Sorpresa! 




Come ogni domenica, continua l’appuntamento settimanale con il romanzo in pillole del dott. Luca Urbano Blasetti, e questa non è una sorpresa ormai. 

La sorpresa, tuttavia, sarà il tema centrale di queste prossime istantanee di parole del romanzo in pillole. 

Ci sorprendiamo per l’inatteso, ma ciò che è inatteso per noi, non lo è per l’anima. Così il sorprendente, poco dopo, si mostra vitale e necessario. Noi non lo attendiamo, ma lui ci cerca.

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Paura degli aerei – Sesta istantanea

Eravamo incinti, e questo non poteva che aprire il rubinetto dell’immaginazione. Un rubinetto che, nel caso del sottoscritto, non poteva che riempire una vasca di potenziali eventi terribilmente atroci.

Generalmente, quando mi trovo di fronte a situazioni imponenti della mia vita tendo ad avere un  atteggiamento vagamente pessimista. Una sorpresa è per me una enorme fatica da affrontare. In molti mi rimproverano il mio catastrofismo, ma non comprendono che non sono io a costruire storie, ma sono le storie che mi vengono a trovare. Le parole mi parlano.

Anche in questo caso stavo per essere parlato da possibili catastrofi quindi, prima di iniziare a pensare a tutte le conclusioni più infauste per quella gravidanza, mi venne in mente mia Madre.  

Era il 21 luglio del 1975 quando era partita con la sorella Maria per andare a Brescia. Amalia, appena 24enne, portava in grembo l’ultimo dei tre figli (me), concepito con uno sciagurato figlio di ragioniere. A causa di quel Pasquale aveva perso la stima dei suoi genitori e aveva abbandonato, cacciata come dall’Eden, il palazzo di famiglia. Ora andava a Brescia, per partorirmi lontano da quel vile (così lo avrebbe definito nei giorni in cui era di buon umore) che le aveva combinato uno scherzetto non da poco, innamorandosi di una giovane donna più mite rispetto a quanto non fosse lei. Almeno così pensava mio padre fin quando la”mite” non lo lasciò a sua volta.

Osservavo mia madre dal grembo. Il suo sguardo era a tratti fisso sul finestrino ma, molto più spesso, concentrato sulla hostess. Mia Madre, in aereo, ha sempre assunto l’atteggiamento del genitore che insegna a guidare la macchina ai figli. Così ogni più piccolo movimento sull’aeromobile era motivo di macchinosi calcoli che le permettessero di valutare il rischio di catastrofe imminente. Solo sull’aereo io e mia madre eravamo identici mentre, una volta scesi, lei smetteva di vivere nell’ansia da catastrofe, e io continuavo inesorabilmente a immaginarne a volontà.

Dunque, sull’aereo, ero ben felice di vederla così attenta e preoccupata, così simile a me. Ne ero felice perché la misura in cui lei mi somigliava, era la misura in cui io potevo non somigliarmi (solo anni dopo capii che questo era il senso del principio di esclusione di Pauli).  I suoi pensieri spaziavano e convergevano al tempo stesso. Un calo di potenza del motore era il segnale che saremmo precipitati. Una hostess che si alzava e andava al bagno, significava che saremmo precipitati e che lei andava in bagno per vomitare dalla paura e per non farsi vedere dai passeggeri. Quella stessa hostess seduta, significava che saremmo precipitati. Se si fosse allacciata la cintura, saremmo precipitati velocemente e con dolore. Se avesse preso il telefono di bordo, o se avesse detto qualcosa all’orecchio della collega, o se fosse andata in cabina, significava che saremmo precipitati, rispettivamente, telefonando, spettegolando, o flirtando col capitano. In qualsiasi caso, saremmo precipitati. E questa era una certezza piuttosto rassicurante.

Intanto lei era lì. Fuggiva da chi l’aveva ferita, vilipesa, abusata. Lei era piena d’amore per un uomo che, vergognandosi, la lasciò con tre figli senza vergogna. Ed io la osservavo. Sempre dal grembo. Ostentava lo sguardo fiero dell’amazzone. Vedevo  lo scudo, l’arco, la freccia e il seno mancante. Pronta alla pugna, sia verso quell’uomo disgraziato, che verso la famiglia d’origine che la riaccoglieva con disonore. Sapeva di dover dire che avevano ragione i suoi genitori, ma non lo avrebbe mai ammesso.

Intanto, sua sorella Maria, divisa tra il dispiacere e il godimento (quello di poter essere sorella e figlia maggiore di riferimento), leggeva “A sangue Freddo” quel romanzo di Truman Capote che anni dopo mi avrebbe regalato. Io le osservavo, quelle donne forti che si tenevano per mano senza sfiorarsi e che mi hanno voluto molto bene. Di lì a poco sarei nato.

