Freud pittore

 

L’uomo, giunto al termine della civilizzazione, dovrà ritornare alla nudità: non alla nudità inconsapevole del selvaggio, ma a quella conscia e riconosciuta dell’uomo maturo, il cui corpo sarà l’espressione armoniosa della sua vita spirituale.  (Isadora Duncan, Lettere dalla danza, 1928)

Freud pittore. Ebbene si. Peccato che non si parli del più famoso Sigmund, ma del nipote. Lucian Freud è il nome dell’artista a cui guarderemo in quest’articolo. Condivide il cognome del padre della psicoanalisi e con lui proveremo a seguire il sentiero attraverso la ”Sunny Morning Eight Legs” (1997) [CLICCA QUI per vedere l’opera].  Con quest’opera sbirceremo da una serratura; cercheremo di scorgere i contorni della nudità emotiva. Freud è stato un espressionista tedesco ma londinese di adozione. Se suo nonno Sigmund ha palesato strumenti per illuminare lati oscuri della psiche, il nipote, con meno notorietà, aiuta con le sue opere a porci vis a vis con la nostra corporeità. Un Freud che usa i colori per spogliare i suoi soggetti e parlarci di nudità.

Nudità esausta

Devo accostarmi all’anima mia come uno stanco viandante, che nulla ha cercato al di fuori di lei. Devo imparare che dietro a ogni cosa da ultimo c’è l’anima mia, e se viaggio per il mondo ciò accade in fondo per trovare la mia anima. (Carl Gustav Jung, Il libro rosso, p. 233-b, 2010)

 

Soffermandoci sull’opera troviamo un soggetto asensuale, fuori da ogni seduzione. Appare come solo corpo, sola materia senza alcun spirito. Un soggetto scarico, privo di energia. Incapace a rialzarsi. Sottomesso. Eppure sembra emanare qualcosa, una strana sensazione sembra inebriarci nel solo guardarlo. Sarà perché ci raffiguriamo in questa ” freudiana” apatia. Ognuno di noi può riconoscersi, può trovare un po’ di sé in quest’opera. Forse riusciamo a collegare un preciso momento in cui ci siamo sentiti davvero scarichi e ci identifichiamo con questo Freud pittore. Un po’ come nelle libere associazioni, ogni volta che guardiamo un’opera d’arte ricerchiamo allusioni al nostro Io.

 In questa pittura di Freud il protagonista è un soggetto privo di energia, nudo. Questa nudità è la vera energia del quadro. È come se ci venisse posta la domanda:

Quante volte ci siamo sentiti davvero nudi?

Una risposta che può affiorare ci porta alla convinzione che è necessario arrivare allo stremo delle forze per denudarci davvero. In modo simile a quanto avviene nella stanza d’analisi: per arrivare a mettersi a nudo è necessaria una spinta, una motivazione intrinseca. Nella nudità emotiva si costruiscono le fondamenta della relazione analitica. Sul bordo del quadro risalta una striscia nera, un’ombra apparentemente di poco senso. Occorre che il nostro viso si colori dello stesso nero. La nostra ombra deve crearsi il suo spazio nella stanza. Deve esplodere. Abbiamo bisogno di questo Freud che sveste i proprio soggetti e riveste noi. Non a caso in questo quadro troviamo un cane. L’animale ‘’psicopompo’’. Simbolicamente il cane rappresenta una guida, un aiuto nel trovare la strada per la nostra “discesa agli inferi”. Freud disegna un cane svigorito ed esausto, come l’uomo al suo fianco. Sembra aver perso il suo ruolo di guida. Forse perché non è giunto il momento. Non è il Cerbero dello Stige. È un traghettatore di un processo evolutivo. Dietro questa  immagine di morte si cela più vita di quanto possiamo pensare. Freud sveste i propri soggetti affinché vengano rivestiti di nuova linfa. Ogni persona, con un solo sguardo all’opera, può condividere quest’obiettivo.

Nudità emotiva

Il tuo nudo corpo dovrebbe appartenere solo a chi amerà la tua nuda anima. (Charlie Chaplin, lettera alla figlia Geraldine, 1965)

Estremamente facile svestirsi ma altrettanto difficile far cadere i vestiti dell’interiorità. Freud racconta non un nudo artistico ma un nudo emotivo. Denudarsi emotivamente, spogliarci delle nostre difese richiede un intimo incontro dapprima con noi stessi e poi con l’altro. Ascoltare e ascoltarsi per scoprirsi emotivamente nudi. Freud ci pone davanti ad un bivio: denudarsi e rivestirsi di nuova psiche o lasciarsi andare? Rialzarci o divenire solo gambe che escono fuori dal sotto del letto?

Già, ecco un altro dettaglio che può sfuggire ad uno sguardo poco attento. Il letto che sostiene i nudi corpi esausti nasconde un’altra coppia di gambe. Non possiamo sapere a chi appartengono. Nel senso di queste gambe senza padrone c’è una delle possibili morali dell’opera. Affinché sia possibile rialzarsi dalla stanchezza esamine c’è bisogno di conoscersi profondamente, di un’autocoscienza pura in grado di comprendere la nostra eredità emotiva ed aprirsi all’altro. Se da bambini si ha il timore che sotto al letto si nascondo mostri, nel sorgere dell’io dobbiamo imparare a non aver paura di ciò che si nasconde nell’ombra.

Freud ci invita ad essere coscienti che il nudo emotivo comincia da noi altrimenti è solo assenza. È la differenza tra un albero in autunno e un albero ormai secco. Si può essere vestiti con solo una foglia di fico addosso, per nascondere la vergogna, o sentirsi estremamente nudi nonostante mille vestiti.

Conclusioni

 

L’uomo nella sua nudità è chiamato alla prova.  

Nella Genesi, dopo il peccato originale, l’uomo inizia a provare vergogna per la sua nudità. Avverte la necessità di coprirsi. Ciò diventa il sintomo della percezione di inadeguatezza. L’ombra che vive nel nostro animo diventa un’energia da nascondere. Tuttavia è energia che non sa essere distrutta. Ha bisogno di un’alba.

In “Sunny morning” Freud ci racconta una corsa, o un percorso, estenuante in cui otto gambe sono appena sufficienti per costruire l’equilibrio fra luce e tenebra.  Nella nudità emotiva dell’uomo e della sua guida esiste la strada che guida lo spettatore dal nero di tenebra alle fessure di una finestra. Le gambe che spuntano da sotto il letto assumono le sembianze di un incubo che svanisce al mattino. Un mattino soleggiato alla fine di una notte di corse e percorsi estenuanti.