Sessualità amore e disamore in psicoterapia




Ciò che avviene tra un analista e un paziente è sempre unico. [Judith Dupont, Sul filo della memoria ,p.95]

Credo fortemente che la maggior parte dei miti sulla psicoanalisi derivi dal fatto che si generalizzi ciò che non è possibile generalizzare, e che non si tenga conto dell’unicità di ogni rapporto analitico. 

Ogni relazione è una storia a sé, ogni psicoanalisi è unica e contiene immagini e tecniche irripetibili. Per questo motivo il lavoro dello psicoterapeuta è il più difficile e, contemporaneamente, il più bello al mondo. Ciò che avviene tra l’analista e il paziente è esclusivo in quanto relazione, e non esistono relazioni identiche, ma solo mitologie che le guidano a grandi linee. In sé, ogni rapporto analitico ha il senso del mistero e della singolarità che lo rendono terapeutico. È proprio questo senso di esclusività che introduce nella psicologia le immagini intime, segrete e inconfessate.

Entrare in terapia significa incontrare la persona giusta al momento giusto e farne tesoro.

In questa relazione così particolare le immagini psichiche di un paziente e di un analista cominciano a contaminarsi reciprocamente. La contaminazione è necessaria alla conoscenza, alla comprensione e alla guarigione della persona analizzata.

Il mistero della relazione può essere descritto solo vagamente e non può essere afferrato con l’intelletto. Relazione significa, come ho già indicato, vedere l’altro così com’è, o almeno riconoscere in parte la persona che egli è. Significa anche trarre piacere o dispiacere da questa persona guardandola realisticamente, godere nell’essere o nel fare qualcosa con lei, volgersi con interesse a lei, in uno scambio di emozioni, sentimenti e pensieri. In altre parole, in un rapporto il partner è solo in minima parte oggetto di proiezioni o transfert. In questo contesto tuttavia, viene spesso trascurato il dinamismo della psiche e dell’individuo. L’altro, il partner, che cos’è? Non è mai qualcosa di statico: è vita, sviluppo passato, presente e futuro. Comprendere un’altra persona significa perciò mettersi in rapporto non solo con il suo presente, ma anche con il suo passato e il suo futuro. [A. Guggenbühl Craig, Al di sopra del malato e della malattia. Il potere “assoluto” del terapeuta p.34]

In analisi, pertanto, si dialoga con le immagini del passato, del presente e del futuro di una persona. In questo modo si crea una relazione esclusiva che si instaura tra due persone, analizzando e analizzato. La psicoterapia è portatrice di quello che si chiama Mysterium Conjuctionis, ovvero la risposta alla domanda: in che modo una relazione può curare? Parte di questo segreto risiede nel fatto che per cambiare il modo di vedere le cose bisogna innamorarsi – diceva James Hillman nel Codice dell’Anima – allora la stessa cosa sembra del tutto diversa.

Fare psicoterapia significa innamorarsi. In particolare innamorarsi del proprio mito attraverso l’altro. Quando parlo di innamoramento intendo il provare per l’altra persona stima, ma anche disprezzo, rispetto, ma anche odio, affetto, e così via… L’amore etimologicamente è un desiderare visceralmente, integralmente e totalmente l’altro. Pertanto si può amare, quindi desiderare l’altro, anche attraverso l’odio.

L’analisi, in sintesi, è una “relazione desiderante” e in ogni “relazione desiderante” ci sono due piani che si intersecano fra di loro, quello emotivo e quello fisico. Il legame fisico è solo una parte del Mysterium Conjuctionis che sottende una relazione tra due persone. Desiderio, contatto e intimità sono le componenti che spingono l’insorgere delle immagini sessuali in psicoterapia.

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Sessualità costruttiva e distruttiva 

La psicoterapia si nutre di Eros, come aveva ben intuito Sigmund Freud e, come in ogni relazione, insieme ad Eros può emergere il desiderio con la sua declinazione sessuale.

Può accadere che durante un percorso di psicoterapia il desiderio si manifesti attraverso immagini e fantasie sessuali. Questi momenti possono essere più e meno esplicitati da parte di una/un paziente, detti, non detti o solo accennati: sogni non raccontati, sogni raccontati esplicitamente, o sogni modificati per non risultare sconvenienti. Le fantasie sessuali possono essere diverse, da una semplice carezza, ad un abbraccio, da un bacio ad un rapporto romantico, selvaggio o appassionato. Le immagini si costellano a seconda del carattere della persona e a seconda del tipo di relazione che si è venuta a creare. Esistono anche “momenti erotici” nei quali, ad esempio, lei tergiversa ad andarsene come se volesse scambiare ancora qualche parola, come se cercasse ancora qualcosa dal temenos analitico o come se chiedesse prendimi e amami… o odiami.