Chissà se mio figlio mi stava guardando dal grembo della madre che, seduta accanto a me in macchina, sembrava attendere ancora una mia reazione. Davanti agli occhi mi scorrevano tutte le sequenze di film in cui una donna dice al compagno di essere incinta. Cercai di recuperare da quel repertorio la performance più felice mentre, dentro di me, avevo iniziato a passare in rassegna tutte le catastrofi possibili nei successivi 9 mesi.

La mia prima volta
– Bucare le confezioni della carne con le dita – 
Settima istantanea

Sapere di aspettare un figlio può avere effetti decisamente diversi a seconda di che tipo si è. Io sono un ansioso, ossessivo, compulsivo, con una tendenza all’ideazione paranoide, particolarmente sensibile ed empatico, deciso e risoluto. In me, in ogni occasione, immediatamente devono essere soddisfatti (tutti  contemporaneamente) questi miei tratti di personalità. Infatti un evento, in genere, deve rispondere primariamente a questa esigenza: giustificare i tratti di personalità di chi lo vive.

Dunque, l’avvento di un figlio, giustificava la mia ansia in quanto mi chiamava a una responsabilità, e mi obbligava a volgere lo sguardo al futuro. Questo sguardo mi obbligava a passare in rassegna ossessivamente, e senza soluzione di continuità, tutti i possibili eventi avversi. Ecco che mia moglie avrebbe potuto ricevere un colpo al ventre a causa dell’auto che ci avrebbe potuto tamponare, oppure saremmo arrivati sani e salvi a casa, ma poi mangiare del mascarpone con il botulino che avrebbe annientato lei, il nascituro e la gatta che aspetta i micetti. Oppure sarebbe potuta arrivare a termine, ma perire nel momento in cui l’ambulanza la stava portando in ospedale, oppure giungere in ospedale ma trovare tutti i medici in sciopero. La compulsione andava avanti con  idee persecutorie che mi torturano e rassicurano al contempo.

Avvertivo poi tutte le emozioni del mondo, comprese quelle del nascituro, in una proiezione che metteva i miei neuroni specchio a dura prova. Ed infine, dovevo organizzare tutto, la stanza, il seggiolone, il lettino, l’asilo, i vestitini, il ciuccio, i seni di mia moglie, le pappe, la scorta di pannolini, il girello, le tecniche per liberare una trachea occlusa, oppure come evitare che mio figlio, mentre faremo la spesa (sicuramente di lì a qualche anno, ma meglio essere previdenti e iniziare a pensarci) buchi con le dita le confezioni di carne.

Penso sia importante porre l’attenzione su questo aspetto, anche perché mi consente di distrarmi da questa ruminazione di pensieri catastrofici. Mi ritrovo dunque a pensare a quando ero bambino. Ricordo le liti con i fratelli per chi dovesse guidare il carrello. Ricordo le attese vane nella speranza che mia madre volgesse lo sguardo in direzione di dolciumi vari, o altre schifezze che avrei voluto sfoggiare a scuola durante la ricreazione il giorno seguente. Ma mia madre non poteva comprare le merendine al cioccolato. E non perché fosse contraria al cibo industriale, ma solo perché non erano prodotti di cui credesse vi fosse l’esistenza. Il suo salutismo era tutto nella sua ignoranza consumistica. Noi a scuola andavamo con pane e maionese, il tutto incartato nella pellicola, in modo che, dopo esser giunta a maturazione, la merenda a scuola assumesse un vago color uranio impoverito. Adoravo pane e maionese, anche se abbatteva definitivamente le già esigue possibilità che avevo di poter risultare accattivante ai miei compagni. Lo scartavo e si scioglieva in bocca, mentre i miei compagni sgranavano gli occhi schifati. Dunque, al supermercato, camminavamo per le corsie osservando il packaging colorato, e collezionando frustrazioni per i “no” ripetuti di mia madre. Poi si raggiungeva il banco delle carni. Erano tempi in cui la carne era un bene di lusso, e quindi si spendeva un tempo notevole a decidere e scegliere quale taglio ci si volesse concedere.

Era lì, che il cumulo delle frustrazioni trovava il suo sfogo. Sfioravo le confezioni di carne con il dito. Premevo leggermente e segnavo la pellicola che iniziava ad avere un’idea delle mie impronte digitali. Ma non affondavo subito. Sceglievo il taglio migliore e godevo nelle toccate progressive. La liscia pellicola cedeva sotto la pressione dl mio dito e, come donna vogliosa con seni turgidi, fremeva nell’attesa che le mie dita affondassero di più. Io indugiavo perché nell’indugiare potevo immaginare ciò che i sensi non mi avrebbero restituito del tutto. Infine affondavo il dito e bucavo la pellicola. Defloravo quel vassoio di carne e godevo della fredda carne.

