Controllo in sala parto

Meno 1 mese al giorno fatidico.

La gravidanza procedeva. Io continuavo a fare il mio lavoro e la puerpera continuava il suo, la parte più faticosa del resto. Restava il mio più grande rammarico, ossia la mia assoluta certezza che non sarei entrato in sala parto. Potrei raccontarmi che questa possibilità mi era impedita dal fatto che il reparto per motivi vari aveva sospeso la possibilità di assistere al parto. Potrei raccontarmi che non avevo fatto in tempo a fare le analisi necessarie, oppure che Francesca non voleva. Insomma potrei raccontarmi di tutto ma non lo farò, perché questo racconto richiederebbe una quantità sconfinata di energie. Noi esseri umani ci distinguiamo dagli animali per il fatto che destiniamo una dose enorme delle nostre energie a generare racconti palesemente falsi. Più la falsità è evidente e più energie ci vogliono per partorire il racconto.

Il mondo animale è più schietto e diretto, ma soprattutto ha un’economia psichica molto più efficiente. Noi trattiamo la psiche e le sue immagini come prodotti da centro commerciale, spendiamo più soldi nel packaging che nel prodotto in se. Carta colorata, scatola, pellicola intorno alla scatola, trucioli di polistirolo, sagome di gommapiuma, viti per tenere il prodotto in posa, nastro adesivo,  pluriball. Tutto assolutamente sciocco tranne il pluriball che diventa l’ansiolitico inquinante meno caro al mondo. Il tempo speso per incartare, poi quello speso a scartare, poi quello impiegato a smaltire, differenziare, è un tempo che si disperde. Vi sono imprese che producono solo imballaggi, che sono specializzate in questo. Poi il prodotto si perde di vista. Ma si badi bene, mentre da bambini si lascia il gioco colorato per giocare con la scatola che lo conteneva perché questa lascia più spazio all’immaginazione, quella stessa scatola diventa, una volta adulti, diviene il contenitore di tutte le tracce narrative necessarie a far reggere le bugie che raccontiamo a noi e al mondo.

Questa, l’immaginazione, la fantasia, la creatività, è la qualità che ci consente proprio di raccontare bugie e creare storie false al fine di non fare i conti con chi siamo. Quella stessa energia generativa se fosse destinata a storie reali sarebbe la più grande risorsa psichica mondiale e consentirebbe di risolvere molti dei problemi generati proprio dagli imballaggi.

Dunque, se ci prendessimo del tempo per trasportare i nostri piccoli acquisti in sicurezza senza affidarci agli imballaggi, saremmo molto più salubri come specie. Similmente se ci concedessimo di raccontarci la verità nella sua semplice interezza, ne avremmo benefici enormi. Vero è che tali benefici si vedrebbero solo dopo anni mentre le bugie hanno effetti immediati.

Ecco perché non mi sono mai raccontato altro sulla sala parto se non il fatto che ne ero terrorizzato. Non volevo medici, ostetrici o ostetriche che osservavano la vagina di Francesca mentre io osservavo le loro facce. Non volevo svenire alla vista del sangue, non volevo affrontare le mie paure ne tantomeno rinunciare a una visione intonsa della donna. Come avrei mai potuto pensare a Francesca sessualizzata dopo averne visto la sua stessa materia vituperata? No. Non volevo rinunciare al fatto che Babbo Natale non esiste e per questo sono fuggito.

La fuga è troppo spesso sottovalutata. Permette di salvare moltissimo e di scoprire terre altrimenti inesplorate. Così mi parlerà Tito, il paziente che anni dopo forse Incontrerò. “Lei dottore non capisce cosa mi trovo costretto a sopportare nel mio ufficio. Non c’è modo di scardinare la nullafacenza e il modo in cui si comportano gli impiegati. Non mi resta che fuggire. Non mi resta che fare la mia parte e scappare appena posso”.

Paura di perdere il controllo

Imparerò questo nei 12 anni successivi. Ogni paziente che si rispetti giunge in terapia con racconti di questo tipo, con imballaggi talmente ben concepiti da far risultare quasi impossibile scartare il pacco. Si perché di “pacco” si tratta. E lo imparerò a mie spese. La psicoterapia effettivamente è nella sua parte più corposa, una lenta e costante educazione al rinunciare agli imballaggi. Le istruzioni d’uso del prodotto imballato sono cosa ben più snella da redigere. Si perché un paziente viene convinto di doverle leggere e scopre che sarà lui a scriverle.

