Paura di soffocare e come curarla. Partiamo dalla finzione

Nell’incubatrice la mia primogenita mi è sembrata stranamente somigliante a me. Dico stranamente perché aveva un volto da adulto. Mentre era meno strano che lei, come me, fosse nell’incubatrice. Ho sempre incubato, contemplato e assaporato le immagini e questo mi ha dato accesso a tutte le fobie ma anche alle loro cure. Mia figlia mostrava un’espressione accigliata che ingigantiva la peluria delle sopracciglia. Sembrava inquieta, quasi voler reclamare il suo diritto a rimanere nel ventre. Una volta che fu giunta davanti a me pianse e io no. Mi sentii subito in colpa. Intriso come ero di tutta la filmografia nazionale e internazionale, ritenevo che, naturaliter, avrei immantinente avvertito un moto di profondo amore e trasporto per quel nuovo essere umano che era venuto al mondo. Invece un senso di estraneità mi spinse ad esaltare un solo obiettivo, ossia non far vedere che fossi indifferente. Come fare? Mah direi piuttosto semplice. Fingere. Se fingiamo di essere qualcuno in una certa quel misura accogliamo quel qualcuno dentro di noi. E questo funziona anche con le fobie.

Da bambino ti può capitare di riceve in regalo un cappello o un casco da poliziotto o da vigile. Allora lo indossi e non puoi fare a meno di iniziare a imitare i gesti perentori del poliziotto o di un vigile che dirige il traffico. Così feci. Indossai il cappello del padre, attinsi da quella stessa filmografia, e sciorinai la frase più credibile che mi venne alla mente. Qualcosa del tipo: “Me la state subito facendo piangere … ce penso io bella di papà”.

Mi fece uno strano effetto. Mi sentivo falso, bugiardo e poco credibile mentre la pronunciavo. Ma, una volta che la terminai, mi accorsi che un archetipo era stato chiamato. Mi accorsi che gli dèi tutti dell’Olimpo mi avevano ascoltato. Vidi scendere l’immagine del paterno dall’alto, la vidi guardarmi e infilarsi su di me come un vestito su di una principessa della Disney che viene vestita dagli uccellini che avevano pazientemente imbastito quella veste. Dopo che ebbero aperto il becco quella veste mi cadde sopra e, profondamente meravigliato, non potei fare a meno di vedere che mi calzava perfettamente.

Si perché padri si è in potenza fin quando non siamo posseduti dal suo archetipo. Compresi che fare il padre è una questione di possessione. Possessione da parte di un archetipo. Il resto te lo insegnano i figli e, mentre loro ti insegnano come fare il padre, l’archetipo si metamorfizza sotto di loro procedendo nella sua evoluzione. Se volessimo parlare di una teoria sull’evoluzione degli archetipi potremmo dire che questi, gli archetipi, vengono modificati dall’azione di figli.

L’infermiera continuò a spingere l’incubatrice sorridendo di un sorriso che tradiva tutti i drammi che l’aspettavano a casa ma che coraggiosamente teneva distanti da me e da mia figlia in quel momento, quasi a volerci proteggere dai lividi della sua anima. La porta si chiuse e io a quel punto raggiunsi Francesca nella sala di osservazione post parto.

La trovai lì distesa. In pace. Io che la pensavo essere andata in guerra la trovai in pace. Mi pervase un misto di invidia e profonda ammirazione e passammo la mezz’ora più rispettosa che può esserci tra due individui che si incontrano. La guardavo negli occhi in cui le vene, esplose per lo sforzo sostenuto, tradivano la pace che emanava da tutta se. Ci salutammo a ridosso della mezzanotte. Come è d’uopo per una Cenerentola quale mi sentivo data la vestizione. Mentre tornavo a casa mi fermai in un ristorante in chiusura.

“Permesso?” Chiesi con la assertiva cortesia di chi, seppur educatamente, declamava uno stato di diritto. Nella mia prosodia c’era un messaggio di allerta. Qualcosa del tipo: “Attenzione! Fate passare! Fate largo che qui c’è un Padre!”. Mi fermai dal cameriere e gli chiesi un bicchiere di vino. Gli spiegai il perchè con quella stessa prosodia e lui, prodigo, non si oppose in nessun modo a quello stato di diritto.