Ecco tuonare mia madre che, sempre speranzosa di avere dei figli invidiabili, mi redarguiva. “Non bucare le confezioni Luchino!”. Io indietreggiavo e mi imbarazzavo, quasi fossi certo che lei avesse intuito le profonde implicazioni erotiche di quel gesto.

Ora stavo per diventare padre e mi chiedevo come avrei gestito le “deflorazioni da supermercato nella corsia delle carni” del nascituro.

Book Sharing – Ottava istantanea

Erano passati un paio di mesi da quella gita a Roma. Da due mesi sapevamo di aspettare un figlio ma ancora non sapevamo se fosse maschio o femmina. Non avevo preferenze, o almeno credevo di non averne.  Aspettavo solo che mi venisse a trovare chi ci aveva scelto come genitori. Mi chiedevo, spesso e ad alta voce, secondo quale criterio quel bambino ci avesse scelto e come mai non si fosse ravveduto della sua scelta. Non ero il miglior genitore sulla piazza ma forse ero il genitore necessario, quello che avrebbe potuto essere la sua massima aspirazione e, al tempo stesso, la causa di tutti i suoi fallimenti.

 Eravamo da mia Sorella quella sera. Chiara è una donna fragile, indossa il costume da amazzone e quando entri in casa sua, senti il suo grido di battaglia che, a tratti, somiglia a un lamento di dolore; quel dolore che non le ha permesso di andare in guerra con le amazzoni. Quella stessa guerra, invece, la mia amata Francesca la  aveva intrapresa da poco meno di 30 anni, e da dieci ero entrato tra le fila dei suoi nemici. Mi amava nella misura in cui il combattermi le dava senso.

“Francè!…” tuonava mia sorella verso di noi coi suoi ricci ribelli “…Te stai a ingrassà!” continuava, e poi con una delicatezza inaspettata, quasi in antitesi con quei toni da casa di ringhiera, forse a voler riparare qualcosa che trapelava nella sua aggressività, eccola chiederci le giacche e accoglierci carinamente.

Effettivamente Francesca aveva preso qualche chilo ma in un modo squisito. La osservavo ballare quella sera e ero incantato dai seni leggermente rigonfi, dal viso arrotondato, dalle labbra carnose, e dai lineamenti che iniziavano a ricordare il viso di una bambola di porcellana. Un uomo  inizia ad avere il suo primo cortocircuito in queste occasioni. La madre dei suoi figli, sacra e inviolabile, coincide con le forme erotiche più appetitose. Edipo fa capolino ma poi si congeda.

Non ero il solo a notarlo, e mentre i maschi osservavano di soppiatto, le donne esplicitavano il tutto con complimenti sinceramente invidiosi. Quella bellezza era condivisa e, non so perché, non avevo nessuna intenzione di renderla una proprietà privata. Anzi volevo che tutti ne godessero come quando si lascia un libro sulla metro per fare book sharing.

Non ho mai lasciato un libro sulla metro e sono sempre stato geloso dei libri. La loro appartenenza a me non era solo una mia prerogativa, ma anche una volontà dei libri stessi. Francesca, invece, non mi destinava altrettanta fedeltà.

Ricordo quella volta in cui non riuscivo più a trovare il volume 1 del Trattato di Psicologia Analitica che si dimostrò essere fedele oltre ogni immaginazione.

Mi rendo conto che per i più, questo tomo non significa nulla. Ma per uno specializzando in psicologia junghiana sarebbe come perdere il vangelo manoscritto direttamente da uno degli evangelisti. Nessuno mi aveva avvisato che poi sarei stato un eretico che se ne sarebbe fregato con disprezzo del vangelo.

Insomma, in quel tempo, non lo trovavo più e pensavo, in cuor mio, che Jung in persona, da lassù, mi osservasse con disapprovazione. Chiesi a Francesca se lo avesse visto, ma lei stancamente alzava gli occhi al cielo, come un ateo farebbe di fronte a Fatima che appare ai pastorelli.

Cercai, ribaltai, esplorai e, infine rinunciai.

Quel libro ha messo le gambe ed è fuggito. Questo pensai. Passò una settimana e provai in macchina.

Cercai, ribaltai, esplorai e, infine rinunciai.

Passarono altri quattro giorni e credetti di averlo lasciato alla scuola di specializzazione.

Andai, cercai, ribaltai, esplorai e, infine, rinunciai.

Mi interrogai ossessivamente… “dove avrei potuto lasciarlo, dove il ME che lo poggiò lo avrebbe poggiato”. Era passato quasi un mese, mi sedetti e provai a ripercorrere lentamente i miei gesti, dall’ultima volta che ebbi tra le mani.

A volte funziona e invece… nulla.