Tito non farà eccezione e starà lungamente concentrato nel generare le sue storie di rabbia compressa. Poi un giorno, durante un’ennesima estate in cui la “tivì” minacciava l’imminente fine del mondo, nel fresco naturale del mio studio incastrato tra le stanze del vecchio palazzo di famiglia, mi confiderà la sua prima verità. “Sa dottore, a volte mi viene una gran voglia di fare un rutto in faccia ai miei colleghi… ma non un semplice rutto ma un rutto che ruggisca così tanto da non lasciar spazio a soluzioni diplomatiche di sorta…” Poi farà una pausa; sorriderà, compiaciuto, contemplando l’immagine dei volti dei colleghi nella sua mente, quindi socchiuderà gli occhi con aria diabolica, e per opporsi alla sgranatura degli occhi che lo osservano nella sua mente.

“… ma no dottore…” mi interromperà, poi, opponendosi al mio goffo tentativo di mediare  e trasformare quel rutto in parole da distribuire ai commensali-colleghi come pietanze nutrienti “… non mi importa dell’irreparabile… io cerco proprio quello. Voglio le reazioni immediate ma anche le conseguenze a livello nazionale. Voglio che si parli del mio rutto come di un evento fondamentale per la cultura del luogo in cui lavoro. Voglio distruggere quella cultura, voglio che i dirigenti ne parlino nelle cene tra loro, voglio che il mio nome diventi un neologismo”.

Mentre raccontava tutto questo raccontava, finalmente, della sua grande paura di perdere il controllo, di svenire, di arrabbiarsi, di non avere più il controllo degli sfinteri. E dire che quel controllo lo aveva riempito di gratificazioni quando si incontrò con quella ciotola azzurra a forma di elefante che i genitori chiamavano “vasino”. Un giorno non sarebbe riuscito a raggiungerlo più quel vasino. Si sarebbe sporcato prima di raggiungerlo. Allora compresi che la troppa disciplina può farci perdere il controllo, compresi come lo stress possa farci perdere il controllo ma soprattutto compresi che nel controllo evitiamo di confrontarci con quella parte fecale di noi da cui possono nascere piante meravigliose.

Insomma sembra proprio che si passi la vita a fare in modo di non far fruttare le nostre reazioni istintive, né feci, né rutti, né peti, né pettegolezzi, eppure è proprio da questi, dai pettegolezzi, è dai piccoli peti che si forma il racconto analitico. La psicoterapia è allora il luogo in cui portiamo tutti i nostri racconti su come abbiamo mantenuto il controllo. E, mentre raccontiamo, fantastichiamo su cosa avremmo potuto creare perdendo il controllo. Del resto la vita nasce da quella che viene chiamata la petite mort, una totale perdita di controllo durante l’amplesso, fino allo svenimento. Ugualmente i nostri peti psichici, le nostre perdite di controllo costituiscono il concepimento di un immaginario che desidera nascere.

Ecco! Ogni volta che un’immagine, lassù, o laggiù, dall’iperuranio, sente il bisogno di riattualizzarsi, sente il bisogno di rifarsi materia e carne… ecco allora, se siamo la giusta materia per quell’immagine, se quell’immagine ci sceglie, allora saremo destinati a perdere il controllo e, pieni di terrore, orgasmicamente, rivoluzioneremo la nostra esistenza.

Conclusioni – La genialità è femminile

Ma io, 12 anni prima, non entravo in quella benedetta sala parto. La faticosa conquista del mio controllo non poteva venir meno proprio ora che stavo per diventare padre. Un padre, in vero, perde spesso il controllo. Questo imparerò e, paradossalmente, imparerò anche che saranno queste perdite di controllo a ristabilire un controllo. Questo è un fatto delicato. A malapena parlabile in terapia. Intanto Francesca gestava e io, soltanto un mese più tardi, non sarei entrato in sala parto, nella sala dove si perde il controllo. Come quel paziente rinuncerò alla realizzazione di quell’immagine. Mi proteggerò nel dietro le quinte e non mi meraviglierò delle sue resistenze. Si perché un paziente giunge fin dove siamo arrivati noi, e resiste nella misura in cui è il terapeuta a resistere. Nessuno dei due avrebbe rinunciato alle sue resistenze e ai suoi imballaggi. Cosa, questa, che solo una donna sa fare in modo controllato. Per questo in terapia le donne lavorano meglio, sono predestinate a rinunciare all’imballaggio e lo fanno volentieri. Se è invece un uomo che ha quest’indole tendiamo a chiamarlo genio.

Bah! Buffo ma mi sembra di aver appena affermato che la genialità è il femminile in uomo incarnata, che la genialità è connaturata alla donna…

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