Eh si, odiami! Secondo Guggenbhul-Craig infatti la sessualità può essere espressione di odio e distruzione. La sessualità, come aspetto corporeo dei rapporti fra persone, può esprimere amore e odio: naturalmente sto parlando di rapporti sessuali “normali” e non di deviazioni, quali il sadomasochismo, un cui la situazione è più o meno chiara. Una sessualità “normale”, che scaturisca dall’odio e che venga tuttavia ritenuta amore, ha distrutto innumerevoli individui e, nell’ambito psicoterapeutico, può recare gravissimi danni sia all’analista che al paziente, fra i quali, spesso, insorge il desiderio sessuale. [A. Guggenbühl-Craig, Al di sopra del malato e della malattia. Il potere “assoluto” del terapeuta, p.47].

Il desiderio è il motore della psicoterapia, e il desiderio sessuale può essere parte di esso. Secondo l’analista svizzero esistono almeno due tipi di desiderio sessuale: il primo è un desiderio costruttivo, il secondo è un desiderio distruttivo.

Nel primo caso le fantasie sessuali sono il sintomo di un rapporto fruttuoso nel quale il desiderio per l’altro, passando attraverso le immagini sessuali, si trasformerà in desiderio per il proprio mito personale.

Nel secondo caso invece si esprime un desiderio distruttivo. Questo desiderio può nascere nel paziente o nell’analista e tende ad essere molto forte.

In questo ultimo caso il desiderio sessuale di una/un paziente nei confronti dell’analista è il desiderio di distruggere l’altro professionalmente o famigliarmente. Al contrario può accadere che anche l’analista provi un desiderio distruttivo nei confronti della paziente o cercando di tenerle legate all’analisi attraverso la sessualità – in questo caso parliamo di “ciarlatani” e non di professionisti -, oppure distruggendo sé stessi e la/il paziente dando sfogo concreto a questo genere di sessualità, che spinge infatti quasi coercitivamente alla concretizzazione, proprio allo scopo di distruggere [A. Guggenbühl-Craig, Al di sopra del malato e della malattia. Il potere “assoluto” del terapeuta, p.48].

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Conclusioni e letteralizzazione

In questo articolo ho volutamente tralasciato i termini Transfert e Controtransfert perché credo che la Psicoterapia sia un fatto umano ed alcune parole sono disumane, e allontanano l’esperienza dalla realtà. La psicologia deve aderire alla semplicità e all’umanità, senza allontanarsi e schermarsi dietro paraventi di vacui paroloni. Per questo motivo ho parlato di immagini, emozioni, sentimenti, pensieri e fantasie, perché la psiche e l’essere umano vivono grazie ad esse e non lontano da esse.

In passato alcuni psicoterapeuti hanno sostenuto che vivere la sessualità in analisi potesse essere il culmine di una psicoterapia. Questa tesi è raccapricciante per due motivi.

Il primo, secondo Guggenbühl-Craig, è il fraintendimento del fatto che l’oggetto di una psicoterapia non è il rapporto tra analista e analizzato, bensì la guarigione di quest’ultimo. Pertanto la sessualità concretizzata e la psicoterapia non possono coesistere in nessun caso.

Il secondo motivo consiste nel dovere dell’analista non letteralizzare il desiderio sessuale del paziente, o il suo, ma di psicologizzarlo, perché in una stanza d’analisi si fa psicologia. La letteralizzazione è un grande pericolo e sbaglio della relazione terapeutica, come ci suggerisce James Hillman. Letteralizzare conduce a chiederci se un racconto sia vero o falso, se un comportamento sia giusto o sbagliato, a categorizzare l’altro, a influire sulla vita personale del paziente, o a concretizzare le immagini del paziente, o le proprie.

Quando si presentano le immagini sessuali in psicoterapia bisogna accoglierle come qualsiasi altra immagine,  in modo da poter lavorare sul desiderio facendolo diventare il motore del cambiamento della persona che si è affidata a noi. Concludendo possiamo affermare che del sesso bisogna farne psicologia e non atto concreto, al fine di far innamorare il paziente del proprio mito personale. 

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P.S. CLICCA QUI per leggere un articolo sulla sessualità: L’orgasmo come esperienza trasformatrice