Poi, dopo 42 giorni di annose ricerche, mentre stavo preparando una salsa tzatziki, mi apparve un’immagine. Me sullo scooter mentre, 42 giorni prima,  tornavo dalla scuola di specializzazione. Mettevo Jung nel bauletto dello scooter. Non lo avevo tolto da lì! Ma nel bauletto avevo già cercato. Quindi il libro era uscito dal bauletto in qualche modo!

Mi soffermai ed ecco che l’immagine si ingravida di dettagli. Ecco che riaffiora alla mente l’immagine di me sul mio scooter. Ero a circa 6 km da Rieti  e mi vedevo superare da una utilitaria bianca in cui c’erano tre donne di tre età diverse, una sorta di Klimt autostradale. Mi osservavano basite tutte e tre. Io mi chiedevo perché mai dovessero rompere le scatole, ma questo pensiero durò il tempo del sorpasso. Poi ricordo ancora che, prima di vedere quelle facce attonite, avevo sentito un contraccolpo del bauletto a causa di un dosso.

Eureka! Avevo chiuso male il bauletto! Il libro è caduto sulla superstrada! E le donne lo hanno schivato con la macchina!

“Mi alzo, Corro, metto il casco, metto in moto, metto in direzione della superstrada e giungo nel chilometro in cui avevo subito il sorpasso. E Lo vedo. Il tomo, vituperato e squarciato dalle intemperie e dagli pneumatici. Lacerato in pezzi sparsi a bordo strada. Freno, scendo, ne raccolgo i resti stesi su un paio di centinaia di metri, un po’ al di là e un po’ al di qua del guardrail. Li rimetto insieme come chi cerca di ridare vita a un figlio morente. Lo porto in legatoria. E’ vivo. Ha qualche protesi ma è vivo.”

Non voleva lasciarmi pur avendoci provato, e io lo ho condiviso col mondo che lo ha consumato rendendolo bellissimo e unico, così come gli occhi degli astanti stavano consumando Francesca in quella sera in cui era bellissima, unica e incinta di mio figlio. Ho sempre pensato che anche lei aveva tentato e stava tentando di lasciarmi. Ma anche lei non ci riusciva. Come se la mia ossessiva follia fosse, per lei come per il libro, uno strumento per tenere insieme i pezzi di se.

Fare pipì nel secchio – Nona istantanea

Esiste un rito durante la gravidanza. Ha il valore di un parto, ma si tratta di un rito nato nel secolo della scienza e della tecnica: la prima ecografia.

Prima di qualche decennio fa non potevamo certo dare un’occhiata al nascituro prima che fosse nato. Lo immaginavamo, si congetturava, ma si poteva soltanto osservare quella pancia crogiuolo di vita. Poi l’ecografia ha cambiato le carte in tavola. Oggi possiamo dare una sbirciatina e rendere materia l’immaginazione, anche in 3D, seppur attraverso la mediazione di uno schermo, di una sonda e di un gel. Era il terzo mese e stavamo andando in direzione di Borgotaro, al secolo Borgo Val di Taro, piccolo paese del parmense in cui la ASL ci aveva dato la possibilità di effettuare l’ecografia.

Tra poco vi racconterò la prima ecografia, ma prima devo raccontarvi cosa si deve fare prima dell’ecografia. Prima di ogni ecografia è bene fare la pipì. Non mi sto riferendo al fatto che la puerpera debba svuotare la vescica per favorire l’indagine ecografica. Piuttosto mi riferisco al “puerpero”, ossia a quell’inutile individuo che  un giorno svolgerà il ruolo di padre, ma che, in quel momento, così come per tutta la gravidanza, si affanna a trovare il modo per rendersi utile senza riuscirci. Ogni padre deve cercare di svuotare la vescica per evitare intoppi durante l’ecografia, ed io ero realmente emozionato e quindi anche pieno di pipì. Fare in modo che la mia pipì non creasse problemi di sorta sarebbe stato il mio modo di essere utile.

Mentre mi affannavo a guidare cercando di accelerare i tempi, senza sballottare troppo madre e figlio, per trovare un bagno, mi ritornarono alla mente le peripezie di mio fratello rispetto alla pipì.

Eravamo poco più in là dei miei cinque anni e quindi all’incirca intorno ai suoi 9 anni, quando una sera, finito di mangiare e visti i cartoni, siamo andati a letto. Quel giorno eravamo stati al museo egizio di cui personalmente non ricordo nulla. Fa eccezione alla mia amnesia mio fratello che, invece,  era stato tutto il tempo a girare come una trottola, come in preda a un isterismo bulimico sotto l’egida del Dio Ra.

