La creazione di Adamo: possiamo scegliere la nostra morte?

Proprio come sceglierò la mia nave quando mi accingerò ad un viaggio, o la mia casa quando intenderò prendere una residenza, così sceglierò la mia morte quando mi accingerò ad abbandonare la vita. (L.A. Seneca)

Possiamo essere artefici del nostro destino fino alla morte?

Ognuno di noi vorrebbe essere artefice della propria vita. Ogni persona ha il desiderio di poter fare della propria vita un’opera d’arte. Dalla prima all’ultima pennellata. Dal primo respiro, fino all’ultimo. Il diritto a morire, a morire con dignità è al centro di un dibattito politico, etico, civico, morale…un dibattito complesso e lungi dal potersi dire concluso. Ma è un dibattito che deve riguardare anche l’uomo e la sua psicologia.

Possiamo essere realmente artefici del nostro destino fino alla morte?

Per ragionare su questa domanda ci faremo guidare dalla Psicologia archetipica e da uno scorcio di uno degli affreschi più famosi del mondo: La creazione di Adamo, di Michelangelo.

L’indice di Adamo e quello di Dio

Michelangelo Buonarroti è stato sempre (a partire da quando era ancora in vita) considerato uno degli artisti più influenti dell’umanità. Non è un caso che nelle sue opere si celi, costantemente, un perenne interrogarsi sull’uomo, sulla sua natura, sul rapporto con Dio. Ed è il rapporto con Dio che sarà la prima lettura a farci da guida nelle domande di questo articolo.

Se alziamo lo sguardo alla volta della Cappella Sistina, possiamo soffermarci su due mani che sembrano toccarsi. L’indice di Adamo e quello del Creatore. Si sfiorano in una tensione muscolare che ci fa presagire un contatto. Si sfiorano, ma non riescono a toccarsi. Questo agito incompiuto è il segno più drammatico e forte con cui confrontarci. Adamo è l’uomo primordiale. L’uomo della contraddizione. L’uomo creato a immagine di Dio, ma con la spinta alla disubbidienza, all’autonomia. Adamo è il simbolo della vita di ognuno di noi, in cui le nostre aspirazioni sembrano spesso in contraddizione con il “destino” che ci si presenta ogni giorno. Ma nell’attimo raccontato di Michelangelo c’è la scintilla della creazione. C’è una forza talmente potente da non aver bisogno di contatto. L’energia della creazione avviene in un contatto incompiuto.

Le nostre vite trascorrono in una perenne danza tra ciò che desideriamo e ciò che realmente accade. Una danza di contatto. Un contatto più o meno reale. Un contatto più o meno vicino. Ma è quanto basta per darci l’energia per vivere.

Scelta e caos: ossimoro dell’esistenza umana

Ci confrontiamo con sogni e desideri, ogni giorno. Riempiamo i nostri pensieri di immagini ideali, di obiettivi da raggiungere. Da adolescenti, quando ci siamo affacciati sulla soglia del “mondo adulto” abbiamo pensato un po’ tutti di poter essere i padroni del mondo. O, almeno, i padroni del nostro destino. Abbiamo vissuto le scelte da fare come momenti decisivi, momenti che avrebbero fatto la differenza. Abbiamo un po’ tutti pensato che i nostri sogni e le scelte per realizzarli ci avrebbero portato a definire il nostro destino. Come se la vita fosse una partita a domino. Raramente però abbiamo considerato il caso, il caos. Quando si è concentrati sul futuro, è difficile fermarsi a valutare l’imponderabile. Scegliere e non sottovalutare il caos. Scegliere e considerare il caos, un’apparente, drammatica, contraddizione. Ma anche le contraddizioni, se inserite in un contesto armonico, diventano un ossimoro. Da elementi problematici si trasformano in figure retoriche, in elementi che rendono più musicale un testo.

Anche la morte può diventare ossimoro della vita. Possiamo trasformare la paura in un contrasto con cui rendere più armonico il suono della nostra esistenza. La morte diventa così una figura retorica di conclusione. È un pensiero che può fare paura. Un pensiero da respingere, da negare. O un pensiero che per alcuni diventa un desiderio, desiderio di liberazione.

Estremità di morte

Il suicidio è l’estremo tentativo di migliorare la propria vita.  (Michelangelo)

Negli ossimori della vita, può capitare di perdere il contatto con la propria armonia. In alcuni casi, in eventi estremi come una malattia invalidante e dolorosa, un individuo può sperimentare una separazione netta tra la sua condizione e ciò che sente di dover essere. Si sperimenta un taglio netto tra la vita e lo scorrere del tempo. L’armonia di vita si interrompe. Diventa sterile. E non si avverte più alcun appiglio per ricomporre le note. In un contesto simile, l’uomo sperimenta l’assenza della sua natura. La distanza tra l’indice di Adamo e quello del Creatore appare insanabile.

Si arriva così ad invocare la morte, con le sembianze della Grande Madre: una figura benevola che ci accompagna a un nuovo contatto con la terra. Quel pensiero spaventoso diventa un ponte per ricongiungerci all’armonia della vita. Si nega una condizione di scissione dall’armonia e si reclama il diritto al contatto con la fine della vita.

La corte di cassazione e l’archetipo del vecchio saggio

Tuttavia, tutto ciò ha i contorni di una contraddizione profonda. Come si può ricollegarsi alla vita scegliendo di morire?

Una sentenza della Corte di Cassazione italiana di pochi giorni fa ha sancito che non è punibile chi, professionalmente, aiuta un individuo nella sua libera e consapevole scelta di porre fine a una condizione di vita caratterizzata da malattia invalidante e fonte di profonda sofferenza. L’accento è posto sulla capacità di scegliere. E in decisioni di questa portata l’archetipo del Vecchio Saggio diventa protagonista.

Assume il centro della decisione critica e consapevole. Non solo, riconosce la necessità dell’aiuto quando le forze individuali vengono meno.

La morte è un argomento che non può essere letto senza spirito e ragione. È una lotta tra scelta e caos. Una scelta in cui proviamo a considerare anche il caos. L’imponderabile.

Conclusioni

Sto morendo ma non potrei essere più impegnato a vivere (J.Hillman)

Non può esserci un parere definitivo sul diritto a morire. Perché la morte è l’ossimoro della condizione umana. Come tale, può avere un senso armonico solo se inserito in un contesto ben preciso.

Michelangelo in La creazione di Adamo ci mostra che sin dalla creazione c’è un contatto prossimo ma irrealizzabile fra l’uomo e ciò che viene simboleggiato come il suo creatore. C’è un contatto prossimo e irrealizzabile fra il libero arbitrio, la libera scelta e il Caos.

Vita e morte sono connesse in un vincolo tanto profondo da essere inseparabile. Morte e vita, per essere comprese, hanno bisogno di una lettura profonda, la cui guida è l’armonia.

Se questa viene meno, ecco che l’uomo psicologico invoca gli archetipi. Prova a capire ciò che, all’apparenza, risulta incomprensibile. E per ri-instaurare l’armonia può arrivare ad invocare la Grande Madre Morte con l’aiuto del Vecchio Saggio.

P.S. CLICCA QUI per leggere Hitler artista