Mentre sorseggiavo quel bianco di media fattura come se fossero bollicine di prima scelta, osservai quell’uomo prodigo. Vidi la sua barba, i suoi occhi e il naso greco su cui poggiavano, comodi, gli occhiali di una montatura blu che pareva reclamare una gioventù ormai andata. Vidi quei capelli corti e quel portamento. Mi sembravo io dieci anni dopo.

“Io ho una figlia di 12 anni” mi disse senza smettere di passare la scopa e spostando cordialmente la sedia. “Quando ne aveva tra i due e i tre” proseguì “Sono stato veramente in difficoltà. Si perché io, come te del resto, ho sempre avuto una sola paura difficile da gestire : l’anginofobia…” fece una pausa e senza guardarmi intuì che non sapevo cosa fosse. Ma soprattutto si era reso conto che non gli avevo per nulla chiarito che ero appena diventato padre e per questo reclamavo a ridosso dell’una di notte il mio brindisi. Per questo per premura, e per evitare che mi chiedessi come mai sapesse ciò che ancora non gli avevo detto, rapidamente chiarì: “…cioè la paura di soffocare. Ma, sempre come te, non di soffocare io, ma i miei figli mentre mangiano. Insomma Luca…” Non ricordavo neanche di avergli detto il mio nome ma non me ne curai, “… ti succederà che tua figlia sverrà per mancanza di fiato.”

L’Anginofobia, ovvero la paura di soffocare

Quel me che mi era venuto a trovare come lo spirito dei natali futuri, mi stava raccontando quello che sarebbe accaduto di lì a tre anni. Mi stavo dicendo come mia figlia avrebbe preso l’abitudine a piangere senza saper riprendere fiato, o meglio senza riuscire a risputare quello che aveva ingurgitato. Una sorta di disturbo respiratorio da iperventilazione. Mi raccontavo come Solidia, questo il nome della mia primogenita, avrebbe pianto quando si sarebbe trovata in situazioni di imbarazzo, quando si sarebbe offesa. Avrebbe pianto al punto di non riuscire a perdere fiato e lo avrebbe fatto più per le ferite dell’anima che per quelle del corpo. Poi mi raccontai come avrò tentato in tutti modi di aiutarla a respirare. Urlando, sorridendo, tirando schiaffi. Ma anche di come lei, impunita, non si sarebbe fatta aiutare fino al punto di collassare tra le mie braccia, fino a perdere i sensi e il controllo degli sfinteri. Con la sua urina sulla mia maglietta osserverò il suo viso livido, e paonazzo al tempo stesso, riappropriarsi di cromie più animiche. Fobico non curato, con la paura di soffocare, infine, la abbraccerò con tutto l’amore che c’è. Ma mi raccontai anche di come imparerò a evitare che svenga semplicemente non occupandomene. Smetterò di correre da lei quando piange chiedendole posturalmente di non svenire perché, proprio quella mia richiesta la spingeva a ingurgitare bulimicamente aria. Invece ciò che salva a non darsi troppe arie, non stare troppo per aria, è non sublimare troppo. Compresi che L’anginofobia, la paura di soffocare, è la tendenza a immaginare troppo e si cura con la Terra, col fare, col fare i castelli in terra e non in aria. In questa ottica un figlio che piange non è un figlio che muore.

Sembra che la cura di una fobia, specie della paura di soffocare, consista non in farmaci, ma proprio in se medesima. La paura di soffocare si cura non dando aria, immaginazione, piuttosto si cura levando aria, senza immaginare, tenendo i piedi per terra.

Conclusioni

Compresi in quel momento che la psicoterapia muove nella stessa direzione, aiuta e insegna a non farsi divorare dall’immaginazione ma di trovare il giusto ritmo per respirare perché l’anima ha bisogno di immaginare come il corpo di respirare ma, come il corpo, l’anima soffre il troppo respiro.

Guardai quel cameriere e mi chiesi perché mai mi avesse voluto raccontare tutto quello che mi sarebbe successo e lui mi salutò con l’aria di chi voleva dire : “Cosa vuoi da me sei tu che me lo hai chiesto”. Ci salutammo. Mi fece le congratulazioni. Ringraziai. Arrivai a casa. Mi stesi sul letto e, dopo circa n’ora, mi addormentai… mentre Madre e Figlia si erano addormentate già da tempo e, se anche nessuno lo sapeva, lo avevano fatto nello stesso preciso istante.

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