Una volta spenta la luce, dopo qualche minuto, Gustavo, mio fratello, mi disse: “Devo fare la pipì”. Gli risposi che poteva tranquillamente andare al bagno, ma lui mi guardò fendendo il buio con lo sguardo. Vedevo i suoi occhi e sembravano quelli del dio Ra: mi disse che aveva paura… Io fui preso immediatamente da un senso di rivincita. Dopo che mi aveva vessato per anni e aveva fatto il prepotente, lo vedevo cedevole e indifeso. Ho goduto in silenzio ma, al tempo stesso, temevo di perdere colui che era in grado di proteggermi. Dichiarò subito di avere un piano. Lo conoscevo, non il piano, ma mio fratello maggiore, e sapevo che era capace, spesso, di iperboli da commedia felliniana. Sapevo anche che quella volta non mi avrebbe deluso. Quando lo vidi prendere il cestino della carta e avvicinarlo ai suoi piedi intuii che stava per fare qualcosa di veramente sciocco. Si tirò giù i pantaloni ed estrasse il suo pene prepuberale con finta disinvoltura. Mi guardò e, nel tentativo di recuperare la dignità, affermò qualcosa che sarebbe dovuto suonare come: “ora ti insegno come si fa la pipì”.

Iniziò a mingere con piacere nel secchio che aveva diligentemente svuotato dalla carta. Eppure, aveva dimenticato un particolare, ossia che proprio quel secchio aveva i bordi traforati. Poteva, dunque contenere una modica quantità di urina.

Mio fratello aveva, invece, confidato nelle capacità del secchio e aveva sottostimato le quantità di urina in un soggetto che aveva paura. Quando vide che il liquido giallo paglierino iniziava a raggiungere il limite interruppe la minzione. Con le sensazioni di incontinenza che lo iniziarono ad agitare ulteriormente, si avviò frenetico verso la finestra e, tenendo con una mano quel pene stropicciato, con l’altra mano, prese una sedia e la mise davanti alla finestra. Aprì la finestra che dava su quella via dei Centurioni in cui buona parte dei vicini sapevano chi eravamo e, una volta salito sulla sedia, concluse di fare la pipì giù nella via. Lo scroscio risuonava nella notte e prorompeva nei miei timpani. Io osservavo ammirato di tanta impudicizia. Al tempo stesso, ero terrorizzato poiché, per me, chi fa pipì dalla finestra farà la stessa fine del tizio del film “Non ci resta che piangere”: miserabilmente infilzato da una lancia che lo ammonisce per cotanta sventatezza. Eppure ho sempre invidiato la capacità di mio fratello di perdere la dignità con tanta dignità. Io sono sempre stato molto più riservato e attento a non far figuracce, ma i miei mostri sono sempre stati i suoi eroi e i suoi eroi i miei mostri.

Svuotò il secchio sempre dalla finestra, e si rimise nel letto soddisfatto.

Io intanto guidavo, celavo la mia ansia e la mia pipì a Francesca, in attesa di trovare quella stessa soddisfazione, ed affrontare l’ecografia dignitosamente. Se avessi avuto un secchio e una finestra, avrei certamente seguito l’esempio di mio fratello.

La prima ecografia – Decima istantanea




Stavo raccontandovi di mio fratello nell’istantanea precedente.

Mi ricordo di aver detto che “esiste un rito durante la gravidanza”. Ha il valore di un parto, ma si tratta di un rito nato nel secolo della scienza e della tecnica: La prima ecografia. Prima di qualche decennio fa non potevamo certo dare un’occhiata al nascituro prima che fosse nato. Lo immaginavamo, si congetturava e si poteva soltanto osservare quella pancia crogiolo di vita. Poi l’ecografia ha cambiato le carte in tavola. Oggi possiamo dare una sbirciatina e rendere materia l’immaginazione, seppur attraverso la mediazione di uno schermo, di una sonda e di un gel.

Era il terzo mese e stavamo andando in direzione di Borgotaro, al secolo Borgo Val di Taro, piccolo paese del parmense in cui il computer della ASL ci aveva spedito per effettuare l’ecografia”.

Arrivammo al distaccamento sanitario di Borgotaro e trovai un parcheggio agile, a ridosso di una specie di condizionatore le cui ventole rumoreggiavano senza prepotenza, quasi non volessero turbare il sonno del nascituro. Io scesi e mi sbrigai ad andare ad aprire lo sportello di Francesca. Avevo il fare di chi stava per avere un figlio di lì a qualche minuto e mi avvicinavo alla mia dolce metà come se fosse al nono mese. Una donna al terzo mese è, invece, tutt’altro che in panne e, per di più, Francesca è sempre stata amazzone. Mai e poi mai avrebbe ceduto all’idea di chiedere aiuto. Arrivai dall’altra parte dell’auto e trovai lo sportello già aperto e lei in piedi, longilinea e bella.

Intorno a noi facevano da cornice gli appennini del parmense, inaspettatamente alpine come montagne. Il greto del torrente dava un ulteriore aura sudtirolese a quel comune emiliano. Intanto un gelido sole faceva sembrare tutto come un negozio di cristalli, ed io non potevo che sentirmi come un elefante.

