia Romano, ossia un archetipo fondamentale. In questo momento è come se si trovasse davanti tutte le resistenze di tutti i possibili pazienti e tutte le loro paure e tutta la loro voglia di non scoprirsi e scoprire chi sono. In bocca al lupo Aisha che poi è un in bocca a lupo a me stesso. Ma mi consolo dato che Aisha significa “Viva”.

Religione o non religione

Concludendo direi che il focus di Galimberti è squisitamente sociologico e filosofico ma poco psicologico e immaginale. Galimberti rischia di fare eco alla folla di italiani che non vogliono individuarsi. Li invita a un rinnovato senso di religione ma questa parola, religione, significa troppo spesso legare di nuovo. Mentre la psicoterapia ha quel brutto vizio di voler slegare le immagini e i pazienti, anche se proprio loro, spesso, non vogliono.