Non facemmo fatica a trovare il reparto e l’ambulatorio. Ci sedemmo su quelle sedie di acciaio e fòrmica verde che mi riportavano alle aule di scuola e alla cucina di mia nonna, quella col tavolo in marmo bianco. Sedie fredde che ci vedevano caldi nel cuore. Cavalcavamo i 30 anni. Io appena in là e lei poco prima della soglia. Eppure ci sembrava di avere secoli di vita addosso, quelli di tutta l’umanità fino a quel momento.

Avevo fatto la pipì ma, per evitare che si rigonfiasse di nuovo la vescica, facevo battute sceme e intonavo vaghe imitazioni di Pavarotti che cantava canzoni di musica leggera. In particolare quella degli “Aqua”, un gruppo anni ’90 che aveva prodotto un pezzo su Barbie. Imitare Pavarotti che, tenorilmente, diceva “I’m a Barbie girl”,  faceva ridere Francesca in quello squisito modo sguaiato che destinava, non solo a Pavarotti che cerca di essere giovane, ma a chiunque indossi maschere iperboliche.

Anche in quel momento rideva fin quando un uomo, con una barba non troppo rassicurante, ci chiese se noi fossimo noi. Il camice bianco non lasciava spazio ai dubbi. Quello sarebbe stato il medico che avrebbe fatto l’ecografia. Mi chiesi subito perché mai non ci fosse capitata una donna. Mi irritava l’idea che quell’uomo barbuto, e anche un po’ dimesso direi, mettesse le mani sulla pancia della madre di mio figlio.

Poi ci fece accomodare. Accese il monitor e il macchinario. Chiese a Francesca di scoprire la pancia. Prese la sonda. Spalmò il gel sulla pancia. Infine iniziò a poggiare la sonda sul ventre e magicamente apparve un’immagine.

Mai mi sarei aspettato di vedere un corpicino per intero. Una miniatura di vita e sentirne il battito. Ho sempre guardato le foto delle ecografie fingendo di aver individuato una forma, mentre ho sempre e solo visto delle macchie di Rorschach su cui proiettavo vagine o farfalle (che poi hanno una certa somiglianza). Invece lì vidi mio figlio e, giuro, non fingevo. Distinguevo testa, braccia, mani, gambe e piedi. Quasi potevo contare le dita e, come ogni padre che si rispetti, indugiavo sul pube per verificare di cosa fosse dotato. Guardavamo estasiati, basiti, scioccati.

Quel nostro sguardo ebete fu colto dal medico che si mostrò d’un tratto paterno come solo uno zio sa fare. Ci guidò nell’osservazione e scherzava con noi. Ci disse che lo avrebbe fatto muovere e iniziò a oscillare la sonda sul ventre di mia moglie e su mio figlio. Lui, mio figlio fece per girarsi infastidito. Mentre speravo che la smettesse di agitare la sonda per stuzzicare il pargolo, il medico gli sorrideva benevolmente e noi osservavamo quel medico, padre e zio, come fossimo Dorothy che contempla il mago di Oz. Ho l’impressione che anche il medico si commosse insieme a noi, nel vederci così felici. Felici soprattutto quando lui ci disse che nostro figlio era una femmina.

Brindammo con un cappuccino e una bomba alla crema. Ci sentivamo enormi in quel piccolissimo Gran Caffè pieno di specchi liberty che si trovava nella via centrale di quel paesino. Poi, colmi, riprendemmo la via del ritorno.

 

Computer anni 80′ – Undicesima istantanea




Eravamo in macchina e la strada scorreva dolce sotto gli pneumatici, come se qualcuno avesse levigato quell’asfalto che nel viaggio di andata era sembrato molto più ricco di asperità. Eravamo arrivati all’ospedale senza superare i limiti di velocità ma pieni di ansia. Fare la prima ecografia del primo figlio non è cosa da poco e io avevo guidato come se quel figlio lo avessi avuto seduto accanto a me. L’ecografia ci aveva informato del fatto che mio figlio era una femmina e che era in salute. Noi ci eravamo commossi e il medico, un po’ zotico, insieme a noi. Ora guidavo come se mia figlia fosse già grande e, in qualità di femmina, molto più capace di assorbire gli urti. Dunque la strada, probabilmente, presentava le stesse asperità che aveva all’andata, mentre la mia anima si sentiva più liscia.

Poi uno dei molteplici suoni e campanelli che hanno invaso le nostre silenziose vite ci annunciava della posta. Era una mail sul cellulare. Francesca lo prese, lo liberò dai grovigli dei carica batterie e, tenendo lo sguardo sullo schermo esclamò: “Il referto!… è già arrivato!”

Si vede che quel medico con la barba incolta ci aveva preso in simpatia, pensai. Poi pensai a come un tempo avremmo dovuto aspettare molto di più per un referto. Pensai al tempo in cui i cellulari erano fantascienza e erano di dimensioni enormi. Pensai al tempo del “Commodore 64” e dell’avanguardia informatica di metà anni 80’. Eccole di nuovo. Un fiume di immagini mi attraversò e mi ritrovai con i miei fratelli davanti a un televisore a tubo catodico.

Noi non avevamo il computer ma potevamo usare quello di mio zio. Il fratello minore di mia madre aveva acquistato quel T99 della Texas Instruments, azienda americana con sede proprio nella zona industriale di Rieti, che ci faceva sentire un po’ meno provinciali. Il computer al tempo era una tastiera con un alloggio per cartucce da gioco. Il Commodore 64 era più per ricchi e aveva in dotazione un registratore esterno in cui inserire delle musicassette. Mentre le si faceva girare emettevano suoni simili ad acufeni che poi ci avrebbero torturato per tutta la notte. Nell’attendere che i giochi si caricassero, l’immaginazione generava luoghi immaginari incommensurabili. Così una volta messo in carica il titolo di Indiana Jones nel mangiacassette, si iniziavano a sentire grida di animali, le foglie squarciate nella giungla, soldati mercenari che parlottano, aeroplani che precipitano. Poi il suono sibilante finiva e questo significava che si poteva giocare. Ecco che un computer anni 80’ sintetizzava tutta quella immaginazione  in una serie di poligoni che insieme formavano qualcosa che poteva vagamente somigliare a una figura umana che si aggrappava a liane “poligonose”.

La delusione è sempre stata inferiore soltanto alla sensazione di sentirsi stupidi.

Con il T99  si poteva anche fare programmazione ed è per questo che noi tre fratelli eravamo davanti al televisore quella sera. Avevamo scoperto che, digitando una sequenza di circa 30 pagine di stringhe senza senso, potevamo caricare un gioco di slot machine. Quando i miei fratelli mi dissero se ero d’accordo nel chiedere un permesso “speciale” a nostra madre per generare quella slot machine, io ne fui entusiasta. Immaginavo un’intera Las Vegas comporsi intorno a me ad ogni tasto digitato. Fu con quell’immagine che facemmo la richiesta a mia madre. Facevamo sempre un summit con mia madre per questi permessi speciali e non sempre ci venivano accordati. Ma non in quella occasione…

Cenammo e, come un avanguardia della fanteria, ci organizzammo. Mio fratello avrebbe dettato le stringhe. Mia sorella le avrebbe digitate. Io avrei osservato con estrema attenzione. La luce livida della stanza non scalfiva lo sfarzo della Las Vegas che c’era nelle nostre menti. Passammo circa 4 ore a compiere quell’impresa, ma io non ce la feci a restare sveglio e crollai a metà della terza ora. Mi svegliarono a operazione conclusa gridandomi che avevano finito! Io mi rizzai su in cerca delle luci, delle slot, dei tori meccanici, delle ballerine, della torre Eiffel. Poi guardai lo schermo nel cui centro intravidi tre quadratini. Soltanto tre quadratini, di meno di un centimetro di lato, che si perdevano nel centro dello schermo. Osservai gli occhi dei miei fratelli che erano pronti a premere il tasto di azionamento della slot. Ci guardammo complici, convinti che Las Vegas si sarebbe palesata nel momento in cui avremmo premuto il tasto “enter”. Lasciammo quell’incombenza a mio fratello per diritto di anzianità. Lui  pigiò e sullo schermo nei tre quadratini comparvero tre simboli diversi. Senza rollare. Comparvero e basta. Nessun rumore. Nessuna luce. Niente. Evitammo di guardarci negli occhi per imbarazzo. Mio fratello pigiò altre 3, forse 4 volte, poi andammo a dormire. Senza dire una parola.

In quella macchina, invece, era già arrivato il referto dell’ecografia che ci diceva che eravamo in dolce attesa di una femmina. Lo avrei voluto condividere subito con i miei fratelli. Avrei voluto mostrare a quei poveri fanciulli, che erano sotto quella luce livida di 20 anni prima, il prodigio della tecnologia per consolarli. Ma non posso che lasciarli con la sorpresa di nessuna sorpresa.

Intanto io e Francesca eravamo incinti e questo mi restituì il sorriso. Il sorriso della Las Vegas che era nel grembo di Francesca. Lei digitava le stringhe mentre io osservavo con estrema attenzione.

 

Colpo di fulmine – Dodicesima istantanea

Mi chiedo ancora come mi fosse venuto in mente di fare un figlio con Francesca.

Era incinta al terzo mese, avevamo appena fatto l’ecografia, eravamo l’immagine sputata di un cliché registico all’italiana, ma così profondamente diversi.

Le mie lontane origini nobiliari si incontravano con le sue lontani origini contadine. La mia sociopatia mal si conciliava con la sua spiccata socievolezza, così come il mio essere schivo non si conciliava  con la sua assenza di ritrosia. Potrei andare avanti e lo farò.

Io sono uno che vota a destra, ma la pensa come uno di sinistra, mentre lei è una che vota a sinistra, e la pensa come uno di destra; tendo ad arrivare in anticipo, mentre lei arriva sempre in ritardo; se lei adora i suoi familiari, io non li sopporto; Io sono ansioso, e lei è depressa; io non vado sulle montagne russe, mentre lei si;  io sono ultimogenito, mentre lei è primogenita.

Poi, negli anni, ho visto che io ero ciò che lei voleva essere e viceversa, e che lei piange dove io rido. Penso che sia proprio questo aspetto che mi ha spinto a corteggiarla, così come mi ha spinto il fatto che lei ride dove io piango.

Mi accorsi di questo da subito, ma ricordo in particolare quella volta che partimmo per il nostro viaggio in bici. Le proposi di fare un viaggio in Sardegna partendo con le bici e lei, inaspettatamente, mi disse di si. Effettivamente io sono uno che dice no, mentre lei è una che dice si. Iniziai, quindi, ad allestire le bici rinforzando i portapacchi e facendo delle prove di carico che le bici superarono egregiamente. Poi iniziammo la preparazione atletica facendo giri in bici piuttosto ridicoli rispetto all’impresa che ci eravamo prefissati. Quindi acquistammo l’attrezzatura con borse stagne, tenda e tutto ciò che ritenevamo necessario per il viaggio. Alla fine partimmo e, da Rieti, in due tappe, siamo arrivati al porto di Civitavecchia dove ci siamo imbarcati alla volta di Olbia.

Quando il sole dell’aurora fa capolino sulla coperta del traghetto della Sardegna e illumina i promontori del porto di Olbia è ogni volta un’Epifania. Dopo aver attraversato il mare dell’Inconscio, quella terra assume un aura così materna da riempirti il cuore. Scendemmo dalla nave con addosso gli occhi increduli dei vacanzieri. Inforcammo la nostra bici e partimmo in direzione  Costa Smeralda. I primi 20 km, dei 90 previsti per quella prima tappa, ci permisero di capire che andare in viaggio in bici è come sposarsi. Si scoprono irrimediabilmente le differenze. Io vado bene nel saliscendi e nei secondi 45 km, mentre Francesca va bene in pianura e nei primi 45 km.

Superato Porto Cervo, nel cui porto abbiamo visitato gli yacht ormeggiati dai ricchi frequentatori dei billionaire, volgemmo alla volta della roccia dell’orso e di Palau dove avremmo piantato la tenda per tre giorni. Al 44° km, quindi ancora nei territori atletici di Francesca, ci raggiunge uno dei temporali più feroci che abbia mai visto. Secchiate di acque iniziarono a sferzare su di noi dalla nostra destra e io iniziai a vacillare. Avrebbero tenuto le bici? E le borse stagne? E noi?. Quando iniziai a vedere i fulmini che cadevano a circa 20 metri da noi, vacillai del tutto. Iniziai a pensare che forse ci avevo sopravvalutati. E quando il terzo fulmine schioccò violentemente accanto a me, nella mia testa comparve la frase “voglio mamma” e io, pieno di vergogna decisi di fermarmi. Ero realmente disperato e impaurito.

Stavo per poggiare il piede ma mi girai e vidi lei, la mia dolce metà, pedalare e ridere in modo grasso, come se fosse sulle montagne russe che in genere non faccio. Al confine con la stupidità, quella grassa risata ridicolizzava la mia disperazione che era, invece, ben oltre il confine della stupidità. La fede che Francesca ha nella bontà del mondo è il suo vero talento, ma anche la sua croce. Questo, però, è anche il motivo per cui volevo un figlio da lei.

Iniziai a ridere e, lentamente isterici, raggiungemmo un campeggio dove ci fermammo. L’acqua scorreva dalla collina sopra il campeggio e aveva divelto i picchetti delle tende. Poi, così come era arrivata, andò via. Spuntò un ruggente e timido sole e ridemmo ancora 10 minuti prima di ripartire, mentre i gestori del campeggio non capivano se avessimo fatto uso di stupefacenti o se fossimo stupefacenti.

Quel ricordo mi illuminò. Eravamo ora in macchina, avevamo fatto la prima ecografia. Francesca era in attesa della nostra primogenita e il motivo per cui avevamo deciso di avere un figlio insieme è forse proprio quel colpo di fulmine che la madre-Sardegna ci aveva donato anni prima.

 

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